La soluzione della crisi nel Mar Rosso transita attraverso la fermezza militare ma anche il pragmatismo politico-diplomatico

Yemen

La crisi della sicurezza marittima nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden assume di giorno in giorno un profilo sempre più elevato, imponendo l’identificazione urgente di una strategia tanto per il mantenimento della sicurezza ai flussi navali in transito nell’area quanto per una sua soluzione.

La prima considerazione necessaria per comprendere la natura e la portata di questa crisi è quella di analizzare le motivazioni che hanno spinto le milizie ribelli nord yemenite di Ansar Allah, conosciute anche come Houthi, ad intraprendere questa criminale campagna di attacchi indiscriminati.

A dispetto della narrativa ufficiale degli Houthi di un intervento motivato dalla volontà di sostenere la causa palestinese e far cessare il conflitto in corso a Gaza, sono in realtà tre le principali ragioni che hanno determinato la scelta di sferrare una minaccia al traffico mercantile e militare in transito nella regione. La prima è quella aumentare il potere negoziale dei ribelli del nord nei futuri colloqui di pace che dovranno determinare le condizioni per un duraturo cessate il fuoco e per la pacificazione del paese. Gli Houthi intendono esercitare una forte pressione internazionale per convincere soprattutto l’Arabia Saudita ad elargire consistenti compensazioni economiche per la ricostruzione delle infrastrutture nell’area di propria competenza, e in particolar modo quelle del porto di Hodeydah, dell’aeroporto di Sana’a e della città di Taiz, così come le reti viarie e le infrastrutture energetiche. Tre le principali condizioni poste dal governo della regione settentrionale particolare rilevanza hanno assunto nella preparazione dei negoziati la ripresa delle esportazioni petrolifere, la suddivisione dei relativi proventi e la corresponsione dei salari al personale dell’amministrazione pubblica, così come la piena ripresa della funzionalità dei porti e degli aeroporti posti sotto il loro diretto controllo.

La seconda ragione è di carattere politico-sociale, per contenere il crescente malcontento della popolazione dello Yemen settentrionale che, dopo oltre sette anni di guerra e ingenti devastazioni, chiede adesso con il perdurare del cessate il fuoco che il governo si impegni per ripristinare le infrastrutture, far ripartire l’economia e favorire l’accesso degli aiuti e delle merci indispensabili alla piena ripresa delle attività sociali ed economiche. Lanciare una campagna militare contro Israele e i suoi alleati nella regione, in tal modo, rappresenta uno strumento diversivo per dimostrare alla società dello Yemen settentrionale che il conflitto non è terminato con la cessazione delle ostilità con l’amministrazione di Aden e i suoi alleati della coalizione militare a guida saudita, continuando invece su scala regionale e richiedendo l’impegno delle milizie yemenite per sostenere la causa palestinese e far cessare le operazioni militari a Gaza. Per quanto la causa palestinese sia certamente sentita in seno alla società yemenita, tuttavia, le priorità di una popolazione stremata da una lunga guerra sono oggi ben altre, e difficilmente possono essere sopite dal tentativo del vertice di Ansar Allah di sferrare una nuova campagna regionale contro la minaccia israeliana e occidentale. Per sopire il malcontento, tuttavia, il governo di Sana’a ha urgente necessità di disporre di risorse economiche e della possibilità di far ripartire l’economia attraverso le proprie infrastrutture, e questo obiettivo è conseguibile solo attraverso il negoziato con le autorità del governo di Aden, riconosciuto dalla comunità internazionale, e con l’Arabia Saudita, cercando di ottenere in questo contesto il massimo risultato possibile.

