La conquista di Hama in Siria e i possibili scenari dell’evoluzione della crisi

Siria Hama

Il 5 dicembre, dopo averla circondata su tre lati, è caduta nelle mani delle milizie islamiste di Tahrir al Sham (HTS) la strategica città di Hama, la terza per dimensioni nel paese. L’offensiva, tuttavia, sembra essere stata sostenuta anche dalle formazioni di un’altra importante sigla dell’opposizione, nota col nome di Esercito Nazionale Siriano e anch’essa sostenuta dalla Turchia, sebbene spesso caratterizzata da posizioni conflittuali con l’HTS.

Secondo quanto confermato dalle stesse autorità del regime di Damasco, le forze dell’esercito regolare siriano hanno abbandonato la città ritenendone impossibile l’ulteriore difesa, permettendo in tal modo alle milizie di HTS di accelerare l’ingresso nel centro abitato e prenderne gradualmente l’intero controllo.

La perdita di Hama rappresenta un duro colpo per Bashar al-Asad e apre al concreto rischio di una possibile nuova offensiva verso sud in direzione di Homs, che costituisce l’ultimo baluardo prima della capitale Damasco.

Le forze aeree siriane e russe hanno cercato inutilmente di colpire gli insorti attestatisi alla periferia della città, conducendo numerose sortite di bombardamento che non hanno tuttavia sortito effetti nell’impedirne l’avanzata.

Nelle prime ore del pomeriggio del 5 dicembre, pertanto, le forze governative hanno ritenuto ormai non più possibile assicurare la difesa della città, ordinando alle proprie truppe di abbandonarla e ripiegare più a sud per organizzare una più consistente difesa del fronte in prossimità di Homs.

La caduta di Hama rappresenta un durissimo colpo per le forze del regime di Damasco, per due ragioni in modo particolare. La prima è la dimostrazione della fragilità della capacità militare del governo di Bashar al-Asad e della coalizione che la sostiene grazie al contributo della Russia, dell’Iran e dell’Hezbollah libanese. Per ragioni diverse tra loro, ognuno degli alleati di Damasco sembra essere nell’impossibilità di fornire un rapido e sostanziale aiuto in termini militari al regime, imponendo alle logorate forze armate siriane di sostenere in modo pressoché autonomo lo sforzo militare sul terreno. Sebbene la capacità delle forze aeree russe sia ancora consistente nel paese, compiendo azioni quotidianamente nel tentativo di contrastare l’avanzata degli insorti, queste non sono sufficienti a contenere la dilagante capacità delle diverse milizie dell’opposizione che hanno impegnato il regime in tutta l’area settentrionale del paese.

La seconda ragione è invece rappresentata dall’importanza strategica assoluta della città Homs, poco a sud di Hama, dove sembrano dirigersi adesso le milizie dell’opposizione e che rappresenta di fatto l’ultimo bastione per la difesa di Damasco e della costa siriana, e soprattutto dei porti di Latakia e Tartus, che sono anche basi navali russe. Qualora la capacità delle forze di opposizione dovesse riuscire a mantenere l’intensità dell’offensiva cha ha sinora sferrato, la possibile caduta di Homs rappresenterebbe la divisione di fatto del territorio sotto il controllo dell’esercito siriano in due distinte zone, aprendo poi alla possibilità di una ulteriore avanzata in direzione di Damasco.

Uno scenario gravissimo per il regime di Bashar al-Asad, dove tuttavia non mancano allo stato attuale possibili variabili per poterne ancora determinare un’evoluzione. L’Iran, infatti, ha affermato di voler considerare la possibilità di un intervento diretto delle proprie forze armate sul territorio siriano, qualora il governo di Damasco ne facesse esplicita richiesta, mentre numerose unità delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMU) irachene hanno manifestato l’interesse e la disponibilità ad intervenite al fianco dell’esercito regolare siriano.

L’Iran già dispone in Siria di una consistente presenza militare indiretta, composta da unità costituite attraverso il reclutamento di combattenti afgani e pachistani, che tuttavia sono dislocate prevalentemente nelle regioni orientali del paese e con il primario compito di contenere le forze curde (alleate degli Stati Uniti) e quelle – ancora presenti in Siria – dello Stato Islamico.

Un impegno militare autonomo dell’Iran in Siria, peraltro, potrebbe non essere militarmente ed economicamente facile da sostenere, stante anche la grave situazione di crisi che continua a interessare il paese nell’ambito delle perduranti tensioni con Israele. L’organizzazione di un corpo di spedizione autonomo in Siria, infatti, presupporrebbe un dispiegamento di forze ingente, capace di sguarnire la difesa nazionale in un momento di particolare tensione e vulnerabilità della Repubblica Islamica.

Sembra al tempo stesso estremamente difficile per la Russia poter incrementare il proprio sostegno militare a favore della Siria, soprattutto attraverso l’impiego di unità terrestri che andrebbero a penalizzare la capacità offensiva di Mosca sul fronte ucraino. Tale scenario, peraltro, potrebbe essere reso impossibile dall’eventualità di una minaccia che si spinga in direzione dei porti di Tartus e Latakia, da dove i russi hanno già disposto il ripiegamento delle proprie navi, che potrebbe penalizzare fortemente la capacità di sostegno logistico delle forze di Mosca.

Resta infine da comprendere, in termini di scenario, quale possa essere l’effettiva capacità di coesione delle diverse componenti dell’opposizione siriana nel momento in cui si ponga l’opportunità di sferrare un attacco finale al regime di Damasco. Per quanto accomunate dal momentaneo interesse a favorire la caduta del regime di Bashar al-Asad, infatti, le tre principali componenti dell’opposizione nel nord del paese sono alquanto conflittuali tra loro e assai divergenti negli obiettivi politici. Non è da escludersi, infine, che le residuali forze dello Stato Islamico presenti in Siria possano cogliere l’opportunità per intervenire in questa complessa fase di crisi esercitando un loro ruolo autonomo.

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