La missione di Giorgia Meloni in Libia e le effettive possibilità per l’Italia di assumere un ruolo nella soluzione dei problemi del paese

Meloni Libia

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata lo scorso 7 maggio in Libia per una rapida visita a Tripoli e Bengasi. Nel corso delle due tappe del viaggio ha incontrato il premier del Governo di Unità Nazionale, Abdulhamid Dbeibah, il capo del Consiglio presidenziale Mohamed Menfi e il comandante del cosiddetto Esercito Nazionale Libico, generale Khalifa Haftar, confermando l’impegno dell’Italia a favore della stabilità libica e perorando la necessità di organizzare in tempi brevi le più volte annunciate elezioni politiche e presidenziali.

Nel corso della prima tappa, a Tripoli, il presidente del Consiglio Meloni è stata accompagnata da una folta delegazione composta tra gli altri dal Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Benini, dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e dal ministro dello Sport e dei Giovani, Andrea Abodi, che hanno firmato tre dichiarazioni di intenti per lo sviluppo di accordi di cooperazione nei rispettivi settori di interesse. I progetti prevedono l’incentivazione della cooperazione universitaria, la mobilità degli studenti e dei docenti, la realizzazione di infrastrutture sportive soprattutto nell’ambito delle comunità rurali e l’accesso per i pazienti libici alle strutture ospedaliere italiane per i casi in cui non sia possibile assicurare trattamenti adeguati nei nosocomi libici. Nel corso della visita sono stati discussi anche i numerosi programmi industriali già in essere nel paese ad opera di aziende italiane, tra i quali quelli dell’ENI nel settore energetico e quelli delle imprese impegnate nello sviluppo dei programmi infrastrutturali. In tale contesto è stata annunciata l’intenzione di organizzare il prossimo ottobre un forum italo-libico per promuovere la cooperazione economica tra i due paesi e sostenere le iniziative soprattutto del settore privato.

Centrale nell’ambito del dibattito con le autorità di governo di Tripoli è stata la questione dei flussi migratori, per la quale l’Italia ha espresso apprezzamento alle locali autorità alla luce del miglioramento dei dati relativi all’afflusso verso le coste italiane, diminuito di quasi il 50% dall’inizio del 2024.

Il presidente del Consiglio Meloni ha poi discusso con il premier Dbeibah del processo politico locale e della necessità di perseguire il programma destinato a garantire la possibilità delle elezioni politiche e presidenziali, secondo le linee guida concordate con le Nazioni Unite, entrate tuttavia in crisi con le recenti dimissioni del rappresentante speciale dell’ONU per la Libia Abdoulaye Bathily. Su tale argomento il premier Dbeibah continua ad insistere sulla necessità di poter organizzare tali elezioni quando un contesto normativo atto a regolarlo sarà stato definito, di fatto lasciando intendere come una soluzione non sia al momento alla portata.

Sebbene la visita sia stata coronata da un evidente successo sul piano delle relazioni bilaterali e della cooperazione economica e scientifica, la questione della stabilità politica e della soluzione all’attuale impasse non ha lasciato intravedere spiragli di concreta soluzione, permanendo nel paese lo stallo delle relazioni tra le principali figure del potere e la mancanza di una piattaforma entro la quale negoziare la transizione.

Parimenti importante è stata la seconda tappa del viaggio del presidente del Consiglio a Bengasi, dove Giorgia Meloni si è recata senza le delegazioni che l’avevano seguita a Tripoli e che ha previsto un incontro con il generale Khalifa Haftar. La decisione di incontrare il vertice di fatto del potere politico della Cirenaica è dettata dalla volontà italiana di mantenere aperti i canali di comunicazione anche con Bengasi, al fine di dimostrare l’imparzialità dell’Italia nelle dinamiche della politica libica. Una scelta importante ma complessa, che rischia di essere percepita da parte del generale Haftar più come una debolezza italiana che non come un’apertura verso nuove forme di collaborazione.

Più delicata è stata infatti l’agenda dei temi di discussione con il generale Haftar, che hanno riguardato tanto il processo di stabilità politica della Libia, nell’ambito del quale il generale rappresenta più un ostacolo che non una soluzione, quanto la questione della presenza di forze paramilitari straniere nell’est del paese, con un chiaro riferimento implicito a quelle russe.

Il presidente del Consiglio italiano sembra aver voluto veicolare al generale Haftar non solo le apprensioni europee nel merito della presenza dei miliziani dell’ex Gruppo Wagner, ora confluiti nella nuova Legione Africana, quanto anche il disappunto degli Stati Uniti per l’accresciuta collaborazione tra le forze del generale e la Russia, dopo la notizia di un ingente trasferimento di armi e mezzi militari transitati nel corso delle ultime settimane attraverso l’aeroporto di Al Jufra.

La posizione espressa dall’Italia è stata quindi chiara, dimostrando di voler intrattenere anche con le autorità dell’est una proficua collaborazione, rendendosi disponibile a incrementare il volume degli scambi economici e gli aiuti, soprattutto quelli diretti alla ricostruzione di Derna colpita da una devastante alluvione lo scorso settembre, sebbene ponendo come condizione non solo l’impegno verso il processo di stabilità politica nazionale quanto anche la fuoriuscita delle unità militari russe.

Un impegno che il generale Haftar non sembra disposto ad assumere, tuttavia, come dimostrato dalla missione a Mosca lo stesso 7 maggio di Khaled Haftar, figlio del generale e comandante delle forze di sicurezza dell’autoproclamato Esercito Nazionale Libico. Una visita nell’ambito della quale è stato discusso il rafforzamento della cooperazione militare tra i due paesi, l’incremento della presenza russa nel paese al fine di fornire addestramento alle unità militari dell’ENL e la possibilità di dare avvio a progetti di cooperazione che includono lo sviluppo di una base navale russa a Bengasi.

Ad aggravare tale situazione, peraltro, frustrando gli sforzi compiuti dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si aggiunge anche l’inaspettata visita a Mosca il 13 maggio di una delegazione di alto livello del Governo di Unità Nazionale di Tripoli, composta dal capo di stato maggiore Mohammed al Haddad, dal vice presidente del Consiglio presidenziale Abdullah al Lafi e dal ministro degli Esteri pro tempore Taher al Baour, recatisi in Russia nell’ambito del tentativo del Cremlino di intensificare anche le relazioni con Tripoli, e guardate con interesse dal GUN come misura per contrastare le ambizioni militari del generale Haftar.

Una pericolosa deriva, che rischia di ampliare enormemente la capacità di influenza della Russia in tutta la Libia, spaziando dall’ambito della cooperazione militare a quella economica e dello sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere.

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