Il ruolo degli impegni per il clima nel nuovo parlamento europeo

Green Deal

Dal 6 al 9 giugno 2024, circa 450 milioni di persone sono invitate a votare la costituzione dell’unico organo dell’Unione Europea (UE) eletto direttamente dai cittadini, il Parlamento Europeo (PE).

Queste elezioni sono di particolare rilevanza in quanto la nuova composizione del PE influenzerà gli impegni che l’UE si è prefissata in questa legislatura per contrastare il cambiamento climatico. A rischio vi è il futuro del Green Deal – impegna l’UE a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – dato che deve essere ancora tradotto in misure concrete.

Influenzerà gli impegni perché il PE svolge principalmente tre funzioni. Condivide con il Consiglio dell’Unione europea (organo costituito dai Ministri dei vari Paesi Membri) il potere legislativo. Non detiene il potere di iniziativa legislativa, ma solo di preiniziativa, perché l’unico organo che possiede il potere esecutivo in UE è la Commissione Europea (CE).

Il PE, infatti, ha il potere sia di sollecitare la CE a prendere l’iniziativa legislativa; sia di discutere, modificare ed approvare le proposte presentate dalla Commissione.

Sempre con il Consiglio, divide il potere di bilancio: può, pertanto, modificare le spese dell’UE.

Infine, il PE esercita anche un controllo democratico su tutte le istituzioni, organi e organismi dell’UE, in particolare sulla CE. Difatti, è il PE che elegge, in base ai risultati delle elezioni (per cui di solito la scelta ricade tra i membri del gruppo politico più rappresentato all’interno del PE) e su proposta del Consiglio europeo (istituzione che definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Unione europea), il nuovo presidente della CE; approva o respinge la nomina dei commissari europei e può censurare la Commissione.

Comunque, attualmente il PE è composto da 705 eurodeputati che dal 1979 sono eletti, ogni 5 anni, a suffragio universale diretto. Con questa nuova legislatura, i seggi del Parlamento aumenteranno a 720, per riflettere i cambiamenti demografici dei Paesi Membri. Infatti, il numero di membri del PE è suddiviso approssimativamente in modo proporzionale alla popolazione di ciascuno di essi. Approssimativamente perché i parlamentari vengono eletti secondo i criteri della proporzionalità degressiva: un paese non può avere meno di 6 e più di 96 parlamentari.

Gli eurodeputati si riuniscono in gruppi politici: sono composti da un numero minimo di 23 parlamentari; devono rappresentare almeno un quarto dei Paesi Membri e sono organizzati non per nazionalità bensì per affinità politiche.

Sono attualmente 7 i gruppi politici ufficialmente riconosciuti. Gruppo del Partito popolare europeo (PPE): ad oggi il più numeroso, di ispirazione conservatrice e liberale, riunisce i partiti di centrodestra – in Italia è rappresentato da Forza Italia. Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D): è il secondo gruppo più ampio, di matrice socialista e laburista – vi è iscritto il Partito Democratico. Renew Europe Group (RE): di stampo liberale e centrista – è composto dagli esponenti di Azione e Italia Viva. Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea (G/EFA): di stampo ambientalista ed ecologista, è vicino al mondo della sinistra. Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR): promuove valori conservatori e nazionalisti – costituito da parte italiana da Fratelli d’Italia. Gruppo Identità e Democrazia (ID): incarna un’ideologia che si può definire più a destra dell’ECR – ne fa parte la Lega. Il gruppo della Sinistra (GUE/NGL): incarna valori di sinistra radicale e anticapitaliste.

Infine, vi è il gruppo dei Non iscritti (NI): ne fanno parte gli europarlamentari che non hanno aderito a nessun gruppo politico organizzato – come partito italiano, vi è il Movimento 5 Stelle.

Dalle leggi approvate nella scorsa legislatura, si può notare come, per quanto le ali estreme (sia di destra sia di sinistra) del PE abbiano votato spesso contro le politiche climatiche proposte in UE; il polo centrista – insieme ai Verdi – sia stato il maggiore sostenitore della transizione verde.

Questo perché sulle tematiche climatiche, i gruppi ECR e ID hanno una posizione eco-scettica, mentre il GUE/NGL ritiene molto spesso che le azioni per il clima siano poco ambiziose. PPE, S&D, Renew e i Verdi generalmente le sostengono. Per il NI, invece, si può notare come le votazioni siano avvenute in modo assai diverso, proprio a causa della natura eterogenea del suddetto gruppo politico.

Comunque, non è un caso che, ad eccezione dei Verdi, i partiti più favorevoli alle politiche sul clima siano gli stessi che sostengono la Commissione Von der Leyen e che hanno votato per la sua elezione.

Fonte: Europe Elects

Se si considerano le proiezioni di febbraio di Europe Elects (produce report mensili sulle elezioni europee), si può notare come la prossima legislatura vedrà di nuovo come primo partito il PPE e come secondo l’S&D. Tuttavia, di notevole rilevanza, è il fatto che ID e ECR supereranno nei sondaggi Renew e che soprattutto G/EFA perderà ben 25 seggi.

Secondo l’Eurobarometro – conduce una serie di sondaggi per conto della CE – questa minor sensibilità per gli impegni per il clima è dovuta ai costi dell’azione climatica. Nel senso che, per quanto una grande maggioranza degli europei sostenga che vi sia bisogno di un’azione più ambiziosa per combattere il cambiamento climatico, la maggioranza di essi è preoccupata per i suoi costi.

Questo sentimento eco-scettico si è intensificato soprattutto a seguito della pandemia da Covid-19 e della crisi in Ucraina. Infatti, si può notare come in questo periodo, in numerosi Paesi Membri siano saliti in carica governi non attenti alle politiche climatiche e come le normative approvate per il Green Deal – su tutte le iniziative legate alla natura, all’agricoltura e alla biodiversità – siano decisamente meno ambiziose rispetto agli impegni stabiliti nel momento in cui è stato approvato (gennaio 2020).

Ciò si riflette anche nei programmi elettorali dei vari gruppi politici con cui si presenteranno alle elezioni di giugno. Infatti, l’unico gruppo che dà ancora un ampio respiro alle tematiche climatiche all’interno del suo programma, il G/EFA, sia in calo nelle proiezioni. Poi, il primo potenziale gruppo politico, il PPE, si sta presentando alle attuali elezioni con un programma elettorale caratterizzato dalla quasi assenza di politica ambientale – presentata solo in ottica di competizione economica – nonostante sia stato uno dei principali sostenitori del Green Deal. Questo cambio di traiettoria si può notare anche in Renew che infatti è tornato alle sue storiche radici liberali, con una marcata attenzione al mercato unico dell’UE. In controtendenza va il programma del potenziale secondo gruppo politico, l’S&D, in quanto promuove un concetto di Green Social Deal che pone la politica sociale e i diritti dei lavoratori al centro di una transizione verde “senza sosta”. I programmi elettorali degli altri gruppi politici (ID, ECR, GUE/NGL) non sono ancora stati presentati, ma si ritiene che rimangano in linea con il trend della scorsa legislatura.

Quindi, seppure la visione complessiva del Green Deal dell’UE rimane intatta, essendo supportata da oltre due dozzine di leggi già approvate, con la nuova composizione del PE vi è il rischio, visto il disimpegno climatico che traspare nei vari programmi elettorali, che l’azione per il clima dell’UE diventi meno ambiziosa proprio negli anni decisivi per limitare gli impatti del cambiamento climatico.

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