Le dinamiche politiche e le variabili di scenario del nuovo conflitto in Etiopia

2026 10 02 Etiopia

Il 20 settembre scorso sette formazioni politico-militari che si oppongono al governo del primo ministro Abiy Ahmed hanno annunciato di aver formato un’alleanza per rovesciare il governo federale, che accusano di aver provocato “guerre e crisi” che hanno lacerato il paese. La politica nazionalista e centralizzatrice del primo ministro ha di fatto scardinato il tradizionale equilibrio etno-federalista del paese, alimentando tensioni in diversi stati regionali che sono poi sfociate nel 2020 nel sanguinoso conflitto del Tigrai, conclusosi nel 2022, ma i cui strascichi continuano ad interessare l’Amhara, l’Oromia e lo stesso Tigrai.

Il 23 settembre, le forze del TPLF tigrino hanno lanciato un’offensiva su più fronti, occupando i principali aeroporti del Tigrai e spingendosi insieme alle forze alleate a confrontare le truppe federali dell’ENDF lungo i confini con l’Amhara e l’Afar.

Nonostante alcuni successi iniziali, le forze federali hanno in breve tempo ripreso l’iniziativa, risalendo verso nord in direzione del Tigrai e riuscendo ad occupare alcuni dei principali centri abitati della regione. La rapida avanzata, tuttora in corso e orientata a riconquistare il capoluogo regionale di Macallè, per quanto indiscutibilmente caratterizzata da importanti successi non può ancora interpretarsi come una disfatta delle milizie avversarie. Come l’esperienza del conflitto del 2020/22 ha insegnato, infatti, sconfiggere le milizie regionali all’interno del loro territorio, soprattutto nelle aree montagnose più impervie, richiede una capacità militare di cui le forze dell’ENDF potrebbero non disporre, determinando un contesto della crisi ancora aperto a diverse possibili interpretazioni di scenario.

Una crisi, peraltro, che potrebbe, in breve tempo estendersi oltre i confini dello stato del Tigrai e interessare nuovamente l’Eritrea, che il governo federale di Addis Abeba accusa di sostegno alle forze ribelli.

Per comprendere le dinamiche di questo nuovo conflitto, tuttavia, è opportuno tracciarne le sue più recenti evoluzioni storiche e le dinamiche politiche. Con la fine del dominio tigrino sulla politica etiopica, nel 2018, è emersa la figura del nuovo primo ministro Abiy Ahmed, che ha avviato un processo di trasformazione politica costruito sullo smantellamento dell’etno-federalismo attraverso la centralizzazione nazionalista, determinando frizioni che in breve tempo hanno condotto alla sanguinosa guerra del Tigrai (2020-2022). Questa trasformazione ha portato anche ad una ridefinizione dei rapporti con l’Eritrea, con la quale Abiy Ahmed ha firmato un accordo di pace, coinvolgendola poi nel conflitto contro le forze tigrine, storicamente ostili a quelle del regime di Isaias Afwerki in Eritrea.

Dopo alterne vicende, la guerra si è conclusa nel 2022 con gli accordi Pretoria, sancendo la vittoria delle forze federali e avviando una complessa fase di transizione caratterizzata dal pesante bilancio del conflitto, che ha di fatto alterato gli equilibri politici non solo nel Tigrai, quanto anche nell’Amhara.

L’accordo di Pretoria ha permesso di far cessare il conflitto, ma non ha ristabilito la stabilità del paese, lasciando irrisolte le questioni del Tigrai Occidentale (in larga parte occupato da forze Amhara), del disarmo delle milizie tigrine e di quelle Amhara Fano e del reinserimento del partito politico tigrino (il TPLF) nelle dinamiche nazionali. L’accordo di Pretoria, inoltre, non ha incluso l’Eritrea nelle dinamiche del dialogo di riconciliazione, portando in breve tempo ad una nuova fase di tensione con il governo federale. Le tensioni tra Addis Abeba e l’Asmara, peraltro, si sono ulteriormente deteriorate in conseguenza dei ripetuti interventi del primo ministro etiopico Abiy Ahmed nel merito della necessità per il paese di disporre di un accesso al mare, che l’Eritrea ha interpretato come minacce dirette alla propria sovranità.