La terza ragione, infine, è quella connessa al futuro assetto politico e istituzionale dello Yemen. Gli Houthi non intendono cedere rispetto alla prerogativa di esercitare il controllo sulle aree settentrionali del paese, mentre non è chiaro come e quanto le autorità di Aden siano pronte ad accettare formule di compromesso per una condivisione del potere con le forze ribelli del nord. Tra le molteplici soluzioni della crisi, quella di una nuova partizione dello Yemen in due distinte entità statuali appare allo stato attuale come altamente probabile, almeno di fatto, aprendo tuttavia a ulteriori complicazioni sul piano negoziale. Mentre l’Arabia Saudita si è sempre schierata a favore di una soluzione che prevedesse la salvaguardia dell’unitarietà del paese – in funzione soprattutto del non dover implicitamente ammettere i termini di una sconfitta militare – gli Emirati Arabi Uniti hanno apertamente sostenuto le istanze delle frange separatiste del sud, determinando un concreto ostacolo nella definizione stessa dei termini entro cui avviare il negoziato di pace.

Il criminale attacco dello scorso 7 ottobre da parte di Hamas contro Israele, in tal modo, ha fornito agli Houthi la possibilità di strumentalizzare la crisi emersa con la risposta militare di Israele in funzione della propria agenda politica nazionale, nell’ottica di innalzare la tensione regionale, accelerare l’evoluzione del processo negoziale nazionale e ottenerne i maggiori benefici possibili sul piano economico.

In un quadro di già ampia complessità deve tuttavia essere inserito anche il ruolo dell’Iran, che ha da tempo sostenuto gli Houthi trasformandoli in un proprio alleato regionale, sebbene alquanto differente da quello della rete dei proxy genericamente definita come “asse della resistenza”. Il sodalizio tra Tehran e Sana’a è stato consolidato nel momento della massima tensione delle relazioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita, attraverso un sostegno militare e capacitivo che ha consentito agli Houthi di incrementare enormemente le capacità del proprio vasto, ma obsoleto, arsenale militare. Grazie soprattutto alle forniture di missili e droni, così come alla capacità offerta dai tecnici iraniani di effettuare importanti upgrade del vasto arsenale di epoca sovietica di cui dispongono gli Houthi, questi hanno di fatto potuto non solo resistere a oltre sette anni di conflitto con l’Arabia Saudita ma anche, e soprattutto, di fatto dichiararsi vincitori della guerra.

Con la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita il sostegno agli Houthi da parte di Tehran è certamente diminuito, ma non cessato, nell’ottica di continuare a sfruttarne il ruolo per mantenere alta la tensione regionale. Il problema dell’Iran, tuttavia, è che gli Houthi sono un attore altamente indipendente e autonomo, e quindi collaborativo rispetto alle richieste di Tehran solo nel caso in cui queste coincidano con la propria agenda nazionale. Non sono mancate nel corso degli ultimi due anni, infatti, anche fasi di evidente tensione nel rapporto tra i due alleati, in conseguenza di azioni da parte degli Houthi che hanno più volte messo in imbarazzo l’Iran nella ripresa delle proprie relazioni con l’Arabia Saudita.

La postura odierna dell’Iran nel conflitto del Mar Rosso è in tal modo tanto ambigua quanto pragmatica. È ben nota la presenza nell’area del Golfo di Aden della nave iraniana Behshad, fortemente sospettata di fornire supporto informativo agli Houthi soprattutto nell’ambito delle attività di targeting del traffico navale. Ad alimentare i sospetti è stato inoltre lo spostamento della gran parte degli attacchi degli Houthi lungo la stessa rotta seguita dalla Beshad nel corso dell’ultimo mese, transitando dal Mar Rosso in direzione del Golfo di Aden, dove con ogni probabilità ha subito nelle scorse settimane anche un pesante cyberattacco da parte degli Stati Uniti.

L’interesse dell’Iran appare quello di mantenere alta la tensione regionale attraverso un discreto sostegno agli Houthi che non possa determinare tuttavia un’attribuzione di responsabilità diretta per Tehran. Una strategia altamente pericolosa, però, perché vincolata all’autonomia decisionale e strategica degli Houthi, da una parte, e alla possibilità dell’emergere di un’escalation su vasta scala capace alla fine di spostare il baricentro dell’interesse internazionale in direzione proprio dello stesso Iran, con conseguenze che sarebbero disastrose per la Repubblica Islamica.

