L’Egitto valuta un sostegno militare per la difesa dell’Arabia Saudita, nell’ambito di un dibattito che i militari tendono a portare sul piano della cautela

© Dassault Aviation Droits Réservés / © Dassault Aviation Droits Réservés

Il parlamento egiziano ha tenuto due riunioni nel corso degli ultimi giorni, per discutere della proposta del presidente Abdelfattah al-Sisi di sostenere militarmente l’Arabia Saudita nella sua politica di difesa dagli attacchi sferrati dalle milizie yemenite di Ansarallah. Non sono trapelate sinora informazioni nel merito di quanto discusso dal parlamento a porte chiuse, e il voto per la proposta è atteso per la prossima settimana. Il presidente al-Sisi, tuttavia, è intervenuto sull’argomento, sostenendo che in qualsiasi caso di partecipazione militare dell’Egitto, questa avrà esclusivamente una postura non offensiva, al fine di contribuire alla difesa delle città e delle infrastrutture petrolifere saudite, senza in alcun caso prevedere la possibilità di attacchi in Yemen o una partecipazione sul terreno nel conflitto contro le milizie degli Houthi.

La proposta del presidente al-Sisi per aiutare il governo saudita in questa difficile fase del confronto con le milizie ribelli yemenite è dettata tanto da ragioni di opportunismo politico – soprattutto connesse agli ingenti interessi economici bilaterali – quanto più ad ampio raggio per interessi securitari, che vedono l’Egitto minacciato indirettamente attraverso la possibile riduzione dei traffici marittimi nel Mar Rosso, e quindi Suez.

Al tempo stesso, tuttavia, la posizione di al-Sisi ha determinato contrastanti percezioni e valutazioni nel paese, soprattutto nell’ambito delle forze armate, dove è ancora viva la memoria del sanguinoso tributo di vittime pagato dall’Egitto nel corso della guerra civile yemenita nei primi anni Sessanta del secolo scorso, quando il presidente Nasser decise inviare un contingente di 70.000 militari, paradossalmente per sostenere le forze repubblicane antagoniste di quelle monarchiche, sostenute proprio dall’Arabia Saudita.

Quella che il presidente Nasser nel 1962 ritenne poter essere una breve campagna militare, tuttavia, si protrasse sino al 1967 e si concluse con una cocente sconfitta, che provocò in meno di cinque anni la perdita di un numero enorme di soldati egiziani, stimati tra i 10 e i 20.000.

Il presidente al-Sisi stima in 11 miliardi dollari le perdite finanziarie egiziane in conseguenza della crisi yemenita e della rinnovata minaccia degli Houthi al traffico navale nel Mar Rosso, sebbene allo stesso tempo l’Egitto non sia oggetto di una minaccia diretta da parte dei ribelli yemeniti. L’Arabia Saudita, in evidente difficoltà nella gestione tanto della crisi politica interna allo Yemen, quanto delle operazioni militari a sostegno delle forze lealiste del governo internazionalmente riconosciuto con sede ad Aden, ha chiesto all’Egitto un aiuto militare per contrastare soprattutto la minaccia missilistica e dei droni contro le principali città e contro gli impianti petroliferi sul Mar Rosso.

Una richiesta che è indirettamente sollecitata anche in virtù dei circa 25 miliardi dollari che Riyadh ha investito a sostegno della sempre più precaria economia egiziana, ai quali si aggiungono i massicci depositi di liquidità – pari a 10,3 miliardi di dollari – presso la Banca Centrale d’Egitto, per sostenere l’instabile credibilità valutaria del Cairo.

In questo contesto, quindi, mentre il presidente al-Sisi ritiene di non potersi sottrarre alla richiesta di aiuto militare formulata dall’Arabia Saudita, se non al rischio di compromettere i propri interessi economici, dall’altra i vertici militari non fanno mistero di considerare qualsiasi operazione nella regione come un fattore di grave rischio.

Non è quindi un caso che il dibattito parlamentare si stia prolungando, in un clima di rigorosa riservatezza, dove le forze armate avrebbero insistito per escludere esplicitamente qualsiasi ipotesi di dispiegamento delle forze terrestri, sia in Yemen che in Arabia Saudita, individuando invece un punto di compromesso nella possibilità di schierare alcune unità dell’aeronautica militare da impiegarsi tuttavia in sole operazioni difensive delle città e delle infrastrutture saudite, e all’interno del solo spazio aereo di Riyadh.

Per quanto ormai dimenticata dai paesi occidentali, l’esperienza della guerra civile yemenita degli anni Sessanta dello scorso secolo costituisce al contrario ancora un vivido e drammatico elemento nella memoria egiziana, e soprattutto in quella dell’apparato militare, dove il conflitto viene di sovente ricordato come il “Vietnam del Cairo”.

I vertici militari e i principali studiosi del paese, infatti, continuano ad evocare il rischio di un nuovo possibile coinvolgimento che finisca per incrementare la portata del ruolo egiziano, aprendo alla possibilità di una crisi militare regionale che l’apparato della sicurezza non ha alcuna intenzione di affrontare.

La lezione degli anni Sessanta è quindi chiara nella narrativa egiziana: entrare nelle dinamiche del conflitto in modo inizialmente defilato e marginale è facile, ma uscirne potrebbe diventare complesso e molto oneroso qualora l’evoluzione del contrasto tra l’Arabia Saudita e Ansarallah dovesse prendere una piega diversa, con il concreto rischio di coinvolgere maggiormente l’Egitto e trascinarlo ancora una volta in un conflitto che ha più volte dimostrato di non essere sostenibile militarmente.

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