Nel giugno del 2026 si sono svolte le elezioni legislative che hanno sancito la scontata vittoria del Partito della Prosperità del primo ministro Abiy, attraverso un voto che escluso per ragioni di sicurezza le regioni del Tigrai e dell’Amhara, determinando l’avvio di una nuova escalation.

Al tempo stesso, già dal 2025 l’amministrazione ad interim del Tigrai era entrata in una profonda crisi, con il rovesciamento nel mese di marzo del governo filo-federale da parte dei vertici tigrini più intransigenti del TPLF, guidati da Debretsion Gebremichael. Ne erano seguiti sporadici scontri in diverse parti dello stato del Tigrai, dando vita ad alleanze caratterizzate da connotati profondamente diversi rispetto a quelli storici del paese.

Il TPLF si è avvicinato al suo storico nemico eritreo, nel comune intento di rovesciare il governo di Abiy Ahmed, mentre le forze Amhara Fano, che pure avevano combattuto contro quelle tigrine nel corso del conflitto del 2020/22, hanno aderito all’alleanza delle sette milizie che si oppongono al governo, e che includono altri gruppi dell’Afar, dell’Oromia e del Benishangul-Gomuz.

A partire dal 20 settembre il conflitto ha assunto un profilo differente, aumentando di intensità e scala geografica, con una prima fase di offensiva delle forze dell’Alleanza che ha determinato alcuni successi soprattutto lungo i confini con l’Amhara e ben in profondità all’interno dell’Afar.

Il 25 settembre le forze federali hanno lanciato una controffensiva, che in breve tempo è riuscita a riguadagnare terreno risalendo soprattutto attraverso la direttrice del Tigrai meridionale, conquistando il 30 settembre l’importante città di Alamata.

Le forze ribelli sono riuscite invece a colpire con droni armati numerosi obiettivi militari dell’ENDF, e il 1° ottobre è stata colpita da almeno tre droni la stessa capitale Addis Abeba.

Per quanto le forze federali stiano avanzando con successo e rapidità in territorio tigrino, tuttavia, è opportuno ricordare come anche nel 2020 ad una prima rapida avanzata seguì una rovinosa disfatta determinata dalla difficoltà di sostenere il combattimento con le milizie regionali nel loro territorio, e soprattutto nell’impervio ambiente montagnoso che caratterizza il nord dell’Etiopia.

Non ultimo, a rendere ancor più complessa la dinamica del nuovo conflitto in Tigrai, deve essere aggiunto il ben marcato profilo regionale che oggi la caratterizza. L’Etiopia accusa infatti l’Eritrea di sostenere le forze ribelli e in particolar modo quelle tigrine e dell’Afar, venendo a sua volta sostenuta dall’Egitto e dal Sudan, le cui relazioni con l’Etiopia si sono deteriorate in conseguenza della costruzione della diga del GERD sul Nilo Azzurro.

Gli avversari di Abiy Ahmed, d’altro canto, lo accusano di aver definito un’alleanza con le milizie delle Rapid Support Forces sudanesi del generale Dagalo, accusate di efferate violenze nel Darfur e nella guerra civile tuttora in corso nel paese. Anche gli Emirati Arabi Uniti vengono indicati dai detrattori di Abiy Ahmed come alleati del governo federale, al quale fornirebbero aiuti economici e armamenti.

Una dinamica di crisi complessa, quindi, che in questo momento sembra essere orientata in direzione del tentativo delle forze federali di conquistare la capitale del Tigrai, Macallè, allo scopo di determinare la fine del ruolo politico del TPLF nello stato regionale. Questa evoluzione, tuttavia, potrebbe essere interessata da due complessi fattori critici: il primo connesso al potenziale ingresso nel conflitto dell’Eritrea, e il secondo il ripetersi di quelle di dinamiche di guerriglia che già nel 2020/2022 avevano messo in concreta difficoltà le unità militari dell’ENDF.

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