La ripresa dell’iniziativa militare delle SAF in Sudan e la difficoltà di individuare un perimetro entro cui definire una tregua con le RSF

Sudan

Lo scorso 12 marzo l’esercito regolare sudanese (Sudan Armed Forces, SAF) ha riconquistato il palazzo della radio e della televisione nazionale nella città di Omdurman, sin dall’inizio del conflitto nelle mani delle Rapid Support Forces (RSF) al comando del generale Dagalo. La conquista si inserisce nell’ambito di una ripresa dei combattimenti caratterizzati da una forte crescita delle capacità militari da parte delle SAF, dopo mesi di sconfitte e faticosa difesa dei propri avamposti, soprattutto nella parte centrale e settentrionale del paese. Tale ripresa della capacità è stata certamente sostenuta dall’ingresso in servizio di nuovi droni da combattimento forniti dall’Iran alle forze governative del generale al-Burhan, e al contestuale indebolimento della capacità di difesa delle RSF, che controllano comunque ampie zone di territorio nell’area della capitale e degli stati regionali centrali e meridionali.

Un apparente mutamento di capacità sul fronte della guerra civile sudanese, che ha portato il generale al-Burhan a formulare aperture verso le RSF per una cessazione del conflitto, ponendo tuttavia condizioni apparse sin da subito inaccettabili per il generale Dagalo, e che di fatto presupponevano una resa delle RSF.

La speranza di una cessazione delle ostilità per il mese del Ramadan è in tal modo presto svanita, con il contestuale incremento degli attacchi da parte delle SAF in diversi distretti della capitale Khartoum e della città satellite di Omdurman, dove ampie zone della città sono tornate dopo quasi un anno sotto il controllo delle forze governative.

La nuova capacità militare dimostrata dalle forze delle SAF, tuttavia, viene interpretata in Sudan anche come un chiaro segno della sempre più stretta coesione tra il vertice delle forze armate e le organizzazioni islamiste un tempo fedeli al deposto dittatore Omar al-Bashir, che avrebbero stretto un nuovo sodalizio in funzione della comune minaccia rappresentata dalle milizie paramilitari del generale Dagalo. Un fatto non nuovo, in realtà, alla luce delle ripetute notizie di tale alleanza nel corso degli ultimi mesi, che potrebbe tuttavia essersi trasformata in tempi più recenti in un vero e proprio coordinamento militare sul campo.

All’interno della crisi militare del Sudan, inoltre, si inserisce una contestuale crisi umanitaria determinata dal prolungato impedimento per le organizzazioni internazionali di distribuire generi alimentari e medicinali nel paese, con conseguenze ormai catastrofiche sulle quali le Nazioni Unite hanno recentemente lanciato un allarme, chiedendo alle parti coinvolte negli scontri di favorire la distribuzione degli aiuti per impedire che la crisi già gravissima possa degenerare con conseguenze inimmaginabili.

Desta particolare preoccupazione la situazione nell’area del Darfur, dove il governatore Minni Arko Minnawi aveva firmato un accordo con alcune organizzazioni internazionali per la consegna degli aiuti, e dove al contrario le RSF non hanno riconosciuto la validità di tale accordo impedendo il transito dei camion da Port Sudan attraverso la strada di Al Dabba. Un duro colpo per la popolazione locale, ormai stremata dalla fame e dalle continue incursioni delle diverse milizie, che colpiscono in particolar modo le comunità delle etnie africane, nel perdurante conflitto etnico che ha visto i gruppi etnicamente arabi colpire con sistematicità le popolazioni di origine africana.

Al tempo stesso, le RSF stanno conducendo campagne di arruolamenti forzati nella regione di Gezira, che hanno conquistato lo scorso dicembre, utilizzando l’arma del cibo per costringere le popolazioni locali a sostenere lo sforzo militare contro le formazioni delle SAF. La regione di Gezira, definita come il “granaio del Sudan”, è di vitale importanza per i contendenti per due ragioni. La prima è quella connessa alla capacità produttiva nel settore dei cereali, potendo fornire potenzialmente buona parte delle derrate necessarie a sfamare la popolazione del paese, mentre la seconda è connessa alla sua particolare collocazione geografica, dove si intersecano i principali assi viari del paese nella connessione tra le aree settentrionali e meridionali. Un punto strategico del quale entrambi gli schieramenti intendono assicurarsi il controllo, senza alcun interesse tuttavia per la popolazione civile residente nell’area, dove si è riversata nel corso dei mesi anche un’ingente quantità di sfollati dalla regione della capitale, nella speranza di sfuggire alle violenze in corso.

Sebbene la rinnovata capacità offensiva delle SAF sia stata letta da buona parte della stampa occidentale come un mutamento degli equilibri sul terreno della guerra civile sudanese, non sono in pochi nel paese a domandarsi se questo nuovo scenario sia in realtà solo provvisorio e potenzialmente mutevole. La SAF hanno infatti avuto la meglio contro limitati obiettivi nelle aree urbane di Khartoum e Omdurman, riconquistando alcuni quartieri attraverso l’impiego massiccio dei droni armati, ma la riconquista dello stato di Gezira e del Darfur appaiono in questo momento obiettivi ben diversi e difficilmente conseguibili senza un reale potenziamento dell’apparato economico e della catena logistica dei rifornimenti delle SAF, lasciando presagire la concreta possibilità di una stagnazione del conflitto e una sua prosecuzione attraverso fasi di diversa intensità.

Condividi
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Twitter
Email
Scarica PDF
Continua a leggere