L’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato caratterizzato dalla volontà di dimostrare soprattutto agli elettori americani l’intenzione di mantener fede con immediatezza ad un programma di lavoro tanto intenso quanto sensazionale, fortemente orientato anche a mutare le dinamiche della politica estera statunitense.
La campagna elettorale di Trump, in tale ambito, è stata caratterizzata da una narrativa orientata a sostenere la necessità di risolvere i principali conflitti internazionali in atto, a non impegnare l’America in nuove avventure belliche, rafforzando al tempo stesso la capacità militare del paese al fine di incrementare la capacità di deterrenza e ristabilire un ordine internazionale capace di favorire la forte ripresa dell’economia statunitense.
Un programma che nei toni e nelle intenzioni ricalca fortemente quello che accompagnò la campagna elettorale del primo mandato, attraverso lo slogan del “make America great again”, ma che si inserisce oggi in un contesto globale profondamente mutato, del quale la nuova amministrazione dovrà tener conto nel tentativo di implementare le molte iniziative annunciate dal nuovo presidente.
La spettacolarizzazione di questa postura politica è stata quindi caratterizzata dal sensazionalismo che il nuovo presidente ha voluto attribuire al primo giorno di lavoro alla Casa Bianca, dove decine di provvedimenti sono stati firmati e quasi 80 disposizioni dell’ex presidente Biden sono state annullate, con un forte apparente impatto anche sulle dinamiche della politica estera statunitense.
Tra i provvedimenti di maggior interesse sotto tale profilo, in particolar modo possono essere menzionati quelli sull’annuncio dell’introduzione di tariffe del 25% sulle importazioni dal Canada e dal Messico (sebbene annunciate come probabilmente applicate dal prossimo 1° febbraio), la fuoriuscita degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la mobilitazione delle riserve disponibili della Guardia Nazionale per fronteggiare quella che è stata descritta come l’emergenza al confine con il Messico e una minaccia per la sovranità americana. Provvedimenti, questi, fortemente caratterizzati da una valenza, e dalla produzione di effetti, soprattutto nell’ambito della politica interna statunitense e delle aree di immediata prossimità geografica del paese.
Trump, tuttavia, ha voluto assumere decisioni anche con un impatto geografico più ampio, come dimostrato dalla revoca delle sanzioni contro i coloni israeliani violenti, l’annuncio dell’intenzione di voler incontrare al più presto il presidente russo Putin per affrontare la questione del conflitto in Ucraina, la ripresa del dialogo con l’Arabia Saudita per favorire la normalizzazione delle relazioni con Israele, l’interlocuzione con la Cina sulle questioni dell’economia globale e della sicurezza nell’indopacifico, che si aggiungono alle voci – senza alcuna conferma ufficiale – di un’apertura all’Iran per la ridefinizione di un accordo sul programma nucleare.
Un’agenda tanto ampia quanto spettacolarizzata attraverso la velocità di esecuzione che il presidente ha voluto impartire, che dovrà tuttavia adesso misurarsi con un contesto internazionale molto differente da quello che aveva caratterizzato il primo mandato presidenziale di Trump, imponendo una capacità di implementazione che difficilmente potrà derivare dalla sola determinazione dell’esecutivo statunitense.
Il presidente Trump, inoltre, sembra essere ben conscio dello scarso peso che la politica internazionale assume nell’ambito del dibattito pubblico interno statunitense, dove al contrario dominano le questioni sull’economia nazionale e sulle dinamiche sociali che dividono l’elettorato democratico e repubblicano. Tali priorità, pertanto, vengono sostenute attraverso una strumentalizzazione dell’intervento sulla politica internazionale, che in tal modo la trasforma nel mezzo e non nel fine dell’azione politica dell’amministrazione Trump.
Il principale limite di tale approccio alla politica internazionale, pertanto, è quello connesso alla necessità di generare effetti spendibili sul piano della politica interna americana che rischiano tuttavia di essere privi di reali elementi di concretezza sul piano pratico, non conseguendo quegli obiettivi che lo stesso presidente Trump ha assicurato di voler raggiungere nel corso della campagna elettorale.
La spettacolarizzazione della politica estera e la necessità di ottenere risultati spendibili nell’ambito del contesto politico nazionale statunitense, pertanto, rischiano di condurre a soluzioni di compromesso senza reali manifestazioni di efficacia, mancando della capacità di soluzione delle crisi, incrementando la frustrazione delle principali controparti – tanto quelle alleate quanto quelle ostili – e con il potenziale risultato di una più rigida cristallizzazione delle crisi in atto.
Ulteriore elemento di preoccupazione, infine, soprattutto in seno ai paesi europei e asiatici, è quello di una percezione della politica estera statunitense del presidente Trump totalmente – o almeno largamente – disinteressata a qualsiasi forma di condivisione o collaborazione, al fine di individuare soluzioni di compromesso volte a soddisfare anche una parte delle istanze non-USA. Una posizione che, se dovesse realmente sostanziarsi in questa forma, rischierebbe di compromettere fortemente la fiducia anche dei principali partner degli Stati Uniti.


