La caduta del regime di Bashar al-Asad e le incognite per il futuro della Siria

Al Sharaa

La fulminea offensiva lanciata dalle forze dell’Hayat Tahrir al-Sham è riuscita in soli dieci giorni a conquistare le principali città della Siria, provocando all’alba dell’8 dicembre la caduta di Damasco e conseguentemente del regime di Bashar al-Asad.

L’avanzata delle milizie islamiste è stata agevolata dalla sempre minore resistenza delle forze dell’esercito siriano, che, scoraggiate e demotivate, hanno progressivamente ripiegato su posizioni difensive evitando di ingaggiare sanguinosi combattimenti con le forze avversarie.

Una prima analisi delle condizioni che hanno determinato questo rapido mutamento degli equilibri siriani induce a due ordini di considerazioni. La prima è quella determinata dal venir meno della capacità di sostegno offerta dai tre principali alleati del regime di Bashar al-Asad, la Russia, l’Iran e l’Hezbollah libanese. Le forze russe nel paese, sebbene ancora consistenti nell’ambito di quelle aeree, hanno visto la progressiva riduzione delle forze terrestri in conseguenza dell’accresciuta richiesta di personale militare sul preminente fronte ucraino. Le forze iraniane, costituite da consiglieri militari dell’IRGC e dalle milizie afgane Liwa Fatemiyoun e quelle pachistane Liwa Zainebiyoun, sono state a loro volta travolte dalla rapidità dell’offensiva dell’HTS, non riuscendo soprattutto a fornire un tempestivo sostegno nelle aree interessate dai combattimenti. Le forze dell’Hezbollah libanese, infine, sono state anch’esse fortemente ridotte nel numero in conseguenza delle concomitanti esigenze del conflitto con Israele nel Libano meridionale, riuscendo a svolgere un ruolo poco più che marginale nel contrasto all’offensiva.

La seconda considerazione, invece, è quella relativa al progressivo mutamento delle relazioni tra la Siria e i suoi principali alleati nel corso degli ultimi quattro anni, che ha determinato una crescente sfiducia nei confronti di Bashar al-Asad. La Russia ha cercato di sostenere le istanze turche relative al processo di riconciliazione nazionale siriano, sistematicamente ignorate da al-Asad sino al punto di indispettire tanto Mosca quanto Ankara, determinando quindi il progressivo venir meno della fiducia verso Damasco. La Russia, tuttavia, ritiene di essere stata al tempo stesso ingannata anche dalla Turchia, che avrebbe segretamente contribuito a predisporre l’offensiva dell’HTS, sostenendo con Mosca che queste fossero forze minori e poco rilevanti, alle quali Ankara aveva peraltro chiesto di esercitare moderazione.

Tale condizione avrebbe in tal modo colto di sorpresa tanto la Russia quanto l’Iran, che si sarebbero trovate a gestire le fasi emergenziali di un conflitto ormai in pieno svolgimento, senza alcuna reale capacità di poter intervenire con un sostanziale apporto militare. L’Iran, al tempo stesso, non ha nascosto nel corso dell’ultimo anno circa il proprio disappunto per il riavvicinamento della Siria all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, che ha portato alla riammissione di Damasco nella Lega Araba ma che è stato interpretato dall’Iran come uno sganciamento progressivo dall’asse della resistenza. L’ultima visita di al-Asad a Mosca pochi giorni prima della caduta del regime, infine, avrebbe dimostrato ai russi l’ormai evidente scollamento tra il vertice del regime e le sue forze armate, inducendo ad offrire un mero sostegno alla fuga per Bashar al-Asad e la sua famiglia.

L’ingresso delle milizie dell’HTS a Damasco, invece, è avvenuto nel contesto di un intenso sforzo del loro leader, sino a pochi giorni fa conosciuto solo con il suo nom de guerre di Abu Mohammed al-Jolani, di veicolare una nuova narrativa sulle milizie poste al suo comando, distanziando se stesso e i suoi combattenti dall’immagine di Jabhat al-Nusra e soprattutto di quella di al Qaeda.

Sin dal giorno del suo ingresso a Damasco, pertanto, ha iniziato ad utilizzare il suo vero nome, Ahmed al-Sharaa, recandosi poco dopo nella grande moschea degli Omayyadi per tenere il primo discorso della vittoria, nell’ambito del quale ha voluto rassicurare i siriani e il contesto internazionale nel merito delle intenzioni pluraliste e inclusive delle sue milizie.

Si sono susseguiti nei giorni successivi comunicati che hanno specificato come i costumi del paese non sarebbero cambiati, non sarebbe stato imposto il velo alle donne, e si sarebbe garantita la libertà di manifestare il culto a tutte le confessioni religiose presenti nel paese, cui sono seguite le prime funzioni religiose nelle moschee sciite e nelle chiese cristiane.

È stato poi nominato il 9 dicembre un nuovo primo ministro, Mohammed al-Bashir, al quale è stato chiesto di formare un governo transitorio e portare il paese idealmente verso libere elezioni, che tuttavia appaiono ancora come un obiettivo non immediato.

A dispetto di tale approccio, tuttavia, è la cautela a prevalere nella risposta da parte dei paesi occidentali alle dinamiche del conflitto siriano, e soprattutto ai suoi promotori. Gli Stati Uniti in particolar modo, pur non menzionando direttamente l’HTS o al-Sharaa, hanno più volte manifestato il proprio timore per un ritorno dello Stato Islamico in Siria, affermando di essere pronti a combatterlo.

Al tempo stesso, infine, restano estremamente conflittuali le relazioni tra alcune delle formazioni filo-turche e quelle curde, determinando il rischio di una nuova escalation nel nord del paese. Sono in particolar modo le forze dell’Esercito Libero Siriano che hanno ripreso l’iniziativa militare contro le Forze Democratiche Siriane, espressione dell’YPG curdo, tanto nelle regioni nord-occidentali quanto in quelle nord-orientali.

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