La vittoria di Bassirou Diomaye Faye alle presidenziali del Senegal e le prospettive della politica nazionale

Faye

La vittoria di Bassirou Diomaye Faye alle elezioni presidenziali del Senegal, per quanto atteso fosse un risultato importante del candidato d’opposizione, ha stupito l’opinione pubblica del paese avendo per la prima volta condotto alla vittoria di un candidato al primo turno elettorale, consacrando in tal modo l’affermazione del più giovane presidente del continente africano.

Faye, ex funzionario dell’ispettorato fiscale ed esponente politico del disciolto partito Patrioti Africani del Senegal per il Lavoro, l’Etica e la Fraternità (PASTEF), era stato incarcerato nel mese di aprile del 2023 con accuse pretestuose, che non avevano mai trovato riscontro senza condurre quindi a una condanna, permettendogli, pur ancora durante la detenzione, di assumere la leadership dell’opposizione come candidato indipendente di opposizione al posto dell’amico e collega Ousmane Sonko, anch’egli agli arresti.

Il tentativo dell’ex presidente Macky Sall di manipolare il sistema politico attraverso uno slittamento delle elezioni al prossimo dicembre e l’incarcerazione dei suoi principali oppositori era apparso fallito all’inizio dell’anno, quando la Corte Costituzionale del Senegal aveva imposto il rispetto dei termini elettorali e decretato l’eleggibilità di Faye, sulla scia di ingenti manifestazioni che per mesi avevano interessato le principali città del paese.

Sall, probabilmente temendo una futura incriminazione, aveva quindi ceduto di fronte alla portata del dissenso popolare e alla fermezza della Corte Costituzionale, confermando la scadenza naturale del proprio mandato, impegnandosi a tenere le elezioni e ordinando un’amnistia che ha portato solo dieci giorni prima delle elezioni Faye e Sonko nuovamente in libertà, sebbene con uno scarso margine temporale per organizzare la complessa campagna elettorale.

A dispetto di ogni difficoltà, Faye e Sonko sono riusciti in pochi giorni ad organizzare un’intensa campagna elettorale, limitata alle principali città ma che ha comunque permesso di raccogliere ulteriore consenso e condurre alla vittoria al primo turno, con il 54% dei voti.

La vittoria di Faye è emersa già in sede di spoglio, venendo di fatto riconosciuto vincitore dalla gran parte dei suoi avversari ben prima dell’annuncio ufficiale da parte della commissione elettorale. Pochi giorni dopo ha prestato giuramento come sesto presidente del Senegal e in modo inaspettato ha nominato Osumane Sonko alla carica di primo ministro, riconoscendo in tal modo al proprio mentore e amico il ruolo negatogli dalle pretestuose inchieste giudiziarie che gli avevano impedito di candidarsi alla presidenza.

L’avvio del nuovo governo Faye viene letta dalla stampa e dalla società senegalese come una fase del tutto nuova, prodotta da una svolta considerata epocale, che ha permesso di sconfiggere il consolidato potere di Macky Sall – per dodici anni alla guida del paese – e aprire idealmente in direzione di riforme che possano rilanciare l’economia nazionale, consolidare i principi democratici di governo e soprattutto affrancare il Senegal da quella che viene senza mezzi termini definita come la morsa del legame con la Francia.

Il programma politico di Faye e Sonko, infatti, non ha fatto misteri di voler smantellare il legame con Parigi sotto il profilo politico ed economico, ritenuto lo strumento di potere della Francia per esercitare la propria capacità di controllo sul sistema istituzionale del paese e sulle sue risorse economiche. Un legame che Faye denuncia come squilibrato e alterato da una visione neocoloniale della Francia, che il Senegal contesta e rifiuta, promettendo di attuare riforme importanti in ogni settore della gestione politica e industriale.

Ambizioni di ampio orizzonte, che con ogni probabilità dovranno adesso essere misurate con precisione e pragmatismo, soprattutto nel merito della riforma valutaria atta ad affrancarsi dal Franco CFA su scala regionale, e che potrebbe imporre al nuovo governo di Dakar di adottare una strategia più collaborativa con i partner africani.

Un ulteriore impegno che il nuovo presidente ha assunto con gli elettori è quello della lotta alla corruzione, nell’ambito del quale intende condurre indagini e adottare misure per arrestare il dilagante fenomeno. Il primo passo in questa direzione è stato quello di annunciare un audit nel settore della produzione di petrolio e gas naturale, per verificare lo stato dei contratti in essere con le compagnie straniere e determinare quanto e come il settore sia stato gestito attraverso pratiche illecite nel corso della precedente amministrazione.

Il presidente non ha ancora formato il nuovo governo e in conseguenza dell’annuncio dell’audit nel settore della produzione di petrolio e gas forte è l’interesse delle compagnie internazionali per conoscere il nome del futuro ministro dell’Energia, che con ogni probabilità apporterà significativi emendamenti soprattutto ai termini contrattuali delle compagnie straniere.

Non meno attesa, infine, la definizione delle nuove prerogative di politica estera, che potrebbero portare ad un irrigidimento del rapporto con la Francia e alla definizione di una più efficace politica regionale, che il presidente Faye ha più volte menzionato come una necessità strategica per gli interessi del Senegal.

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