La crisi delle relazioni tra Somalia ed Etiopia, sullo sfondo degli accordi di Addis Abeba con Somaliland e Puntland

File Photo: Somalia's President Hassan Sheikh Mohamud Speaks During A Reuters Interview In Mogadishu

Lo scorso 1° gennaio il primo ministro etiopico Abiy Ahmed e il presidente del Somaliland Muse Bihi Abdi hanno firmato ad Addis Abeba un Memorandum d’Intesa che ha generato una profonda crisi nei rapporti tra la Somalia e l’Etiopia.

Il Memorandum, nell’ambito di un reciproco interesse a rafforzare la cooperazione politica ed economica, prevede l’accesso per l’Etiopia ai porti del Somaliland e la locazione per un peridio di cinquant’anni al governo di Addis Abeba di un’ampia fascia costiera dove l’Etiopia verrebbe autorizzata a sviluppare una propria base navale, tornando in tal modo a poter disporre di un proprio accesso al mare.

A fronte di tale impegno del Somaliland, l’Etiopia si è impegnata a valutare la possibilità di un formale riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland, oltre a benefici di natura economica sotto il profilo degli investimenti industriali.

L’interesse del Somaliland nel sostenere tale progetto è evidente, auspicando un riconoscimento formale della propria sovranità che possa essere prodromico di una futura ulteriore espansione, sancendo in tal modo la formalizzazione dell’indipendenza dalla Repubblica Federale della Somalia, l’attrazione di ulteriori investimenti stranieri e generando di fatto un processo di consolidamento della propria autonomia politica, economica e militare.

Più complesse le ragioni dell’interesse etiopico, certamente trainate dalla possibilità di una più ampia capacità di sviluppo della propria filiera industriale, che attraverso l’accesso a più porti della regione – oggi il principale snodo è Gibuti – consentano di incrementare il volume delle esportazioni e delle importazioni. Al tempo stesso, tuttavia, l’accesso diretto al mare e la possibilità di dotare il paese di una propria componente navale militare, rappresentano elementi strettamente connessi alla narrativa del nazionalismo etiopico, che ha sempre considerato la perdita dell’Eritrea nel 2000 come un’amputazione territoriale del paese e la sua costrizione nell’ambito di una nuova dimensione geografica, stretta all’interno di confini terrestri che non permettono il pieno conseguimento delle ambizioni globali del paese.

In più occasioni, anche prima della firma del Memorandum con il Somaliland, il primo ministro Abiy Ahmed aveva apertamente fatto ricorso all’iconografia del nazionalismo storico dell’Etiopia, che considera il Mar Rosso come il confine naturale del paese, provocando la dura reazione del governo dell’Eritrea. L’incerto stato delle relazioni tra Addis Abeba e Asmara all’indomani della guerra nel Tigrai, e la concreta possibilità di un nuovo conflitto, avevano pi portato il primo ministro Abiy Ahmed a riconsiderare le proprie posizioni sulla questione del Mar Rosso, senza abbandonare tuttavia l’interesse per la ricerca di una proiezione marittima, individuata successivamente con il Somaliland.

Anche tale scelta, tuttavia, non è stata priva di sviluppi controversi, interessando in modo diretto l’irrisolta questione dell’indipendenza del Somaliland e soprattutto una delle questioni chiave del nazionalismo somalo.

La firma del Memorandum è stata infatti immediatamente condannata e dichiarata priva qualsiasi legittimità dal governo somalo, che l’ha definita senza mezzi termini come una violazione della sovranità della Somalia e un’aggressione, generando un intenso dibattito in sede parlamentare e l’immediata adozione di misure sul piano giuridico in sede internazionale.

In una paradossale condivisione di posizioni, anche le milizie jihadiste dell’al Shabaab hanno rigetto l’accordo, dimostrando a loro volta come il nazionalismo somalo sia parte della narrativa stessa dei miliziani e uno strumento per incrementare il sostegno a proprio favore. Il portavoce del gruppo, Ali Mohamud Rage, ha affermato attraverso i canali social collegati all’al Shabaab come questa si opponga in modo deciso contro il Memorandum, che considera non solo illegittimo ma anche promosso da attori “apostati e traditori”, minacciando di colpirne l’attuazione con la violenza.

I toni verbali della reazione somala sono poi cresciuti sino a paventare la possibilità di un conflitto con l’Etiopia e il presidente Hassan Sheikh Mohamud ha apertamente invitato i somali a prepararsi alla possibilità di dover difendere l’integrità del paese con le armi, evocando gli spettri del disastroso conflitto che già aveva interessato i due paesi tra il 1977 e il 1978, quando l’allora presidente Siad Barre aveva cercato di conquistare la regione dell’Ogaden.

Il governo etiopico, di contro, ha minimizzato la portata dell’accaduto, difeso la liceità dell’accordo e cercato di ammorbidire i toni dello scontro in modo inefficace, senza adottare alcune efficace formula diplomatica per avviare un’interlocuzione con il governo di Mogadiscio.

La crisi è entrata in tal modo in una fase ancor più acuta nel mese di marzo, quando una delegazione del Puntland – altro stato somalo con caratterizzato da ambizioni autonome – si è recata ad Addis Abeba per discutere di ulteriori accordi di cooperazione bilaterale, generando una decisa reazione del governo somalo. La delegazione, guidata dal ministro delle Finanze Mohammed Farah Mohammed, è stata ricevuta in forma ufficiale ad Addis Abeba dal ministro degli Esteri Mesganu Arga, con i quali i delegati del Puntland hanno discusso di cooperazione nel settore del commercio, degli investimenti e nello sviluppo di progetti nel settore dell’energia.

Il giorno successivo, all’apice della tensione, il governo somalo ha chiesto all’ambasciatore etiopico a Mogadiscio, Muktar Mohamed Ware, di lasciare la capitale entro le successive 72 ore, disponendo altresì la chiusura dei consolati etiopici ad Hargheisa, capitale del Somaliland, e Garoe, capitale del Puntland. Una misura grave, che dimostra come il deterioramento delle relazioni tra Somalia ed Etiopia sia giunto ormai quasi ad un punto di non ritorno, ma che dimostra al tempo stesso come politica estera regionale etiopica abbia intrapreso un percorso alquanto impervio, non privo di possibili conseguenze negative.

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