RDC: falliscono i tentativi negoziali promossi dall’Angola, aprendo al rischio di una escalation regionale

Drcongo Unrest

Il 17 marzo governo della Repubblica Democratica del Congo ha annunciato l’intenzione di inviare propri delegati in Angola per partecipare ai negoziati promossi dal presidente Lourenco per cercare di definire un accordo di pace con le milizie del Movimento 23 Marzo (M23). Il presidente congolese Tshisekedi aveva sinora rifiutato qualsiasi interlocuzione con le milizie ribelli che hanno occupato buona parte del Nord e del Sud Kivu, dovendo tuttavia accettare la partecipazione al negoziato in conseguenza del consolidamento del ruolo del M23 nelle regioni orientali del paese.

Il giorno successivo, tuttavia, i rappresentanti dell’Alleanza del Fiume Congo (AFC), la piattaforma politico-militare che include le milizie del M23, hanno annunciato di non voler prendere parte agli incontri negoziali promossi dal governo dell’Angola. Il portavoce del M23, Lawrence Kanyuka, ha affermato che la decisione di boicottare i colloqui di Luanda è stata presa in conseguenza del tentativo dell’Unione Europea di sabotare il processo di pace nel paese, riferendosi alle recenti sanzioni disposte contro l’AFC e i suoi membri. Ulteriore elemento definito come ostativo alla partecipazione è la ripresa dell’offensiva militare delle forze congolesi nelle regioni orientali del paese. La notizia della mancata partecipazione ai colloqui da parte dell’AFC è giunta mentre la delegazione di Kinshasa era già arrivata a Luanda per partecipare ai colloqui del giorno successivo.

Diversi fattori hanno contribuito a determinare il fallimento del tentativo negoziale dell’Angola, sebbene il principale appaia in questa fase l’apparente percezione vantaggio che il M23 ritiene di aver conseguito sul campo nella sua ultima offensiva militare, che contente adesso di esercitare un ruolo senza precedenti nelle dinamiche del conflitto regionale congolese.

L’M23, un gruppo ribelle formatosi nel 2012, è stato inizialmente sconfitto nel 2013 ma è tornato ad essere un attore centrale del conflitto nel 2021, riprendendo il controllo di ampie porzioni del Nord Kivu. Il governo angolano, nell’ambito del mandato ricevuto dalla Comunità dell’Africa Orientale (EAC) e della Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (ICGLR), ha cercato di mediare i colloqui per facilitare una soluzione pacifica. Tuttavia, la complessa rete di interessi regionali e le divergenze interne hanno sistematicamente ostacolato il processo.

Il governo di Kinshasa ha assunto una posizione rigida durante i negoziati, rifiutando concessioni significative all’M23, che viene percepito come un gruppo terroristico al servizio di interessi stranieri, in particolare del Ruanda. Il presidente Félix Tshisekedi ha insistito sulla necessità di un disarmo incondizionato dei ribelli e del loro reintegro nella società civile senza trattative dirette sulle richieste politiche del movimento. Questa postura ha reso difficile trovare compromessi accettabili per entrambe le parti.

Uno degli elementi più critici del fallimento negoziale, inoltre, è rappresentato dal coinvolgimento del Ruanda nel sostegno all’M23. Kigali ha sempre negato il proprio appoggio diretto ai ribelli, ma numerosi rapporti delle Nazioni Unite e fonti indipendenti indicano una presenza di almeno 4.000 soldati ruandesi nelle regioni orientali della RDC, fornendo supporto militare e logistico al gruppo. La presenza di forze ruandesi sul territorio congolese e le accuse reciproche tra Kinshasa e Kigali hanno reso la mediazione angolana ancora più complessa, così come la mancanza di progressi nelle relazioni diplomatiche tra RDC e Ruanda ha aggravato ulteriormente la situazione.

Nonostante l’Angola sia un attore diplomatico influente nella regione, la sua mediazione non è riuscita a creare le condizioni necessarie per un dialogo produttivo. La mancanza di un efficace meccanismo di monitoraggio degli accordi preliminari e l’assenza di garanzie concrete per entrambe le parti hanno minato la credibilità dei negoziati. Inoltre, l’Angola si è trovata a mediare tra due posizioni inconciliabili, senza un reale potere di coercizione per far rispettare eventuali compromessi.

Parallelamente ai negoziati, il conflitto sul campo è proseguito con intensità. L’M23 ha continuato a consolidare il controllo su importanti centri strategici nel Nord Kivu, rafforzando la propria posizione negoziale. Le forze armate della RDC (FARDC), supportate da gruppi armati locali e dalla missione dell’ONU (MONUSCO), hanno lanciato diverse offensive senza però riuscire a ottenere risultati concreti. Questa dinamica ha ridotto la pressione sull’M23 per accettare un accordo, rafforzandone la determinazione a ottenere concessioni politiche e territoriali.

L’incapacità di raggiungere un accordo presenta quindi oggi diverse implicazioni. In primo luogo è presumibile che il M23 intenda intensificare le proprie operazioni militari, cercando di espandere ulteriormente il controllo sulle regioni del Nord e Sud Kivu. Se questo scenario dovesse verificarsi, il Ruanda e l’Uganda, già coinvolti indirettamente, potrebbero essere trascinati più profondamente nel conflitto, aumentando il rischio di uno scontro interstatale e di una escalation regionale.

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