Il primo turno delle elezioni presidenziali in Iran mette in evidenza quanto disillusa e polarizzata sia oggi la società della Repubblica Islamica

Pezeshkian

Il primo turno delle elezioni iraniane si è concluso senza un vincitore, determinando la necessità di un voto di ballottaggio che si terrà il prossimo 5 luglio. I due candidati che si contenderanno la poltrona presidenziale sono il riformista Masoud Pezeshki e l’ultraconservatore Seed Jalili, che hanno ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, rispettivamente con il 44,36% e con il 40,35%.

Almeno tre considerazioni principali sono possibili dopo l’esito del primo turno elettorale, per comprenderne le dinamiche e valutarne gli scenari evolutivi.

La prima considerazione che è possibile trarre dal primo turno di voto è quella relativa all’affluenza alle urne, che il 28 giugno ha fatto registrare il valore del 39,93%, collocandosi come la più bassa dalla rivoluzione del 1979. Rappresenta la dimostrazione di come la società iraniana sia ormai profondamente disillusa e disincantata dalla politica, che reputa incapace di risolvere i problemi strutturali del paese, di attuare le riforme a lungo chieste soprattutto dalle generazioni più giovani e di fornire opportunità per il futuro. A nulla è quindi servito il tentativo dell’establishment di ammettere alle elezioni candidati di gruppi politici diversi, al fine di incentivare il voto e legittimare le elezioni dinanzi alla società iraniana e alla comunità internazionale. Una così bassa affluenza alle urne – per gli standard iraniani – manifesta in modo chiaro e inequivocabile l’intento di inviare un segnale forte, anche a rischio di vedere eletto un candidato di area ultraconservatrice, che potrebbe contribuire a trasformare la politica iraniana in modo ulteriormente peggiorativo.

La seconda considerazione risiede invece nell’analisi del voto, e dimostra come la politica iraniana si sia ulteriormente polarizzata, spostandosi verso i suoi due estremi, sacrificando l’area centrista e quella conservatrice più moderata dei principalisti. Gli elettori che si sono recati alle urne hanno diviso il loro voto in modo pressoché omogeneo tra il candidato di area riformista e quello di area ultraradicale, comprimendo ulteriormente l’area principalista e infliggendo una umiliante sconfitta a Qalibaf e a Pourmohammadi. Un risultato che è il prodotto dell’ormai pressoché completata transizione generazionale ai vertici del sistema di potere iraniano, dove la prima generazione clericale di epoca rivoluzionaria è ormai demograficamente soppiantata dalla seconda generazione, che affonda le sue radici nell’esperienza bellica contro l’Iraq e nel potente combinato del potere politico, economico e militare dei Pasdaran. Al tempo stesso, tuttavia, la società iraniana è composta anche da una terza generazione, demograficamente rappresentativa di coloro che hanno un’età inferiore ai 35 anni e costituiscono il 75% circa della popolazione, politicamente orientata in larga maggioranza verso le posizioni riformiste. Il voto di una parte di questi è riuscito in tal modo al primo turno a compensare la coesa compagine dell’elettorato ultraconservatore, che ha dimostrato tuttavia di essere cresciuto ancora e di avere ormai la capacità – come dimostrato alle elezioni parlamentari dello scorso 1° marzo – di sfidare e prevalere sulle componenti principaliste, che sino a pochi anni fa rappresentavano il gruppo maggioritario del sistema conservatore.

La terza considerazione si riferisce invece alle prospettive per il ballottaggio del prossimo 5 luglio, dove ancora una volta sarà l’affluenza alle urne a determinare le prospettive di vittoria dei due candidati ammessi. Se la società iraniana manifesterà ancora come in occasione del primo turno delle elezioni il proprio disinteresse per la politica, insistendo nella volontà di inviare un messaggio chiaro all’establishment attraverso l’astensione dal voto, la vittoria sarà con ogni probabilità conseguita dal candidato ultraconservatore Jalili, che potrà in tal modo contare sulla propria solida base di voto e con ogni probabilità anche quello di una parte dell’elettorato principalista. Se al contrario la prospettiva di un nuovo governo radicale dovesse indurre la società a debellarne il rischio attraverso il voto, le chance per Pezeshkian di vincere le elezioni incrementerebbero notevolmente.

Il principale fattore di spinta verso l’astensione, tuttavia, risiede nella disillusione soprattutto nel merito delle capacità della stessa figura presidenziale, dopo i falliti esperimenti del riformismo di Khatami e del pragmatismo di Rohani, che hanno ingenerato una diffusa sensazione di impotenza tanto nei confronti dell’establishment del potere quanto nella comunità internazionale, che non ha mai realmente concesso alle formazioni di area progressista di consolidare il proprio ruolo trascinandole in rovinosi fallimenti. Questa stessa disillusione, peraltro, spiega anche l’accresciuta popolarità delle formazioni ultraradicali, che, pur non perorando alcuna agenda di riforma sociale, sono caratterizzate dal netto rifiuto di ogni ulteriore compromesso con il mondo occidentale, aprendo al contrario alla Russia, alla Cina e al sud globale del pianeta nell’ottica una nuova agenda di autonomia, capace di far leva sui sentimenti nazionalistici di una parte probabilmente minoritaria ma certamente significativa della popolazione.

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