Le tensioni politiche tra Algeria e Francia per l’arresto di intellettuali e influencer derivano in realtà da ragioni più profonde

Algeria Francia

L’attivista politico algerino Abdelouakil Bellam è stato arrestato il 6 gennaio dai funzionari dalla Sicurezza Interna – uno dei tre apparati dell’intelligence – e sottoposto ad un’indagine condotta dal tribunale di Cheraga. Il mandato di detenzione temporanea, spiccato dal giudice che coordina le indagini, si riferisce ad accuse connesse a reati di terrorismo, e più precisamente alla diffusione di notizie “false e malevole” – secondo quanto dichiarato dalla Direzione Generale della Sicurezza Interna – attraverso il proprio profilo social su Facebook. Bellam è un attivista ben noto nel paese per le sue feroci critiche contro il governo, mentre le autorità lo accusano di essere legato a una rete terroristica straniera, a favore della quale avrebbe diffuso informazioni false al fine di “minare la sicurezza e l’ordine pubblico”.

Pochi giorni dopo l’arresto di Bellam, invece, le autorità giudiziarie francesi hanno disposto il 9 gennaio l’arresto del cittadino algerino Boualem Naman, poi espulso dal paese. Questi, un influencer noto con il nome di Doualem, è stato accusato dalle autorità francesi di aver diffuso attraverso la rete internet incitazioni all’odio e alla violenza contro gli oppositori del governo algerino, subendo poco dopo un provvedimento di espulsione dal territorio francese. Al suo arrivo all’aeroporto di Algeri, tuttavia, le autorità del paese hanno respinto il suo ingresso in conseguenza di un mandato di espulsione non riconosciuto, disponendo il rientro in Francia di Naman, dove è stato posto nuovamente agli arresti per un ulteriore periodo di 26 giorni, determinando una crisi diplomatica tra i due paesi. Altri quattro influencer algerini, inoltre, sono stati arrestati nei giorni successivi, con le medesime accuse, restando anch’essi in attesa di un provvedimento di espulsione.

I casi di Bellam e Naman seguono invece di alcuni mesi quello dell’arresto in Algeria dello scrittore franco-algerino Boualem Sansal, notoriamente critico verso il vertice politico del paese e accusato dalle locali autorità di “attentato alla sicurezza”. Lo stesso presidente Abdelmajid Tebboune è intervenuto sull’argomento, definendo lo scorso dicembre Sansal come un “impostore inviato dalla Francia” al fine di destabilizzare l’ordine pubblico del paese. Sansal è stato arrestato poco dopo il suo arrivo in Algeria con l’accusa di aver espresso commenti “sovversivi” nel corso di una trasmissione televisiva cui aveva preso parte in Francia, e perseguito in base all’art. 87/bis del Codice Penale algerino in materia di atti terroristici o sovversivi dell’ordine costituzionale e della sicurezza dello Stato.

Questa escalation di tensione tra l’Algeria e la Francia, tuttavia, condotta attraverso la condanna delle esternazioni di esponenti del mondo culturale e della comunicazione di massa, nasconde in realtà una più profonda e articolata dimensione politica, determinata dal progressivo quanto costante deteriorarsi del rapporto bilaterale.

Tanto ad Algeri quanto a Parigi la stampa non fa mistero del fatto che le tensioni determinate dagli arresti degli influencer siano collegate alle posizioni sempre più divergenti dei due paesi nel merito del rapporto bilaterale e della politica regionale. La Francia ha riconosciuto la scorso luglio un piano di autonomia per la regione del Sahara Occidentale, sebbene all’interno della sovranità marocchina, determinando lo sdegno e la decisa condanna da parte dell’Algeria, che accusa il presidente Macron di aver consumato l’atto finale del tradimento francese verso la sua ex colonia.

Numerosi esponenti del sistema politico algerino ritengono che questo ulteriore peggioramento delle relazioni con la Francia sia dovuto alla sempre maggiore affermazione politica delle formazioni di destra, cui sarebbero imputabili anche le politiche di contrasto all’immigrazione, che colpiscono soprattutto i cittadini algerini. Al tempo stesso, tuttavia, anche le formazioni dell’area politica del governo Macron non risparmiano critiche all’Algeria e ne evidenziano la sempre più accentuata deriva anti-francese, come ha affermato il ministro dell’Interno Retailleau, che, commentando la questione relativa all’espulsione e al respingimento di Naman, ha definito l’episodio come un tentativo dell’Algeria di umiliare la Francia.

A dispetto delle recenti tensioni e delle questioni connesse al Sahara Occidentale e al Marocco, tuttavia, la natura della crisi tra Algeria e Francia sembra avere radici ben più profonde, che affondano nella mancata definizione di un reale processo di riconciliazione post-coloniale, nel perdurante rifiuto da parte della Francia di avviare una rilettura critica del proprio ruolo nel paese – prima e dopo la l’indipendenza – e dall’altra l’incapacità del sistema politico algerino di evolvere in direzione di un processo di trasformazione democratica, superando l’ormai insostenibile sopravvivenza del sistema di potere dell’apparato militare e delle formazioni politiche affermatesi nella guerra civile.

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