Torna a materializzarsi lo spettro di un nuovo conflitto tra USA e Iran, pur nell’ambito di scenari indefiniti e incerti

2026 10 22 iran

Il presidente Trump è tornato ad evocare il 22 ottobre il rischio di una nuova escalation militare, quando, nel corso di un incontro con alcuni giornalisti, ha affermato che “qualcosa accadrà abbastanza presto”, lasciando intendere che le informazioni trapelate nei giorni precedenti nel merito di presunti preparativi di una ripresa del conflitto siano fondate.

La CBS ha poco dopo rafforzato i timori, sostenendo che alcune fonti anonime del Pentagono avrebbero confermato l’avvio di una consistente riduzione del personale militare nelle basi del Golfo Persico e del Medio Oriente, come misura cautelativa contro possibili ritorsioni iraniane.

Solo il giorno precedente, invece, il New York Times aveva rivelato che Stati Uniti e Israele sarebbero impegnati nell’elaborazione di possibili piani d’attacco all’Iran, e che anzi il primo ministro israeliano Netanyahu avrebbe cercato di convincere Trump a sferrare un attacco già a ottobre, dovendo tuttavia incassare il rifiuto del presidente statunitense.

La verifica e la valutazione di queste informazioni risulta complessa, ma emerge con chiarezza la precisa linea narrativa sottostante che il governo statunitense intende veicolare: non appena termineranno le elezioni di midterm del prossimo 3 novembre si riapre una concreta finestra di opportunità per attaccare nuovamente l’Iran, con la collaborazione di Israele, lasciando in tal modo meno di due settimane di tempo a Tehran per tornare al tavolo negoziale.

Si tratta di minacce che l’Iran ritiene concrete, e da tempo, e alle quali sembra volersi preparare nella considerazione che una ripresa delle ostilità è ritenuta pressoché certa da mesi, quale naturale conseguenza dello stallo che continua a caratterizzare le relazioni con gli USA e la questione della sicurezza dei transiti attraverso Hormuz

Paradossalmente, tuttavia, la posizione di Stati Uniti e Iran nel merito di una possibile ripresa del conflitto appare differente. Per Washington è di gran lunga preferibile una soluzione negoziale, costruita sulla forza, che possa evitare una nuova quanto incerta fase di conflitto che potrebbe ancora ancora una volta non rivelarsi risolutiva, danneggiando ulteriormente la percezione pubblica del presidente Trump. Per l’Iran, al contrario, solo l’ipotesi di un accordo pienamente soddisfacente appare accettabile – e quindi un accordo che preveda la revoca delle sanzioni e lo scongelamento dei crediti iraniani – mentre la ripresa del conflitto viene giudicata un’opzione preferibile ad un cattivo accordo.

A dispetto dei toni trionfalistici e sprezzanti, le autorità iraniane si trovano in questa fase in una condizione estremamente fragile, caratterizzata dalla sempre maggiore crisi economica – secondo il Wall Street Journal il paese avrebbe esaurito le scorte di petrolio custodite nella sua flotta “ombra” e destinate alla Cina – e dalla persistente prospettiva di una nuova ondata di proteste. Le opzioni possibili vengono in tal modo a ridursi a due, nella generale percezione di una incombente minaccia esistenziale: o un accordo pienamente soddisfacente o la ripresa del conflitto e la contestuale minaccia al sistema economico globale.

Non meno esigui i margini di scelta per gli Stati Uniti, dove l’eventualità di una nuova fase militare contro l’Iran verranno stabiliti dopo le elezioni di midterm, che verosimilmente dovrebbero concludersi in modo non favorevole per Trump, determinando l’esigenza di compiere azioni volte a ristabilire la reputazione del mandato. Il concreto rischio per Washington, tuttavia, resta quello di una nuova fase di conflitto che non sia ancora una volta risolutoria del problema, incrementando invece il costo economico globale delle tensioni.

La crisi tra Stati Uniti e Iran appare in tal modo ancora non solo irrisolta, quanto soprattutto molto lontana dal presentare concreti margini di sbocco, tanto in direzione di un accordo, quanto di una effettiva ripresa delle ostilità. Le parti continuano a restare ancorate a posizioni visibilmente massimaliste, determinate dal prolungamento della crisi e dalla reciproca percezione di un disastroso ritorno politico qualora non vengano raggiunti gli obiettivi fissati. Uno spazio di manovra esiguo, che limita fortemente le possibilità del pragmatismo e che sembra orientarsi in questo momento alla resistenza, nell’attesa di vedere quale delle due controparti sarà costretta a cedere per prima, sotto il peso della crisi economica o di quella politica.

Una condizione che tuttavia non è solo logorante per Stati Uniti e Iran, quanto per l’intera comunità internazionale, costretta a sostenere gli effetti del blocco di Hormuz e, potenzialmente, di quelli combinati con la contestuale crisi tra Arabia Saudita e Houthi, che potrebbe determinare l’effetto sistemico di una forte riduzione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb.

In questo contesto, pertanto, la possibilità di una ripresa del conflitto rappresenta una crescente probabilità, accompagnata tuttavia da un altrettanto probabile scenario che ancora una volta non permetta di definire in modo risolutivo la disputa tra i due attori, cristallizzando la crisi economica globale e l’instabilità regionale.

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