Dopo le elezioni in Giordania il Re Abdullah II nomina Jafar Hassan come nuovo primo ministro

Jaafar Hassan

Si sono tenute in Giordania il 10 settembre le elezioni per la nomina dei 138 deputati della Camera dei Rappresentanti, la camera bassa del Parlamento, che hanno visto la netta affermazione del partito Fronte d’Azione Islamica – l’ala politica della locale organizzazione della Fratellanza Musulmana – ottenendo il maggior numero di voti come singolo partito.

L’affluenza alle urne è stata del 32% circa, con un lieve aumento rispetto alle precedenti elezioni del 2020, nelle prime elezioni successive alla riforma del 2022 della legge elettorale, voluta dal sovrano allo scopo di rafforzare il ruolo dei partiti e al tempo stesso de-tribalizzare la tradizionale composizione del Parlamento.

A dispetto del notevole risultato delle formazioni islamiste, tuttavia, la maggioranza dei seggi parlamentari è stata conquistata da una moltitudine di partiti minori e candidati indipendenti che rappresentano le forze centriste, liberali e tribali del paese, leali alla corona ed espressione del nazionalismo giordano, mantenendo in tal modo inalterata la capacità di controllo della camera bassa per il futuro.

Il voto del 10 settembre ha tuttavia dimostrato come il peso della comunità palestinese nel paese, che rappresenta circa il 30% della popolazione giordana, sia diventato progressivamente sempre più rilevante, determinando mutamenti nella distribuzione che non passano inosservati. La percentuale dei votanti all’interno delle comunità palestinesi è certamente maggiore rispetto a quelle autoctone giordane, dove queste ultime sono caratterizzate peraltro da un crescente profilo di disaffezione che scoraggia i più dal recarsi alle urne, mantenendo in tal modo il dato dell’affluenza costantemente contenuto.

Al tempo stesso, il voto della comunità palestinese appare sempre più condizionato da elementi esogeni rispetto al contesto politico giordano, come dimostrato in occasione delle ultime elezioni, dove la questione del conflitto a Gaza ha rappresentato una delle principali componenti di scelta di tale comunità, che ha spinto il vertice della locale Fratellanza Musulmana – che è stata bandita come partito ma non come organizzazione sociale – a parlare di un vero e proprio plebiscito.

Sebbene il nuovo governo resterà controllato come in passato dalle formazioni centriste, liberali e tribali, quindi, non può non essere considerato come un importante fattore di mutamento il fatto che il Fronte d’Azione Islamica abbia sostanzialmente triplicato il proprio peso parlamentare nel corso delle ultime due elezioni, diventando oggi il principale partito per numero di voti dell’intero paese.

Successivamente alle elezioni, invece, come da procedura costituzionale, il 15 settembre il sovrano Abdullah II ha accettato le dimissioni del governo guidato dal primo ministro Bisher al-Khasawneh, un ex diplomatico che ha guidato l’esecutivo in carica del 2020, nominando come nuovo primo ministro il tecnocrate ed ex ministro della pianificazione Jafar Hassan.

Ad Hassan spetta adesso il compito di esplorare i termini di una maggioranza parlamentare – che potenzialmente potrebbe già disporre di oltre 100 seggi – e formare un nuovo governo. Nessun elemento di novità è atteso da questa fase esplorativa, essendo già certo che la linea di continuità delle formazioni centriste, liberali e tribali è assicurata dalla maggioranza assoluta dei voti che emerge dal computo collettivo dei seggi conquistati dai partiti tradizionalisti e dagli indipendenti, in larga parte espressione del voto tribale.

L’attuale governo resterà in carica pro tempore sino alla formazione e all’approvazione del nuovo governo designato da Jafar Hassan, il quale dovrà affrontare immediatamente due urgenti dossier. Il primo è quello sulla politica economica, cercando di arginare la pesante crisi che interessa da tempo il paese, e il secondo quello dell’impatto del conflitto a Gaza sulla politica giordana, interessata da una crescente ruolo delle forze di opposizione che chiedono a gran voce la revisione delle relazioni con Israele.

Hassan è uno stimato tecnocrate, laureatosi alla prestigiosa università statunitense di Harvard, al quale il sovrano ha specificamente chiesto di individuare soluzioni per portare avanti i grandi progetti infrastrutturali nei settori dell’energia e delle risorse idriche, che beneficiano di ampi contribuiti internazionali ma che hanno subito vistosi rallentamenti nell’esecuzione.

La crisi economica che interessa il paese, con oltre 50 miliardi di dollari di debito pubblico e che da oltre un decennio ha determinato una perdurante stagnazione, è conseguenza tuttavia anche delle sempre più instabili dinamiche degli equilibri regionali, caratterizzati dalla presenza di conflitti e profonde crisi anche nei paesi confinanti. Condizioni che hanno peraltro pesantemente colpito il settore del turismo, un tempo un elemento di primaria importanza dell’economia nazionale, che ha visto nel corso degli ultimi due anni un drastico calo delle presenze e dei conseguenti introiti.

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