La vittoria di Masoud Pezeshkian alle elezioni presidenziali dell’Iran

Masoud Pezeshkian 1

Il voto di ballottaggio per le elezioni presidenziali iraniane, tenutosi lo scorso 5 luglio, si è concluso con la vittoria del candidato riformista Masoud Pezeshkian sul rivale ultraconservatore Saeed Jalili, determinando dopo quasi vent’anni il ritorno del campo riformista alla guida del paese.

Le elezioni del 2024 sono state caratterizzate da numerose sorprese e da una dinamica alquanto particolare, che dimostra come e quanto il dibattito politico sia evoluto e sia polarizzato, trasformandolo profondamente.

Il primo elemento di interesse in tale dinamica è dato dalla cocente sconfitta al primo turno del candidato conservatore principalista Qalibaf, dato sin dall’inizio come il vero favorito delle elezioni, che ha subito al contrario il contraccolpo della disaffezione dal voto anche di quella parte di elettori che sostengono l’area tradizionalista del sistema conservatore.

Il secondo elemento è invece rappresentato dalla dinamica dell’affluenza alle urne, che ha fatto registrare al primo turno il minimo storico dell’esperienza iraniana nelle elezioni presidenziali, fortemente polarizzando il voto in direzione degli estremi ideologici e portando ad una sfida di ballottaggio tra il riformista Pezeshkian e l’ultraradicale Jalili. Tale polarizzazione ha tuttavia favorito un incremento dell’affluenza alle urne al secondo turno del 10% circa (raggiungendo quasi il 50% degli aventi diritto), anche in questo caso determinando il ribaltamento dei tradizionali andamenti delle elezioni, caratterizzati il più delle volte da un calo di partecipazione al secondo turno.

Il terzo elemento è invece quello della capacità di Masoud Pezeshkian, un riformista di secondo piano e perlopiù sconosciuto soprattutto alle componenti giovanili del paese, di affermarsi contro Saeed Jalili, ottenendo la vittoria elettorale con il 53,66% delle preferenze.

Una vittoria costruita tuttavia attraverso una breve campagna elettorale che ha puntato tutto sulla necessità per il paese di impedire il rischio di un’amministrazione ultraradicale, letteralmente demonizzando Jalili e le sue proposte elettorali e sfruttando al meglio l’evidente spaccatura all’interno del fronte conservatore, dove le formazioni principaliste e quelle ultraradicali sono entrare in rotta di collisione favorendo un travaso di voti dei primi in direzione del fronte riformista.

Si apre in tal modo il mandato del nono presidente della Repubblica Islamica, che in campagna elettorale ha promesso di riaprire al dialogo con i paesi occidentali sul programma nucleare, di alleviare il peso delle sanzioni internazionali sull’economia e di attuare riforme per alleggerire le pesanti norme sociali imposte alla società iraniana. Impegni difficili, che dovranno essere gestiti in un contesto politico caratterizzato da un parlamento controllato a maggioranza dalle forze ultraradicali e ostili al governo, che Pezeshkian dovrà cercare di gestire attraverso un esercizio di diplomazia e pragmatismo cercando di favorire soprattutto, nei limiti del possibile, la definizione di piattaforme di comune interesse con una parte del fronte conservatore, con la Guida Suprema e con l’apparato di potere non elettivo della Repubblica Islamica.

L’insediamento del nuovo governo è previsto adesso per la prima metà del mese di agosto, quando sarà presentata la rosa dei ministri e il nuovo esecutivo dovrà definire i fondamentali della strategia di governo, che si preannunciano complessi sul piano dell’armonia politica parlamentare.

L’elezione di Masoud Pezeshkian ha tuttavia scaturito enormi aspettative tanto all’interno del paese quanto sul piano internazionale, dove la presenza di un governo a guida riformista viene accolta positivamente soprattutto nella prospettiva di una riduzione delle tensioni regionali mediorientali, che hanno raggiunto ormai un pericoloso limite soprattutto nella possibilità di un allargamento del conflitto a Gaza anche in direzione del Libano.

Per quanto le prerogative del presidente iraniano siano limitate nel merito delle strategie di politica estera e di sicurezza, elevate sono le aspettative per una ripresa del dialogo sul programma nucleare, che potrebbe fungere da moltiplicatore virtuoso anche sul piano delle dinamiche della sicurezza regionale, offrendo reali incentivi all’Iran per una più concreta collaborazione finalizzata alla mitigazione delle tensioni.

La vera incognita della nuova amministrazione sarà tuttavia sul piano delle dinamiche di politica interna, dove il fronte ultraconservatore si accinge visibilmente ad ostacolare i progetti del presidente, forte soprattutto della loro accresciuta capacità politica conquistata attraverso la netta spaccatura del fronte conservatore, dove le forze principaliste, un tempo maggioritarie, rappresentano oggi l’ala di minoranza.

Al tempo stesso resta estremamente volatile la tenuta sociale del paese, già scosso dalle proteste dello scorso anno in conseguenza della morte di Masha Amini, dove un’azione troppo incisiva delle forze ultraradicali nel contrastare il nuovo governo – soprattutto sui temi delle politiche sociali ed economiche – potrebbe portare in breve tempo al riemergere di moti di protesta.

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