La crisi politica del Libano di fronte alla minaccia di un conflitto con Israele e alla gestione dei rifugiati siriani

Libano

La crisi politica libanese non presenta particolari evoluzioni virtuose, così come prospettive per una rapida soluzione soprattutto della questione connessa all’elezione del presidente della repubblica, vacante dall’ottobre del 2022 quando è scaduto il mandato di Michael Aoun. Grava su tale circostanza la costante impossibilità di definire maggioranze coese all’interno del contesto parlamentare, la palese volontà delle forze politiche di bloccare ogni possibile iniziativa attraverso il deliberato boicottaggio delle sedute e le sempre più profonde divergenze tra le diverse agende politiche dei gruppi che compongono la politica libanese, ormai sempre più polarizzati e distanti l’uno dall’altro. Tredici diversi tentativi di selezione per un candidato presidenziale sono sistematicamente e ripetutamente falliti, determinando una situazione di stallo che si ripete per la quarta volta nella storia libanese.

Lo scorso mese di marzo il blocco della “Moderazione Nazionale”, composto prevalentemente da deputati sunniti che precedentemente avevano sostenuto Saad Hariri e che gode del sostegno del patriarca maronita Bachara Boutros al-Rahi, ha proposto un’agenda di lavoro finalizzata innanzitutto a definire una rosa di nomi su cui tutte le formazioni politiche concordano, per stabilire poi nell’ambito di una successiva sessione parlamentare una selezione più ristretta e una contestuale valutazione per stabilire quali tra questi possa ottenere il necessario quorum dei due terzi dei voti al primo turno o la maggioranza in quelli successivi.

L’iniziativa del blocco della “Moderazione Nazionale” è stata accolta favorevolmente dai paesi del “quintetto” (Stati Uniti, Francia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar), sebbene ogni ulteriore evoluzione sia poi stata frustrata dall’irremovibilità del partito sciita Hezbollah nel sostenere unicamente il proprio candidato, il leader maronita del partito Marad Suleiman Franjieh, che non gode peraltro di particolare sostegno neanche all’interno della propria comunità.

In tale contesto si delinea in primo luogo la disapplicazione delle disposizioni costituzionali, che prevedrebbero un’unica sessione elettorale con turni successivi – frustrata tuttavia dalla costante incapacità dei partiti di individuare il necessario consenso e facendo decadere ogni sessione, impedendo la possibilità del voto a maggioranza – e il trasferimento pro tempore del potere al governo del premier ad interim Najib Mikati, che è tuttavia considerato decaduto in seguito alle elezioni parlamentari del 20 maggio 2022.

Nonostante i ripetuti appelli di Mikati per l’elezione del presidente, numerose forze politiche lo accusano di essere in realtà poco interessato a favorirne la nomina, nell’intento di prolungare il proprio mandato e perpetuare ad esclusivo vantaggio personale la situazione di stallo politico determinatasi dall’ottobre del 2022.

Le elezioni parlamentari hanno peraltro determinato una composizione del parlamento paradossalmente ancor più instabile rispetto al passato, dove nessuna forza politica dispone della maggioranza o della possibilità di poterla determinare attraverso la formazione di una solida coalizione, rendendo di fatto impossibile delineare un percorso di uscita dalla crisi.

L’intransigenza del blocco sciita composto dai partiti Hezbollah e Amal nel sostegno alla sola ipotesi di candidatura di Suleiman Franjieh ha ulteriormente complicato questo già complesso scenario politico, alimentando il sistematico boicottaggio delle elezioni presidenziali e rifiutando qualsiasi ipotesi di compromesso su un candidato terzo. I partiti sciiti hanno in tal modo ostacolato ogni iniziativa promossa dal blocco della “Moderazione Nazionale”, temendo che il sostegno fornito anche dal “Quintetto” potesse attribuire all’iniziativa una possibilità di successo individuando un candidato di compromesso potenzialmente non in linea con le rigide prerogative di Hezbollah e Amal.

