Gli Stati Uniti, la Somalia e il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen hanno recentemente lanciato l’allarme per quella che definiscono come la crescente cooperazione tra il gruppo jihadista somalo dell’al Shabaab e le milizie di Ansarallah (gli Houthi) dello Yemen settentrionale.
A dispetto delle visioni religiose e ideologiche profondamente diverse, i due gruppi avrebbero avviato sin dal 2023 una fruttuosa collaborazione, costruita sul traffico d’armi e la gestione di flussi finanziari, che avrebbe determinato la possibilità per le milizie somale di ricevere armamenti più sofisticati.
Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal il 31 agosto, il principale intermediario di questa relazione sarebbe stato un somalo, Jibril Yahya Ali (conosciuto anche come “One Armed”), che, sposato con una donna yemenita, avrebbe favorito sin dal 2023 una crescente cooperazione tra l’al Shabaab e gli Houthi, consentendo l’acquisto di droni, esplosivi ed equipaggiamenti di moderna concezione per l’al Shabaab, unitamente a programmi intensivi di addestramento che avrebbero interessato almeno un centinaio di miliziani del gruppo jihadista somalo (sino a quattrocento, secondo altre fonti).
Il finanziamento di queste operazioni, da parte somala, sarebbe avvenuto attraverso il potenziamento delle attività di estorsione e soprattutto dando un nuovo impulso alle operazioni di pirateria marittima al largo delle coste del Puntland e del Somaliland, come dimostrato dal vertiginoso aumento del numero dei sequestri nel corso degli ultimi mesi.
Jibril Yahya Ali è stato successivamente ucciso in Yemen lo scorso febbraio, nel corso di un bombardamento condotto dalle forze statunitensi, ma la cooperazione militare ed economica tra l’al Shabaab e gli Houthi è continuata, alimentata anche dalla contestuale evoluzione delle dinamiche politiche regionali.
Il riconoscimento da parte di Israele della sovranità del Somaliland, infatti, ha determinato l’incremento della presenza dei funzionari di Tel Aviv nella regione, spingendo gli Houthi a ricercare una sempre maggiore cooperazione con l’al Shabaab.
Numerosi analisti israeliani e statunitensi ritengono che questa strategia di penetrazione degli Houthi nel continente africano (in Somalia quanto in Sudan) sia parte di un più ampio sforzo coordinato dall’Iran al fine di espandere la rete delle capacità del cosiddetto “asse della resistenza”.
Il legame diretto tra l’Iran e l’attività degli Houthi in Africa orientale, tuttavia, è più difficile da dimostrare, lasciando presupporre che l’iniziativa sia in realtà principalmente guidata da una strategia concepita e gestita dagli Houthi nell’ambito di un prevalente interesse individuale di Ansrallah per incrementare la propria egemonia regionale.
Circostanza che con ogni probabilità non viene osteggiata – e probabilmente incoraggiata – dall’Iran, con l’obiettivo di ampliare la sfera delle capacità di quei gruppi con i quali condivide le proprie prerogative di visione strategica. Molti di questi, pur aderendo in linea di principio alle prerogative del cosiddetto “asse della resistenza”, perseguono obiettivi più squisitamente connessi alle proprie dinamiche politiche interne, definendo in tal modo strategie regionali che solo in parte, o incidentalmente, coincidono con quelle del legame con Tehran.
Queste dinamiche evidenziano in tal modo l’elevato pragmatismo degli attori che partecipano al sodalizio con l’Iran, come dimostrato peraltro proprio dai legami degli Houthi con l’al Shabaab somalo, travalicando le tradizionali divergenze ideologiche tra le formazioni sunnite che aderiscono ad al Qaeda e quelle espresse dalle comunità dello sciismo.
La percezione di comuni minacce genera quindi un comune interesse in direzione della cooperazione, guidato non dal perseguimento di obiettivi ideologici – che restano propri di ognuna organizzazione – quanto piuttosto da obiettivi tattici, funzionali a sostenere le specifiche strategie individuali.
Non risulta agevole in tal modo individuare un comune denominatore tra le diverse anime di questo sodalizio, che scelgono quindi di collaborare per soddisfare primariamente esigenze proprie di ognuna delle parti: l’Iran guarda con interesse ad un consolidamento della capacità offensive degli Houthi nell’area dello Stretto di Bab el-Mandeb, che rappresenta un potenziamento sistemico della propria capacità di alterare la libertà di navigazione a Hormuz; gli Houthi perseguono il triplice obiettivo di esercitare il proprio ruolo nella minaccia alla sicurezza marittima nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, contrastare la presenza israeliana nella regione e alimentare il proprio sistema economico attraverso la vendita di armi e l’erogazione di programmi di addestramento; l’al Shabaab, infine, riesce a incrementare le proprie capacità offensive attraverso l’acquisizione di droni d’attacco e l’addestramento del proprio personale, generando un incremento delle capacità ritenuto necessario per contrastare il governo federale somalo e i suoi principali alleati.
Un elemento di novità, tuttavia, caratterizzerebbe quantomeno il legame tra gli Houthi e l’al Shabaab. Secondo l’ex consigliere per la sicurezza nazionale somala, Hussein Sheikh-Ali, che ha elaborato lo scorso febbraio un’analisi sul legame tra i due gruppi, la relazione sarebbe transitata dal semplice trasferimento di armi in direzione di un rapporto più strutturato, costruito su una collaborazione di natura “politica, mediatica e militare diretta”, potenzialmente capace di determinare una nuova e più insidiosa evoluzione della minaccia.


