La morte di Ebrahim Raisi non determinerà un mutamento di indirizzo della politica in Iran

Raisi

Il 19 aprile hanno perso la vita in un incidente aereo il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il ministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian, mentre tornavano a bordo di un elicottero dall’inaugurazione di una diga al confine con l’Azerbaijan. A bordo insieme a loro, oltre ai tre membri dell’equipaggio, erano presenti il governatore della provincia dell’Azerbaijan orientale iraniano Malek Rahmati, l’hojjatoleslam della moschea di Tabriz Mohammad Ali Al-Hashemi, il generale dell’IRGC Mehdi Mousavi e due guardie del corpo del presidente.

Mentre sono in corso le indagini per appurare le cause dell’incidente, che presentano non pochi punti oscuri, la gestione degli affari correnti del governo è stata assunta in base a quanto disposto dall’art. 131 della costituzione dal primo vicepresidente Mohammad Mokhber, dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, e dal capo del potere giudiziario, l’hojjatoleslam Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i.

Alla carica pro tempore di ministro degli Esteri è stato invece nominato Ali Bagheri Kani, già capo negoziatore dell’accordo sul nucleare e diplomatico di carriera, che gestirà la politica estera della Repubblica Islamica sino alla data delle nuove elezioni, fissate per il prossimo 28 giugno.

La morte del presidente Raisi ha sollevato numerosi interrogativi nel merito dei futuri orientamenti di politica interna ed estera dell’Iran, così come nella complessa vicenda connessa alla futura successione alla Guida Suprema, per la quale il presidente era considerato un possibile candidato.

La figura del presidente, tuttavia, per quanto importante nel quadro istituzionale, non è dotata di poteri così ampi da poter determinare in autonomia gli orientamenti strategici generali del paese, inserendosi al contrario all’interno di un complesso sistema decisionale composto da organismi diversi che operano secondo un criterio collegiale di definizione degli orientamenti politici e delle principali decisioni di ordine strategico del paese. Un sistema, inoltre, presieduto al vertice dalla Guida Suprema, il “rahbar”, che è formalmente il decisore ultimo della politica iraniana ma che anche in questo caso non agisce in modo indipendente, dovendo generare un consenso condiviso all’interno di un sistema politico estremamente polarizzato e fazionale.

La vulgata occidentale secondo la quale ogni decisione in Iran è assunta dalla Guida Suprema è alquanto erronea, figlia di uno stereotipo connesso alla figura della prima Guida Suprema del paese, l’ayatollah Ruollah Khomeini, che fu al vertice di un sistema istituzionale tuttavia profondamente mutato nel corso dei quarantacinque anni di esistenza della Repubblica Islamica.

In questo contesto si inserisce poi l’elemento della transizione generazionale del potere politico, dove alla prima generazione composta dai fondatori della Repubblica Islamica, di estrazione perlopiù clericale, è subentrata ormai in modo pervasivo una seconda generazione, che proviene in larga parte dal combinato dell’articolato potere politico, economico e militare dei Pasdaran. Due generazioni con posizioni ideologiche e visioni di carattere strategico spesso molto differenti tra loro, come dimostrato anche in tempi recenti dalla gestione tanto della crisi con Israele quanto dal dibattito sul possibile sviluppo militare del programma nucleare iraniano.

La seconda generazione è ormai dominante in termini numerici sulla prima, occupando le principali posizioni di potere all’interno di ogni istituzione pubblica e soprattutto nel settore dell’economia e della difesa, sebbene all’interno di un sistema ancora formalmente dominato dal ruolo della precedente generazione, che tuttavia sempre più spesso deve scendere a compromessi con la controparte, accettando suo malgrado i termini di un mutamento di indirizzo ormai profondo.

Questa prevalenza del ruolo degli esponenti di seconda generazione è ben visibile all’interno del contesto politico, dove nell’ambito della vasta e dominante compagine delle formazioni di estrazione conservatrice il peso delle fazioni ultra-radicali, espresse perlopiù dalla seconda generazione, è ormai maggioritario rispetto alle posizioni dei tradizionalisti, o principalisti, che rappresentano al contrario le posizioni ideologiche della prima generazione.

In questa complessa e spesso conflittuale dimensione del potere, le direttrici generali della visione strategica iraniana sono state ormai definite da tempo, ben prima dell’elezione stessa di Ebrahim Raisi alla carica di presidente, e sono orientate saldamente nel solco della visione espressa dalla seconda generazione, che, rispetto alla prima, è caratterizzata da un approccio ben più assertivo e meno pragmatico rispetto alla tradizionale postura della politica locale.

La morte del presidente Raisi, quindi, non muta il complessivo scenario della politica iraniana, ma offre anzi alla seconda generazione la possibilità di conquistare adesso anche l’ultima carica istituzionale elettiva sulla quale non esercitavano un controllo diretto, formalizzando in tal modo il completamento della lunga transizione generazionale che li ha portati al vertice delle istituzioni iraniane e al centro del sistema decisionale.

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