Elezioni in Algeria nel solco della continuità e dell’immutabilità del sistema istituzionale guidato dai militari

Algeria France Diplomacy

Si sono tenute in Algeria il 7 settembre le elezioni presidenziali, caratterizzate dalla presenza di tre candidati: l’attuale presidente in carica, Abdelmajid Tebboune, l’ex giornalista Youcef Aouchiche e l’islamista Abdelaali Hassani Cherif.

Alla chiusura dei seggi, alle 20:00 di sabato, sono stati comunicati i dati dell’affluenza alle urne, che hanno fatto registrare come prevedibile una bassa affluenza (circa il 48%), sebbene in crescita rispetto al valore negativo record del 39,88% delle precedenti elezioni del 2019. Particolarmente bassa è stata anche l’affluenza alle urne degli algerini all’estero – meno di un milione, di cui oltre la metà in Francia – che ha fatto registrare poco meno del 19%.

La vittoria di Abdelmajid Tebboune era considerata scontata, così come poi confermato dall’Autorità Nazionale Indipendente per le Elezioni (ANIE), che ne ha sancito la vittoria la sera dell’8 settembre a conclusione dello speglio delle schede, con il 94,65%.

A dispetto del tentativo delle autorità di incentivare la partecipazione al voto, attraverso l’estensione dell’orario di chiusura dei seggi e la decisione di rendere gratuito il trasporto pubblico in occasione delle elezioni, anche in questa occasione la disaffezione della popolazione algerina rispetto al voto ha dimostrato di essere ancora profonda, soprattutto tra le generazioni più giovani, che costituiscono un terzo della popolazione del paese.

Il dibattito elettorale che aveva preceduto le elezioni si era dimostrato privo di qualsiasi reale elemento di interesse per la maggioranza degli algerini, mancando di contenuti sul piano degli obiettivi di politica economica, della promozione delle libertà individuali e soprattutto dell’apertura verso la possibilità di un sistema mediatico indipendente.

Come in occasione delle precedenti elezioni, l’assenza di alcuna reale prospettiva di mutamento di un sistema che resta immutato dal 1962 – anno dell’indipendenza del paese dalla Francia – le cui redini sono tenute dell’apparato militare attraverso il suo controllo sulla politica, ha scoraggiato la maggior parte degli elettori dal recarsi alle urne, convinti dell’impossibilità di mutamento del sistema istituzionale se non in presenza di reali strumenti di partecipazione attiva alla politica, e in particolar modo quelli della libera manifestazione del pensiero e della libertà di stampa.

Sebbene le urne abbiano confermato la vittoria di Tebboune per un secondo mandato, quindi, resta pressoché immutato il quadro sociale del paese, caratterizzato dalla disillusione dei più giovani e dal tentativo delle generazioni più anziane di optare per una soluzione di continuità idealmente capace di apportare almeno qualche modesto risultato in termini di politica economica.

Abdelmajid Tebboune è stato eletto per la prima volta nel dicembre del 2019, al culmine delle proteste giovanili del movimento Hirak che costrinsero l’apparato militare a far ritirare la candidatura dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, nel tentativo di sedare una minacciosa fase di malcontento che rischiava di tramutarsi in una più grave forma di dissenso verso le istituzioni. Grazie alle limitazioni imposte dalla gestione della pandemia, così come da una capillare azione repressiva, la portata e la capacità del movimento di protesta si è in breve tempo esaurita – anche in conseguenza della mancanza di una vera e propria leadership – permettendo ancora una volta al sistema istituzionale algerino di riassumere il controllo della situazione, pur nell’ormai insostenibile immobilismo che lo caratterizza.

I quattro anni del primo mandato del presidente Tebboune sono stati caratterizzati dal tentativo di rispondere almeno in parte al sempre più evidente malcontento della società algerina, cercando di operare correttivi nella politica economica che potessero incrementare l’occupazione e arginare il sempre più alto costo della vita. Misure che hanno tuttavia prodotto risultati modesti, nonostante il forte incremento dei prezzi degli idrocarburi in conseguenza dell’emergere del conflitto in Ucraina, e del contestuale accresciuto ruolo dell’Algeria nel rapporto di fornitura verso i paesi europei.

Ciò che è invece mancato del tutto è un qualsiasi tangibile mutamento sul piano delle libertà di espressione del pensiero politico e della libertà di stampa, dove si è anzi registrato un incremento della repressione verso le organizzazioni che hanno a più riprese espresso il proprio dissenso, verso la stampa e le organizzazioni della società civile.

Controproducente, in tal senso, è stata la decisione del governo di impedire di concorrere alle elezioni alla maggior parte dei candidati che avevano espresso la loro intenzione di partecipare, limitando a soli due nomi gli sfidanti di Tebboune. Due candidati, peraltro, che in alcun modo possono dirsi espressione tanto delle componenti giovanili quanto di quelle riformiste, incrementando in tal modo ulteriormente il senso di frustrazione e disillusione della gran parte dell’elettorato. Entrambi hanno evitato inoltre di sfidare il presidente e le istituzioni sui temi più importanti, limitandosi a quelli che nella maggior parte dei casi sono apparsi come meri slogan, privi di qualsiasi attrattiva.

Anche le elezioni presidenziali del 2024, quindi, hanno mostrato come la continuità del sistema istituzionale algerino sia ancora solidamente immutabile in conseguenza della solidità dell’apparato militare che la esprime e del sistema politico che ne rappresenta l’immagine esteriore, sebbene siano evidenti i segnali di un profondo malcontento che rischiano di esplodere nuovamente in forme più acute.

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