Lo scorso 24 agosto un violento attacco sferrato dai miliziani del Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), un’organizzazione affiliata ad al Qaeda che opera in un’ampia area geografica soprattutto a ridosso dei confini del Burkina Faso e del Mali, ha provocato la morte di almeno 200 tra civili e militari, e il ferimento di circa 150, in un avamposto militare ubicato a Barsalogho, circa 40 chilometri a nord della cittadina di Kaya.
L’attacco è stato rivendicato dal JNIM come ritorsione contro le comunità locali che continuano a collaborare con le forze governative, che hanno infatti colpito soprattutto gruppi di lavoratori intenti a scavare le trincee di protezione della locale guarnigione militare, e che facevano parte di comunità locali alle quali era stato da tempo intimato dai jihadisti di sospendere qualsiasi tipo di assistenza a favore delle forze armate e delle autorità governative.
L’attacco di Kaya ha rappresentato non solo un duro colpo per le forze militari della giunta di governo, in conseguenza delle ingenti perdite subite, quanto anche la palese dimostrazione di come l’esercito abbia ormai perso il controllo di quasi la metà del territorio nazionale, riuscendo sempre più a fatica a difendere anche i centri nevralgici che costituiscono l’ultima barriera di difesa in direzione della capitale Ouagadogou.
L’imbarazzo della giunta militare per quanto accaduto il 24 agosto è apparso sin da subito evidente, soprattutto attraverso il tentativo di minimizzare l’accaduto senza fornire dettagli nel merito del numero delle vittime, riferendo solo di un generico attacco e della risposta dell’esercito che ha ben presto ristabilito il controllo sull’area.
Al contrario, invece, le formazioni del JNIM hanno assunto per alcune ore il controllo dell’avamposto attaccato, hanno scattato immagini e girato filmati, che hanno poi diffuso sui propri social media mostrando l’orrore della carneficina provocata. Si sono poi ritirati verso le aree settentrionali, come d’abitudine, non senza prima rivendicare l’attacco e mostrarne tutta la sua impressionante portata.
Si tratta di un durissimo colpo per il regime militare presieduto da Ibrahim Traorè, che, dopo aver attribuito i fallimenti del passato nella lotta ai jihadisti alla Francia, e aver aperto ad una collaborazione con la Russia (la quale, peraltro, ha disposto il rientro di almeno una delle unità di miliziani presente nel paese), si trova adesso in una situazione insidiosa, caratterizzata dal sempre più vasto territorio nazionale transitato sotto il controllo dei jihadisti, di milizie locali e della criminalità.
La giunta militare non è riuscita in tutta evidenza a portare quel cambiamento nella gestione della sicurezza che aveva costituito il presupposto del malcontento su cui erano stati organizzati i due colpi di stato del 2022, determinando anzi un sensibile peggioramento che ha generato un crescente malcontento tra la popolazione.
Secondo un rapporto recentemente presentato da Human Rights Watch sarebbero in netto aumento le azioni terroristiche compiute tanto dai qaedisti del JNIM quanto dallo Stato Islamico nel Grande Sahara, prendendo di mira sempre più spesso le comunità rurali che non si sottopongono al loro controllo. Le vittime civili e militari del conflitto con le formazioni jihadiste sarebbe secondo HRW di circa 26.000 persone dal 2016 ad oggi, delle quali 15.500 solo dal 2022 ad oggi, e 6.000 dall’inizio del 2024 alla fine dello scorso mese di agosto, delle quali circa 1.000 civili.
Il principale obiettivo degli attacchi è costituito dalle unità dei Volontari per la Difesa della Patria, una sorta di milizia volontaria costituita dagli stessi abitanti dei villaggi più periferici, che in tal modo dovrebbero sopperire alle carenze dall’apparato militare e alla sua evidente difficoltà di proiezione nelle aree più remote. Le violenze contro le milizie dei volontari, tuttavia, sempre più spesso si estende all’intera popolazione dei villaggi stessi, incrementando esponenzialmente il numero delle vittime civili soprattutto nelle regioni più remote del paese.
Tale situazione, tuttavia, ha esacerbato le relazioni tra le autorità periferiche e quelle centrali burkinabé, dove le prime lamentano la carenza di supporto da parte dell’esercito e la contestuale esposizione alla notevolmente superiore capacità delle formazioni jihadiste, mostrando sempre meno interesse verso la cooperazione con il governo.
Per fronteggiare questa grave evoluzione sul piano della sicurezza, e gestire l’emergere di sentimenti sempre più critici in seno alla società, il governo burkinabè, quello del Niger e del Mali hanno celebrato lo scorso 16 settembre il primo anniversario dell’Alleanza degli Stati del Sahel, un blocco regionale costituito dai tre paesi nel 2023 con l’intento di rafforzare la cooperazione politica ed economica e favorire la creazione di una forza di difesa comune.
Ben poco di quanto era stato annunciato all’atto della costituzione del sodalizio è stato realizzato, se non progetti minori e dal tenore puramente retorico, come l’introduzione di un passaporto comune attraverso l’abbandono del formato un tempo adottato dai paesi ECOWAS, dalla quale si sono ritirati alla fine dello scorso gennaio.
Mentre la situazione della sicurezza tende a deteriorarsi progressivamente, quindi, serpeggia in modo crescente una diffusa critica verso le autorità golpiste del paese, che hanno incrementato significativamente la repressione contro qualsiasi forma di dissenso e opposizione alla giunta, in una spirale di crisi che non lascia trasparire allo stato attuale alcuna concreta soluzione.


