Il 29 gennaio le autorità militari dell’Hayat Tahrir al-Sham (HTS) hanno annunciato di aver disposto la sospensione della Costituzione, lo scioglimento delle forze armate e del parlamento e il dissolvimento del partito Ba’ath. Sono state sospese anche tutte le leggi eccezionali adottate dal 2011 ad oggi per fronteggiare la guerra civile e disciolte le organizzazioni paramilitari e di sicurezza del deposto regime di Bashar al-Asad, in funzione dell’esigenza di creare una nuova organizzazione unitaria per la sicurezza nazionale, che andrà ad inglobare tuttavia numerosi dei funzionari delle pre-esistenti organizzazioni dell’apparato della Difesa e dell’intelligence.
I provvedimenti sono stati adottati nell’ambito di una riunione che il governo di transizione ha organizzato a Damasco con i vertici di tutte le principali formazioni armate che hanno contribuito alla caduta del regime di al-Asad, dove è stato anche stabilito che Ahmad al-Sharaa, che ha guidato il paese come presidente di fatto dall’8 dicembre scorso, venga formalmente riconosciuto come presidente della fase di transizione.
Un provvedimento che muta nella forma, ma non nella sostanza, il ruolo del leader dell’HTS, al quale è stato chiesto di formare un consiglio legislativo per la gestione politica del paese sino alla promulgazione della nuova costituzione e alle elezioni che dovranno eleggere i futuri vertici istituzionali.
Al-Sharaa, nel suo discorso ai vertici militari, ha richiamato all’esigenza di stabilizzare il paese dopo la grave crisi politica e militare degli ultimi 14 anni, ricostruire la sua infrastruttura economica e ristabilirne il ruolo internazionale in un contesto molto diverso rispetto a quello in cui il regime di Bashar al-Asad aveva collocato la Siria. Il riconoscimento internazionale delle nuove autorità di governo, inoltre, è propedeutico alla rimozione delle molte sanzioni che ancora interessano il paese, delle quali al-Sharaa ha più volte auspicato una rapida cancellazione.
Le nuove autorità di governo della Siria sono ben consce del pesante fardello di reputazione che grava tanto sulla figura di al-Sharaa quanto sulla compagine dell’HTS, in conseguenza della precedente affiliazione jihadista e dei legami con alcune delle più temibili organizzazioni terroristiche della galassia islamista. A tal fine hanno avviato da tempo una costante serie di iniziative volte a dimostrare alla comunità internazionale un radicale mutamento delle proprie posizioni, collocando soprattutto la Siria al di fuori del tradizionale sistema di alleanze regionali che la caratterizzavano come proxy dell’Iran e alleata della Russia.
Uno sforzo che è stato accompagnato anche dal tentativo di assicurare il pluralismo religioso ed etnico all’interno del complesso mosaico della società siriana, pur nella difficile situazione di una fase post-conflittuale caratterizzata ancor oggi da un vasto frazionamento del controllo territoriale tra le diverse e spesso confliggenti fazioni che hanno combattuto il regime di Bashar al-Asad.
Sebbene numerosi quanto tangibili siano stati i progressi compiuti, le autorità di transizione siriane non riescono ancora a godere del pieno sostegno della comunità internazionale, che osserva l’evoluzione della ripresa istituzionale del paese con occhio vigile quanto critico, valutando l’effettiva concretezza dei propositi espressi dalle nuove autorità di governo.
Gli sforzi di Ahmad al-Sharaa per convincere la comunità internazionale delle prerogative di mutamento democratico delle nuove istituzioni, tuttavia, si accompagnano a quelli paralleli per convincere anche la stessa popolazione siriana. Alauiti, drusi e curdi, in modo particolare, guardano con sospetto alle promesse di inclusività formulate dalle nuove istituzioni, mentre numerose comunità rifiutano di consegnare le armi nel timore di doverle impiegare in futuro per difendere le proprie prerogative e la propria sopravvivenza.
Ad alimentare ulteriormente tanto i timori della comunità internazionale quanto quelli della società siriana, inoltre, contribuisce l’incertezza relativa ai tempi della transizione democratica annunciata dalle nuove istituzioni.
Secondo al-Sharaa potrebbero essere necessari tra i tre e i quattro anni per approvare una nuova costituzione e procedere quindi con elezioni generali per l’elezione di un parlamento e un presidente. Tempi giudicati da molti come eccessivi, con il rischio di alterare gli attuali equilibri e far ripiombare il paese nell’instabilità.
Al tempo stesso, in molti sospettano che un intervallo di tempo così lungo sia strumentale al consolidamento dell’HTS come futura forza di governo, penalizzando invece l’affermazione di nuove organizzazioni politiche alternative ed eventualmente concorrenti. Non ultimo, resta da chiarire quali equilibri regoleranno le relazioni tra le formazioni curde nel nord-est del paese e quelle del governo di transizione. Le Forze Democratiche Siriane, espressione delle YPG, godono oggi di un’autonomia amministrativa e militare che la Turchia non intende consentire in futuro, ponendo per il governo di transizione il difficile compito di una mediazione costruita sull’offerta di garanzie e l’impossibilità di assicurare tuttavia il perdurare di una così estesa forma di autonomia amministrativa.