In questo contesto, infine, si inseriscono le due missioni navali costituite per fronteggiare la minaccia regionale, quella a guida statunitense Prosperity Guardian e quella a guida europea Aspides. La prima è caratterizzata da regole d’ingaggio che le consentono di difendere il traffico marittimo ma anche di colpire gli Houthi sul proprio territorio, al fine di distruggere le infrastrutture di lancio dei missili e dei droni, mentre la seconda è caratterizzata dalla sola capacità di risposta alla minaccia verso il traffico marittimo. Due approcci che sono stati oggetto di interpretazioni a tratti contrastanti sulle modalità di gestione della crisi.

La complessa dinamica della crisi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, tuttavia, induce a ritenere allo stato attuale che l’approccio europeo possa risultare maggiormente pagante, sebbene necessitando di un urgente potenziamento nel numero di navi coinvolte nell’assicurare la sicurezza ai transiti marittimi nella regione.

La postura della missione Prosperity Guardian, infatti, sebbene altamente proficua sul piano della difesa del traffico navale, risulta alquanto rischiosa nell’ambito della sua dimensione offensiva sul territorio yemenita. Gli Houthi hanno resistito oltre sette anni ai bombardamenti indiscriminati da parte della coalizione a guida saudita, mantenendo di fatto integro il proprio arsenale militare, ed è quindi improbabile che alcune selettive azioni contro le proprie infrastrutture possano determinare una significativa perdita di capacità. Al tempo stesso, un incremento della conflittualità sul suolo yemenita potrebbe determinare un innalzamento della tensione oltre al già elevatissimo livello attuale, provocando il fallimento del processo negoziale nazionale e vanificando le speranze per una soluzione.

Non è e non sarà il conflitto in corso a Gaza a determinare la cessazione degli attacchi da parte degli Houthi, essendo tale motivazione prettamente strumentale nelle intenzioni dei ribelli yemeniti, quanto piuttosto la possibilità di accelerare un accordo con il governo di Aden e l’Arabia Saudita.

In tale contesto, quindi, la soluzione che appare più idonea per la crisi in atto passa attraverso una miscela di pragmatismo e fermezza che favorisca da un lato il concreto potenziamento dello sforzo militare configurato secondo il modello europeo – capace di contrastare la minaccia pur senza esacerbare ulteriormente la crisi – unitamente ad un concreto sostegno politico e diplomatico agli sforzi delle Nazioni Unite, così come al governo di Aden, all’Arabia Saudita e al Consiglio di Cooperazione del Golfo, per agevolare un rapido avvio del negoziato e una sua pronta soluzione capace di soddisfare equamente le posizioni delle parti.

Non un compromesso con gli Houthi, quindi, la cui azione militare deve essere condannata e contrastata con fermezza, quanto piuttosto una concreta combinazione dello strumento politico-diplomatico con quello militare, con l’obiettivo di arrestare nei tempi più brevi possibili una crisi che può determinare conseguenze traumatiche sul piano dell’economia globale e che ha già fortemente ridotto il transito mercantile attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, con conseguenze dirette per i paesi del Mediterraneo.

Al contrario, la continuità di una crisi che si misuri solo ed esclusivamente sul piano militare rischia di innescare un progressivo meccanismo di escalation estraneo alla volontà di tutte le parti coinvolte – per quanto paradossale possa apparire anche quella degli Houthi e dell’Iran – avviando una spirale di violenza capace di compromettere in breve tempo non solo le prerogative economiche dei paesi della regione, quanto più su vasta scala quelle globali, attraverso una profonda ristrutturazione delle dinamiche dei flussi marittimi.

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