La questione dell’arma nucleare nella transizione politica generazionale della Repubblica Islamica dell’Iran

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Hanno destato allarme, ma non stupore, le affermazioni del Brigadier Generale dell’IRGC Ahmad Haghtalab alla stampa lo scorso 18 aprile, alla vigilia della risposta israeliana contro l’Iran, avvenuta poi alle prime luci dell’alba del giorno successivo.

Il generale, cui è assegnato il comando delle forze che difendono l’infrastruttura del programma nucleare iraniano (NSPC), nel corso di un’intervista con la stampa locale ha sostenuto che se Israele dovesse minacciare la sicurezza degli impianti nucleari potrebbe determinarsi la necessità per l’Iran di una “revisione e modifica” della sua dichiarata politica nucleare. Un chiaro riferimento alla possibilità per l’Iran di abbandonare il proprio impegno contro la proliferazione e muovere in direzione di una revisione capace di optare per lo sviluppo di un’arma nucleare e una relativa dottrina d’impiego.

La notizia è stata riportata praticamente da tutti gli organi di informazione del paese, inclusi quelli controllati dalle istituzioni, senza inizialmente alcun commento critico, dimostrando come l’esternazione del generale Haghtalab goda con tutta evidenza di una vasta sfera di sostegno, soprattutto all’interno dell’articolata architettura del sistema militare iraniano.

Una posizione, tuttavia, che si pone in netto contrasto con la tradizionale postura dell’Iran nel merito della possibilità di sviluppo di un’arma nucleare, come sancito da decenni dalla prima Guida Suprema Ruollah Khomeini, dal suo successore Ali Khamenei e da numerosi esponenti tanto della politica quanto del clero sciita, secondo il quale il paese non solo non intende dotarsi di tali armamenti ma, anzi, li rifiuta concettualmente e religiosamente.

Tali discrepanze, tuttavia, dimostrano sempre più come la prima generazione del potere iraniano e la seconda divergano ormai in modo alquanto pronunciato su numerose questioni di ordine strategico, dove non fa eccezione quella del nucleare. La prima generazione, quella della teocrazia che ha dominato il processo rivoluzionario del 1978/79 contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e che ha poi fondato la Repubblica Islamica, ha sempre mostrato un’aperta avversione verso la possibile militarizzazione del programma nucleare. In parte per reale convinzione morale ma anche nella consapevolezza che il possesso dell’arma atomica avrebbe trasformato l’Iran in un obiettivo di fatto considerato come legittimo da parte di Israele e degli Stati Uniti.

La seconda generazione, invece, che paradossalmente non proviene dall’ambito clericale ma dai ranghi della vasta e articolata struttura dei Pasdaran – o IRGC, costituita all’indomani della rivoluzione e poi legittimata come forza pretoriana nel corso del lungo conflitto con l’Iraq, tra il 1980 e il 1988 – è caratterizzata da posizioni politiche e ideologiche assai diverse e distanti dalla prima. Non considera gli USA e Israele come una minaccia esistenziale quanto piuttosto come una minaccia strategica, è decisamente più assertiva e muscolare nelle posizioni di politica interna ed estera e, nell’ambito della politica strategica, non fa mistero nel ritenere necessario per l’Iran di dover adottare una politica di deterrenza credibile ed efficace, che certo non può essere basata sull’impiego delle antiquate armi convenzionali di cui dispone dinanzi alla non dichiarata deterrenza nucleare di Israele.

In questa equazione, pertanto, la possibilità di militarizzare il programma nucleare ha rappresentato per lungo tempo un’opzione di cui molti discutono in seno all’apparato difensivo, ma che è sempre rimasta sinora una mera ambizione del settore, fermamente contrastata dal vertice di prima generazione della Repubblica Islamica.