A fare da contraltare alla rigidità dei partiti sciiti e dei loro alleati che si riuniscono nella coalizione conosciuta come “Alleanza dell’8 marzo” c’è poi quella delle forze di opposizione guidate soprattutto dal Movimento Patriottico Libero di Gebran Bassil, appoggiato dal Partito delle Forze Libanesi di Samir Geagea, che accusano le forze sciite di aver trascinato il Libano in una pericolosa alleanza con l’Iran e con la Siria, destabilizzando la capacità politica del paese.

Viene in tal modo a determinarsi una condizione di impasse che appare al momento priva di qualsiasi possibilità di soluzione, lasciando presagire la possibilità di un prolungamento della crisi a tempo pressoché indeterminato. Condizione non nuova per il Libano, ma che in questa fase è resa più grave dalla profonda crisi economica, dal riemergere delle rivalità tra le differenti componenti politiche e confessionali e, non ultimo, dall’instabilità regionale alimentata dal perdurante conflitto a Gaza e dalle continue avvisaglie di una possibile escalation capace di travolgere il Libano.

Per fronteggiare quantomeno l’emergenza della crisi economica, lo scorso maggio l’Unione Europea ha varato un pacchetto di aiuti da 1 miliardo di euro a favore del Libano, confermati nella visita a Beirut della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha affermato come l’intento dell’Unione Europea sia quello di provvedere soprattutto al rafforzamento del servizi di base, dell’attuazione delle riforme finanziarie e garantire la stabilità e l’efficienza delle forze di sicurezza libanesi. Il finanziamento europeo, tuttavia, è anche e soprattutto destinato a fronteggiare l’emergenza dei rifugiati siriani presenti nel paese sin dallo scoppio della guerra civile nel 2011, e che oggi numerose comunità libanesi vorrebbero spingere a migrare verso l’Europa. Il fondo stanziato dall’Unione Europea, quindi, ha generato discordanti percezioni nel paese, venendo da più parti considerato come uno strumento per impedire la fuoriuscita dei profughi, senza una reale capacità di apportare benefici al Libano e alla sua sempre più precaria stabilità politica, sociale ed economica.

La grave crisi finanziaria del 2019, che ha determinato il collasso dell’economia libanese e aumentato enormemente il numero di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà, ha generato un malessere sociale che non ha tardato a manifestarsi in modo violento e discriminatorio nei confronti dei numerosi profughi siriani presenti nel paese, alimentando una retorica disumanizzante accompagnata da espulsioni forzate e tentativi di fuga verso l’Europa. Per tale ragione, l’annuncio da parte dell’Unione Europea dell’erogazione di un nuovo pacchetto di aiuti al Libano è stato fortemente criticato dalla locale società, che lo considera non solo come un bieco strumento europeo per impedire che i rifugiati siriani lascino il paese ma anche uno rischio che andrà ad incrementare la dilagante corruzione nel settore pubblico.

Non esistono dati ufficiali sul numero di profughi siriani che risiedono sul territorio libanese, sebbene le stime formulate dalle Nazioni Unite ritengano che questi siano circa 1,5 milioni, su una popolazione locale di circa 5,3 milioni di abitanti, costituita peraltro al suo interno da un ingente numero di profughi palestinesi ormai residenti in Libano sin dall’epoca della guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990.

La diffusa povertà dei campi profughi ha alimentato la criminalità e una serie di episodi violenti verificatisi nel corso degli ultimi mesi, addebitati a bande criminali siriane, ha determinato una recrudescenza dell’ostilità verso le comunità dei profughi, spingendo il fragile parlamento libanese a stabilire una procedura di rimpatrio forzato da completarsi entro il termine di un anno, che dovrà essere attuata dal governo del primo ministro ad interim Najib Mikati non senza difficoltà. Secondo le autorità libanesi, infatti, ampie zone della Siria sono ormai sicure, permettendo il rientro di un gran numero di rifugiati, e chiedendo all’UNHCR di investire le proprie risorse in tale direzione anziché a favore della loro stabilizzazione sul territorio libanese. Un programma di difficile realizzazione, tuttavia, stante i timori di ritorsioni da parte delle autorità del governo siriano sui profughi.

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