Le dimissioni dell’inviato speciale dell’ONU Bathily in Libia e la resilienza degli interessi politici ostili alla transizione

Bathily

Il 16 aprile scorso si è dimesso dall’incarico l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Abdoulaye Bathily, annunciando pubblicamente alla stampa la propria decisione poco dopo averla comunicata al Consiglio di Sicurezza. Era stato nominato nell’incarico solo diciotto mesi fa, nel settembre del 2022, dopo le dimissioni del suo predecessore Jan Kubis.

La scelta di Bathily è stata motivata come una conseguenza dell’impossibilità per l’ONU di poter sostenere con successo il processo di transizione politica che l’organizzazione internazionale stava da tempo cercando di favorire nel paese, e l’ex inviato speciale ha voluto precisare che tale impossibilità è stata determinata dalla volontà dei diversi attori politici libici di porre i propri interessi e le proprie ambizioni personali al di sopra dell’interesse collettivo, frustrando qualsiasi iniziativa dell’ONU.

Bathily ha definito senza mezzi termini come priva di “buona fede” la posizione dei principali esponenti della politica nazionale, rendendo vana ogni iniziativa dell’ONU ed escludendo la possibilità di qualsiasi soluzione alternativa alla mera continuità dell’attuale fase politica, che nella sua caotica instabilità rappresenta il terreno per la continuità degli interessi personali dei singoli, a danno della stabilità del paese.

Particolarmente frustrante per Bathily, dopo ormai quasi due anni di continue iniziative sistematicamente boicottate dalle parti, è stata la necessità di rinviare la conferenza di riconciliazione nazionale, inizialmente prevista per il 28 aprile e oggi rimandata a tempo indeterminato, in un generale disinteresse che dimostra come le iniziative delle Nazioni Unite abbiano determinato più malcontento che aspettative nell’ambito della sempre più polarizzata cornice politica della Libia.

Le critiche espresse da Bathily sono chiare. Sebbene nel paese da tempo sia tornata una relativa calma, questa non è stata funzionale alla ripresa del dialogo nazionale e all’avvio del necessario processo di transizione per organizzare le auspicate elezioni, determinando al contrario un congelamento degli equilibri di forza delle diverse fazioni. Condizione che ha cristallizzato i molteplici interessi dei diversi attori politici, che nel corso del tempo hanno consolidato le proprie sfere di potere individuale, alle quali oggi non sono disposti a rinunciare avviando un imprevedibile percorso di transizione verso elezioni che potrebbero sovvertire lo status quo.

La rete degli interessi politici individuali, inoltre, è strettamente legata ad un variegato quadro di interessi paralleli che transitano attraverso il controllo dell’economia, la corruzione, la gestione delle diverse milizie che controllano in modo disorganico soprattutto la Tripolitania e, non ultimo, i profondi legami con la criminalità organizzata, che in Libia gestisce traffici di ogni genere.

Un insieme di rendite di posizione che ha permesso l’emergere di veri e propri feudi politici, saldamente arroccati alle proprie sfere di interesse e indisponibili verso qualsiasi formula di mutamento dell’attuale equilibrio. Un quadro in tal modo alquanto rigido entro cui cercare, per l’ONU, di favorire un processo di transizione, e plasmato nel corso del tempo da una postura politica verso Bathily caratterizzata al tempo stesso da una disponibilità di facciata e dal contestuale sistematico siluramento indiretto di qualsiasi iniziativa.

Bathily ha definito l’atteggiamento dei leader politici libici come animato da una “determinazione egoistica” finalizzata alla difesa dei propri interessi individuali, perpetuato in modo subdolo attraverso l’adozione di sistematiche manovre volte ad impedire il processo di transizione mediante espedienti di natura politica e amministrativa. In particolar modo le critiche di Bathily sono dirette verso le cinque figure chiave del potere libico che l’inviato speciale dell’ONU aveva spesso descritto come i “big five”: il generale Khalifa Haftar, Mohammed Takala, Mohamed al-Menfi, Aguila Saleh e Abdul Hamid Dbeibah. Cinque figure politiche alle quali l’ONU non riesce ad offrire alcuna prospettiva di incentivo attraverso di processo di transizione, che al contrario nel limiterebbe fortemente l’attuale capacità di controllo del sistema politico e dell’economia nazionale.

Le dimissioni di Bathily dimostrano in tal modo come il ruolo dell’inviato speciale dell’ONU in Libia sia divenuto nel corso del tempo frustrante e privo di reali prospettive. Nel 2020 si dimise Ghassam Salame, dopo due anni di mandato e ufficialmente per motivi di salute, sebbene esternando il profondo disappunto per come le iniziative del processo di transizione fossero state sistematicamente contrastate tanto dagli attori locali quanto da influenze esterne. Gli successe Jan Kubis, che a sua volta rassegnò le dimissioni nel 2021 senza specificarne chiaramente le ragioni, sebbene anche in questa occasione fu chiaro come queste fossero state determinate dall’impossibilità di ottemperare al mandato conferito.

Resta adesso da comprendere come e se le Nazioni Unite intendano perseguire nell’impegno assunto in Libia, nominando un nuovo rappresentante speciale, che, secondo alcuni, potrebbe essere identificato in questa fase in Stephanie Koury, attualmente vico capo della missione ONU in Libia, che assumerebbe l’incarico ad interim in attesa di nuove linee direttive da parte del Consiglio di Sicurezza.

Ciononostante, nessuna ipotesi di sostituzione sembra disporre in questa fase di alcuna possibilità di mutare l’attuale quadro di stasi politica del paese, così come di variare in senso migliorativo la capacità dell’inviato speciale dell’ONU.

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