Un conflitto tra Israele ed Hezbollah potrebbe rivelarsi disastroso per entrambi, ma gli spazi di manovra per impedirlo sono esigui

Gallant E Austin

Il 25 giugno il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant si è recato negli Stati Uniti, dove ha incontrato il suo omologo Lloyd Austin, per discutere degli sviluppi della guerra a Gaza e del rischio di un’escalation con Hezbollah in Libano.

La posizione di Gallant ha cercato di sostenere la linea di condotta tenuta sino ad oggi dal governo israeliano, incentrata sulla necessità di eradicare la minaccia di Hamas, impedire ad Hezbollah di rappresentare un rischio per Israele sul fronte settentrionale e, più ad ampio raggio, contenere le ambizioni dell’Iran e soprattutto lo sviluppo del suo programma nucleare.

Sebbene l’intento di Gallant sia apparso sin da subito quello di esercitare pressioni sul governo statunitense al fine di ottenerne il pieno e incondizionato sostegno nella condotta delle proprie strategie di sicurezza, i toni degli scambi tra i due ministri della Difesa hanno evidenziato anche profonde divergenze, confermando i timori di Washington nel merito della possibilità di un’escalation regionale. A dispetto delle reciproche rassicurazioni e soprattutto del rinnovato impegno da parte degli Stati Uniti a sostenere le prerogative di sicurezza di Israele, è apparso in tutta evidenza come il timore di un possibile conflitto in Libano con Hezbollah venga considerato da Washington come una variabile potenzialmente fuori controllo, capace di coinvolgere l’Iran in modo diretto nell’ambito di un’escalation regionale e determinare una concreta minaccia per la stessa sicurezza di Israele.

Apparentemente risolta la questione relativa alla fornitura delle munizioni, e in particolar modo delle bombe d’aereo da 2.000 e 500 libbre necessarie per la continuità delle operazioni militari in corso, il ministro della Difesa israeliano ha cercato di rafforzare la necessità di una cooperazione con gli Stati Uniti nell’ambito della più ampia dimensione della minaccia rappresentata dall’Iran. In tale dimensione, tuttavia, la posizione di Washington si è dimostrata molto cauta, sollevando non pochi timori per la possibilità di un allargamento del conflitto in corso e cercando di indurre Israele a scongiurare ogni ipotesi di conflitto con Hezbollah in Libano, che rappresenterebbe con ogni probabilità l’avvio di un’escalation.

Gli Stati Uniti non hanno esitato a mettere in guardia Israele anche nel merito delle proprie effettive capacità militari di poter sostenere un’ipotesi bellica di tale natura, ricordando come l’accresciuta capacità militare di Hezbollah – grazie all’Iran – potrebbe seriamente compromettere le strutture della difesa aerea e anti-missilistica israeliana saturando facilmente la capacità soprattutto dell’Iron Dome.

Mentre il governo israeliano cerca di spingere in direzione della necessità di prevenire la minaccia dell’Iran, quindi, quello statunitense lancia al contrario a Tel Aviv un preciso monito proprio su questo, invitandola a considerare la portata e i rischi di un conflitto che possa prevedere il coinvolgimento della Repubblica Islamica, che Washington intende scongiurare ad ogni costo.

Sebbene le posizioni di Yoav Gallant e quelle del primo ministro Benjamin Netanyahu siano state spesso confliggenti, e caratterizzate non di rado da critiche verso il primo ministro, sarebbe erroneo ritenere che Gallant sostenga posizioni diverse da Netanyahu nel merito del conflitto a Gaza e del possibile confronto con Hezbollah. Lo scopo della visita a Washington di Gallant deve quindi con ogni probabilità essere ricondotto nel solco di un tentativo del tutto personale del ministro della Difesa di rinsaldare in modo autonomo i rapporti con gli Stati Uniti, distanziarsi ancor di più dal primo ministro nel merito soprattutto delle complesse dinamiche di politica interna, ma al tempo stesso sollecitare il sostegno degli Stati Uniti in funzione degli obiettivi strategici di Israele.

Anche Gallant, tuttavia, quando ha espresso il proprio pensiero nel merito di un possibile scontro con Hezbollah, non ha espressamente fatto riferimento all’ineluttabilità di un evento del genere, affermando al contrario che Israele non desidera un conflitto in Libano ma è comunque pronta a sostenerlo e infliggere gravi perdite all’avversario. Una posizione certamente più cauta e pragmatica di quella che emerge dal più ampio dibattito israeliano, dove più volte nel corso delle ultime settimane soprattutto il primo ministro Netanyahu si era espresso nel merito della possibilità di un attacco al Libano come pressoché certa e imminente.

Allo stesso tempo, la stampa e i commentatori israeliani lasciano trasparire come all’interno delle forze armate il prolungarsi del conflitto a Gaza e la possibilità di una sua espansione abbia generato diffusi malumori, con l’affermarsi della convinzione che una soluzione politica che preveda il rilascio degli ostaggi a fronte della cessazione delle ostilità sia preferibile a qualsiasi ipotesi di prosecuzione del conflitto.

Questo non esclude la possibilità di un’escalation in Libano, ma ne emerge un quadro che ancora una volta evidenzia i delicati equilibri di un governo in precaria stabilità, caratterizzato da un’agenda strettamente personale del primo ministro, una fragile maggioranza spesso sotto scacco delle frange più estreme e un diffuso malcontento sociale che non cessa di esprimersi attraverso manifestazioni continue di protesta e richieste di dimissioni per Netanyahu.

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