La questione del Tigrai occidentale e il rischio di nuove tensioni in Etiopia nell’implementazione del processo di pace

Tigrai

L’amministrazione provvisoria dello stato regionale del Tigrai ha diramato lo scorso 25 marzo un comunicato nel quale ha apertamente accusato il governo regionale dello stato dell’Amhara di aver formalizzato l’annessione dei territori del Tigrai occidentale attraverso l’inclusione di questi all’interno del territorio Amhara nella mappatura ufficiale edita nello stato e nei libri di testo del sistema scolastico.

L’iniziativa è stata definita dal presidente transitorio del Tigrai, Getachew Reda, come irresponsabile e orientata a distruggere l’integrità territoriale del Tigrai, in palese violazione degli accordi di Pretoria del novembre 2022, invitando il governo federale ad intervenire per porre termine a quella che il governo di Macallè considera come l’occupazione da parte degli Amhara dei territori del Tigrai occidentale.

Le questioni territoriali irrisolte, determinate dall’esito del disastroso conflitto in Tigrai, rischiano in tal modo ancora una volta di innescare la miccia di una conflittualità regionale che il governo di Addis Abeba appare sempre più in difficoltà a gestire e risolvere, nonostante l’impegno assunto a Pretoria di porre tali aree sotto il controllo dell’esercito federale per facilitare il rientro dei profughi e organizzare idealmente delle elezioni atte a stabilire attraverso un referendum i confini della regione.

Tale referendum, tuttavia, viene rifiutato dal governo dello stato federale del Tigrai, che accusa gli Amhara di aver forzatamente alterato gli equilibri demografici nella regione attraverso l’afflusso di numerosi “coloni”, che avrebbero illegalmente occupato intere aree del Tigrai occidentale abbandonate in precedenza dai tigrini in conseguenza della guerra. Tale strategia, inoltre, secondo il governo del Tigrai sarebbe stata avallata dal governo federale, con il chiaro intento di favorire un’alterazione funzionale alla futura riduzione del territorio tigrino e della sua capacità economica.

Una condizione di precario equilibrio, che anche secondo gli Stati Uniti potrebbe condurre ad una nuova fase di conflittualità, aprendo alla possibilità di un ulteriore aggravamento della già precaria stabilità dell’intera Etiopia, il cui governo appare in evidente affanno nel contenere le molteplici istanze del suo complesso e sempre più polarizzato equilibrio etnico-federale.

Sembrano in tal modo essere svanite in breve tempo le speranze determinate dall’incontro tra le autorità provvisorie del Tigrai e quelle federali di Addis Abeba lo scorso 9 febbraio, quando, alla presenza del primo ministro Abiy Ahmed e del presidente ad interim Getachew Reda, erano state poste le basi per l’avvio di un dialogo politico volto a ristabilire la stabilità e risolvere le numerose dispute generate dal lungo conflitto regionale.

L’11 marzo si è tenuta poi presso l’Unione Africana la prima revisione strategica sull’attuazione dell’accordo per la cessazione delle ostilità (CoHA), ma anche in questa occasione il presidente del Fronte di Liberazione Popolare del Tigrai (TPLF), Debretsion Gebremichael, aveva apertamente riferito di una “erosione della fiducia” nei confronti del governo federale in conseguenza dell’inadeguata attuazione degli accordi di Pretoria. Il TPLF ha riferito di aver presentato un documento nel quale aveva chiaramente indicato come il governo di Macallè avesse intrapreso tutte le azioni richieste e necessarie per l’implementazione del piano di pace, ritenendo tuttavia al tempo stesso che le controparti avessero ottemperato solo parzialmente ai propri impegni, ripristinando le strutture del servizio pubblico nella regione ma lasciando irrisolti elementi sostanziali quali il ritiro delle forze eritree e Amhara soprattutto dal Tigrai occidentale.

Una crisi che evidenzia come il governo federale di Addis Abeba non disponga della piena capacità di risolvere le conseguenze del conflitto, dovendo gestire in questa fase soprattutto il complesso rapporto con le autorità dello stato regionale dell’Amhara e con le milizie Fano che nella regione rifiutano l’assorbimento all’interno dell’esercito federale.

Il governo dell’Amhara è stato un deciso alleato di quello federale nel corso della guerra del Tigrai, sebbene al termine delle ostilità abbia sfruttato la caotica situazione nelle regioni settentrionali del paese per rafforzare ancora una volta le proprie ambizioni nazionaliste attraverso la palese volontà di annettere al proprio territorio la regione occidentale del Tigrai, conquistata nel corso della guerra. Una forma di nazionalismo mai sopita, che rivendica da decenni la sovranità su quei territori, e che oggi accusa il governo federale di tradimento in funzione della promozione di quegli accordi di pace che potrebbero compromettere le ambizioni territoriali degli Amhara.

Nonostante il reiterato impegno del governo di Addis Abeba nel voler assumere il controllo della regione attraverso le proprie forze armate federali, la prospettiva di un referendum sullo status del Tigrai occidentale rappresenta una minaccia per le ambizioni territoriali degli Amhara, che hanno accettato in modo riluttante di cooperare con il governo federale mantenendo tuttavia una postura attendista e poco incline ad accettare qualsiasi variazione dello status quo.

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