La comprensione del pensiero strategico iraniano è stata al tempo stesso banalizzata e stereotipata dall’interpretazione che Israele e Stati Uniti hanno per lungo tempo voluto attribuire alla politica della Repubblica Islamica, trasformandola in una minaccia esistenziale determinata dal profilo di irrazionalità di un’élite dedita al culto del martirio. Una semplificazione funzionale che non ha favorito in alcun modo un costruttivo approccio con il paese, facendo fallire anche le poche iniziative di reale portata strategica, come l’accordo del 2015 sul programma nucleare (il JCPOA) e favorendo poi l’ascesa e il consolidamento delle formazioni più radicali del potere.

Al tempo stesso, mentre la prima generazione del potere si andava gradualmente assottigliando per ragioni d’età e nell’impossibilità di individuare al proprio interno, quello clericale, una linea diretta di successione, la seconda generazione è cresciuta esponenzialmente nei numeri e nella rilevanza, occupando gradualmente un ruolo pervasivo all’interno delle istituzioni, dell’economia e del sistema culturale, diventando la vera e propria spina dorsale del potere iraniano.

Questo processo di transizione è in atto, ma, sebbene il vertice della Repubblica Islamica sia ancora formalmente rappresentato dagli esponenti di prima generazione, come la Guida Ali Khamenei, l’intero apparato istituzionale è di fatto già controllato dalla seconda generazione.

Le ultime elezioni parlamentari dello scorso 1° marzo hanno dimostrato chiaramente come questa componente della politica iraniana sia ormai maggioritaria, avendo conquistato peraltro la gran parte dei seggi parlamentari a danno delle stesse forze conservatrici storicamente più vicine alla prima generazione. Abbiamo infatti assistito all’affermazione dei cosiddetti Paydari – già ben noti all’epoca del presidente Ahmadinejad, sebbene allora minoranza all’interno delle forze conservatrici – a danno delle forze principaliste, che storicamente hanno rappresentato il nucleo della forza dei conservatori che si identificano con le posizioni della Guida Suprema e del fondatore della Repubblica Islamica.

Una trasformazione epocale, che segna la definitiva affermazione delle forze di seconda generazione e che le rende oggi dotate di sempre maggiore capacità politica, accentuando il contrasto con quelle della prima.

È in questa mutevole dinamica del potere, quindi, che si inseriscono le affermazioni del generale Haghtalab sul nucleare dello scorso 18 aprile, che, sebbene presentate come ipotetiche, si pongono in aperto contrasto con la linea da sempre espressa dalla prima generazione e dalle formazioni politiche conservatrici di area principalista. Espressioni che assumono in un certo qual modo il senso della sfida, e che non sarebbero state possibili sino a pochi anni fa, quando l’esercizio del potere era ancora saldamente in mano alla prima generazione.

Oggi, al contrario, vengono manifestate in modo palese, così come palesemente la Guida Suprema è stata costretta ad accettare i termini di un compromesso nella conduzione dell’attacco contro Israele dello scorso 13 aprile, quando un’altra importante “linea rossa”, quella del confronto diretto che era sempre stato evitato dalla prima generazione, è stata superata cambiando definitivamente il paradigma strategico dell’Iran.

Le posizioni espresse dal generale Haghtalab hanno tuttavia allarmato il vertice politico, determinando la necessità di un chiarimento per mezzo del ministero degli Esteri, che è tuttavia giunto solo quattro giorni più tardi, evidenziando come e quanto complessa sia stata la dinamica relazionale sul caso ai vertici della Repubblica Islamica. È stato il portavoce del ministero degli Esteri, Naser Kanani, ad intervenire il 22 aprile con un comunicato pubblico, nel quale ha ribadito che le armi atomiche “non trovano posto nella dottrina di difesa” del paese, che è e resta chiaramente vincolata allo sviluppo pacifico dell’energia nucleare nell’ambito di un programma strettamente civile. Un chiarimento tardivo, determinato con ogni probabilità da un intenso dibattito politico al vertice delle istituzioni, che non può che confermare come e quanto polarizzata e divergente sia ormai la visione di politica strategica nel confronto generazionale iraniano.

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