Il Sudan e la Russia potrebbero firmare un accordo di cooperazione militare, concedendo l’apertura di una base navale russa sul Mar Rosso

Bogdanov E Al Burhan In Port Sudan

Il canale satellitare saudita Al Hadat ha intervistato il 25 maggio scorso il generale Yasir Al-Atta, vice comandante delle forze armate sudanesi (SAF), confermando che il presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, generale Abdel Fattah Al-Burhan, avrebbe discusso di alcuni accordi con la Russia nell’ambito di una possibile cooperazione militare. Tali accordi prevederebbero la fornitura da parte della Russia al Sudan di ingenti quantitativi di armamenti, vitali per il governo di Khartoum per uscire dall’impasse del conflitto con le milizie ribelli delle Rapid Support Forces (RSF), a fronte della concessione alla Russia di poter realizzare una base navale logistica per la propria marina militare a Port Sudan, sul Mar Rosso.

A destare curiosità è il fatto che l’emittente satellitare saudita Al Hadat era stata sospesa dalla possibilità di trasmettere in Sudan lo scorso 2 aprile per volere del Ministero dell’Informazione del Consiglio Sovrano di Transizione, che aveva accusato la redazione Al Hadat (insieme a quella di Al Arabiya e Sky News Arabia) di “mancanza di professionalità e di trasparenza”, oltre al mancato rinnovo delle licenze.

Il progetto per la costruzione di una base navale russa nel paese era stato discusso già in passato, prima della guerra civile, durante il mandato del premier Abdalla Hamdok, dimessosi poi nel 2022 in seguito alla forte repressione delle proteste della società sudanese per la mancata transizione ad un governo civile. Gli Stati Uniti avevano esercitato allora enormi pressioni sul governo di Khartoum per scoraggiarlo dal concedere alla Russia una base navale sul proprio territorio, offrendo al contrario incentivi economici poi collegati anche alla normalizzazione delle relazioni con Israele, naufragata definitivamente con l’emergere della guerra civile.

Oltre alla possibile cooperazione con la Russia, il generale Al-Atta ha anche espressamente ammesso che le SAF avrebbero ricevuto dall’Iran un imprecisato numero di droni da combattimento Mohajer-6, grazie ai quali sarebbe stato possibile conseguire alcune vittorie militari soprattutto nell’area della città satellite della capitale, Omdurman.

L’annuncio del possibile accordo con la Russia è avvenuto in un contesto narrativo alquanto particolare, dove il generale Al-Atta ha per la prima volta presentato le scuse del presidente Al-Burhan alla popolazione sudanese per il ritardo nel conseguimento degli obiettivi annunciati nel conflitto contro le RSF, aggiungendo tuttavia come la situazione sia adesso mutata grazie alla riorganizzazione delle forze militari e paramilitari, grazie alle quali sarà a breve possibile dispiegare 12 battaglioni misti. In tale contesto, si lascia intendere, il sostegno militare della Russia rappresenterebbe una vitale risorsa per sconfiggere definitivamente le forze al comando del generale Dagalo e ripristinare l’ordine nel paese.

Ambizioni che devono essere tuttavia misurate sulla complessa realtà del conflitto civile sudanese, alla luce soprattutto del contestuale e noto sostegno occulto fornito almeno sino al più recente passato dalla ex Wagner russa, ora Legione Africana, alle RSF del generale Dagalo, con l’obiettivo di incrementare i ricavi del lucroso mercato illegale dell’oro. Un sostegno che secondo alcuni sarebbe ancora in atto e che non è chiaro come potrebbe conciliarsi con i termini dell’annunciato accordo che il governo di Khartoum intenderebbe firmare con la Russia nel merito della cooperazione militare.

In una recente visita a Port Sudan, lo scorso 28 aprile, il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha affermato che la Russia attribuisce la legittima sovranità del governo del paese alle forze del Consiglio Sovrano di Transizione, aprendo esplicitamente in direzione di un sostegno univoco alle SAF agli ordini del generale Al-Burhan. Questo potrebbe significare un generale mutamento di strategia da parte di Mosca, con il contestuale abbandono del generale Dagalo e la ricerca dell’accesso alle risorse minerarie del paese attraverso la vittoria delle SAF soprattutto nello stato regionale del Darfur, dove viene prodotta la maggiore quantità di oro e che è al momento controllata in larga parte dalle RSF.

Tale mutamento tuttavia, se effettivamente confermato, comporterebbe due ordini di problemi. Il primo nel rapporto tra Mosca ed Abu Dhabi, che sino ad oggi sembra aver sostenuto le forze del RSF in funzione del contrasto alla minaccia delle forze islamiste che sostengono il generale Al-Burhan. Il secondo è invece connesso alla effettiva capacità delle SAF di sconfiggere le RSF, che sino ad oggi si sono dimostrate più flessibili e capaci sul campo di battaglia. Sebbene le forze delle SAF abbiano ottenuto alcune vittorie sulle RSF, soprattutto all’indomani della fornitura di droni da parte dell’Iran, allo stato attuale il conflitto sembra entrato nuovamente in una fase di stagnazione, che Khartoum intende rilanciare attraverso l’afflusso di armi fornite dalla Russia. Sebbene tali forniture potrebbero probabilmente permettere alle SAF di riconquistare in tutto o in parte l’area della capitale e della città satellite di Omdurman, minori certezze accompagnano invece l’ipotesi di una vittoria rapida e su larga scala nello stato regionale del Darfur, dove la presenza e la capacità delle RSF appare ancora alquanto efficiente.

Un ultimo e non trascurabile elemento è infine quello connesso al futuro dei colloqui di pace promossi dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita, che avrebbero dovuto riprendere a Jeddah lo scorso 15 maggio ma che sono stati posticipati e infine ufficialmente respinti il 29 maggio dal governo sudanese. Il vice presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, Malik Agar, ha infatti comunicato il rifiuto del governo di Khartoum di partecipare ai negoziati, adducendo come motivazione la mancanza di un preventivo coordinamento e l’assenza di chiari obiettivi su cui impostare i colloqui. Agar ha anche aggiunto come il conflitto in Sudan sia stato esacerbato dalle ingerenze di attori esterni quali gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, mostrando con chiarezza come e quanto sia mutato il contesto dell’interlocuzione con Washington in conseguenza del rinnovato rapporto con Mosca.

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