L’incerto futuro della presenza militare russa nella Siria post Bashar al-Asad

Russia Siria

La caduta del regime di Bashar al-Asad ha determinato numerosi interrogativi per la Russia nel merito della possibilità di dare continuità agli accordi di cooperazione militare con la Siria, soprattutto con riferimento a quelli che garantiscono l’uso delle basi navali e aeree nel paese.

La presenza militare russa in Siria ha origini antiche, che risalgono agli anni Settanta dello scorso secolo, quando le forze navali dell’Unione Sovietica abbandonarono l’Egitto, trasferendo nel porto siriano di Tartus e nell’aeroporto di Khmeimim le proprie attività. Le basi, cresciute nel corso del tempo, sono state trasferite alla Federazione Russa all’atto della dissoluzione dell’URSS, nel 1991, entrando poi in una fase di temporaneo declino. Nel 2005, invece, grazie soprattutto alla cancellazione di buona parte del debito siriano verso la Russia, il governo di Damasco concesse alla Russia di ampliare la base di Tartus e favorire nuovamente la crescita della presenza navale di Mosca nel Mediterraneo.

Le basi russe di Tartus e Latakia costituirono il principale polo logistico all’interno del quale avvenne poi l’ingresso del personale militare accorso a sostenere il regime siriano dopo lo scoppio della guerra civile del 2011, cui seguì l’apertura di 3 ulteriori basi di ampie dimensioni e 18 minori nel nord del paese, oltre a 93 più piccoli avamposti.

Nel gennaio del 2017 un nuovo accordo fu firmato tra il governo russo e quello siriano, con la previsione di una ulteriore espansione del perimetro delle basi e la fissazione di un termine temporale di 49 anni di utilizzo a titolo gratuito e garanzia di extraterritorialità, mentre il ministero della Difesa russo annunciò la formazione di gruppi permanenti nel paese.

La rapida evoluzione della crisi siriana, che tra la fine del mese di novembre e i primi del mese di dicembre del 2024 ha portato alla repentina caduta del regime di Bashar al-Asad, ha tuttavia determinato una profonda trasformazione del ruolo russo in Siria.

Dopo intensi bombardamenti aerei e missilistici condotti dalle forze russe presenti nelle basi siriane nel tentativo di difesa del regime, all’indomani della vittoria delle forze di opposizione la minaccia di azioni ostili contro le installazioni navali e aeree ha spinto la Russia ad evacuare rapidamente le cinque navi e il sommergibile presente nel porto di Tartus. È stato contestualmente ridotto considerevolmente il numero degli aerei dislocati nella base di Khmeimim, avviando anche il rapido abbandono delle basi settentrionali, di fatto trovatesi in breve tempo in territori sotto l’integrale controllo delle formazioni ribelli e senza alcun supporto da parte delle forze governative.

Al tempo stesso, le nuove autorità politiche di transizione della Siria, guidate dalle formazioni dell’Hayat Tahrir al-Sham (HTS), nel veicolare una nuova narrativa conciliatoria tanto sul piano nazionale quanto a livello internazionale, hanno palesemente indicato la volontà di rescindere il forte legame che il deposto regime aveva instaurato con la Russia, l’Iran e l’Hezbollah libanese, imponendo alle forze russe una cautelativa ulteriore riduzione della propria presenza in Siria, pur nell’attesa di chiarire formalmente con il nuovo governo di Damasco quantomeno il destino delle basi di Tartus e Khmeimim.

Fonti siriane, di difficile verifica allo stato attuale, hanno riferito di colloqui con la Russia finalizzati a concedere un periodo di 75 giorni entro i quali smobilitare completamente la propria presenza nel paese, mentre al tempo stesso fonti ufficiali del governo russo hanno riferito di colloqui informali che, nella percezione russa, si sarebbero conclusi con un’assicurazione di fatto della possibilità di mantenere vigenti gli accordi del 2019.

Le aspettative del governo russo, tuttavia, sembrano essere state ulteriormente frustrate il 16 dicembre dalle affermazioni Obeida Arnaout, portavoce del dipartimento politico delle nuove autorità siriane di transizione, che ha apertamente invitato la Russia a riconsiderare la propria presenza militare nel paese all’indomani del mutato orientamento politico del paese.

Nel mentre, un’imponente operazione logistica è stata lanciata dal ministero della Difesa di Mosca per avviare il trasferimento degli equipaggiamenti militari presenti in Siria, attraverso un ponte aereo e navale – tuttora in corso – che ha trasferito la gran parte degli assetti in direzione di basi ubicate sul territorio russo e una parte minoritaria – ancora una volta secondo fonti di difficile conferma – in direzione della Libia orientale.

Da tempo, infatti, il governo russo ha avviato un forte potenziamento della propria capacità militare nelle regioni della Cirenaica, in virtù del consolidato rapporto con il generale Khalifa Haftar, mentre sempre più insistenti si fanno le voci di nuovi negoziati atti a favorire l’apertura di una base navale russa nel porto libico di Bengasi.

La perdita del porto di Tartus e dell’aeroporto di Khmeimim, infatti, determinerebbero la forte riduzione della capacità navale della Russia nel Mediterraneo, imponendosi la necessità di individuare una nuova controparte regionale con la quale definire la possibilità di sviluppo di basi logistiche sostituive di quelle siriane. Le relazioni della Russia nella regione, tuttavia, riducono a soli due paesi – l’Algeria e la Libia orientale – la rosa delle possibili alternative alla definitiva perdita delle basi in Siria.

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