Il presidente Macky Sall cerca di contenere le proteste in Senegal annunciando un’amnistia

Macky Sall, Senegal's President,

Non accenna a diminuire la tensione in Senegal, dopo che il presidente Macky Sall ha annunciato il 5 febbraio scorso di voler posticipare le elezioni presidenziali al prossimo mese di dicembre, scatenando un’ondata di proteste che lo hanno poi costretto a una parziale revisione del provvedimento.

Anche la Corte Costituzionale del Senegal si era pronunciata a sfavore dello spostamento delle elezioni – inizialmente previste per il 25 febbraio – al 15 dicembre, chiedendo al presidente di rispettare i termini del mandato e organizzare in tal modo le procedure elettorali entro il 2 aprile, quando cesserà dall’incarico.

Sall ha dovuto accettare il verdetto della Corte, garantendo l’impegno di lasciare la presidenza entro le date prestabilite, senza tuttavia indicare una nuova data per le elezioni e sostenendo la necessità di un dialogo nazionale atto a pacificare il paese. Le elezioni, ha aggiunto Sall, si terranno entro l’inizio della stagione delle piogge, che inizia il prossimo mese di luglio, sebbene la Corte Costituzionale avesse chiesto esplicitamente che sin tenessero entro il 2 aprile.

Al tempo stesso, Sall ha annunciato di voler sottoporre al parlamento un disegno di legge per un’amnistia generale che possa favorire il rilascio di tutte le persone che sono state arrestate dal 2021 ad oggi nel corso delle proteste contro il governo, nel tentativo di placare l’ira delle forze di opposizione e mitigare le accuse che da più parti gli vengono mosse relative al tentativo di impedire la partecipazione degli oppositori alle elezioni.

Macky Sall ha indubbiamente impresso una svolta autoritaria al Senegal, offuscando quell’immagine di paese democratico che era stata lentamente costruita nel corso del tempo, determinando un clima di conflittualità che è stato esasperato in tempi più recenti dall’arresto il 3 marzo del 2021 dell’oppositore Ousmane Sonko, candidato del partito Patrioti Africani del Senegal per il Lavoro, l’Etica e la Fraternità (PASTEF) alle elezioni presidenziali del 2019. L’arresto, con la grave accusa di stupro, era avvenuto dopo che Sonko aveva denunciato un costante tentativo del governo di screditarlo e impedirgli di svolgere il suo ruolo all’opposizione, provocando un acceso dibattito parlamentare che aveva portato alla revoca della sua immunità. Liberato provvisoriamente nel maggio del 2021, Sonko venne assolto dall’accusa di stupro ma comunque condannato a due anni di carcere per “corruzione della gioventù”, vedendosi preclusa la possibilità di una candidatura alle elezioni del 2024. I suoi sostenitori non si arresero, e lo dichiararono ufficialmente candidato del PASTEF alle elezioni presidenziali, determinando una nuova fase di conflittualità politica che portò ad un nuovo arresto di Sonko nel luglio del 2023 e alla dissoluzione del PASTEF per ordine del governo.

Gli ultimi sette mesi sono stati in tal modo caratterizzati da crescenti proteste, che hanno portato lo scorso dicembre ad una pronuncia della Corte Suprema che ristabiliva la possibilità per Sonko di candidarsi alle prossime elezioni e poi il 5 febbraio all’improvvida decisione di Sall di posticiparle, provocando una grave crisi istituzionale e generando intense proteste in tutto il paese.

Le forze di opposizione hanno accusato dapprima il presidente Sall di voler procrastinare la sua permanenza alla guida del governo e poi, dopo le parziali aperture di questi ad una revisione delle proprie posizioni, di voler favorire un processo di transizione guidato in direzione di esponenti espressi dall’attuali esecutivo, penalizzando le principali sigle dell’opposizione politica locale.

Al tempo stesso, nella più totale confusione e incertezza del momento, non mancano in seno alle forze ostili al presidente anche percezioni più drastiche, che temono un possibile intervento dei militari nell’ambito di una dinamica di crisi che potrebbe portare il paese verso un sostanziale colpo di Stato. Tali percezioni, peraltro, vengono ulteriormente alimentate dalla vaghezza delle proposte del presidente Sall, che, mentre da una parte apre al dialogo con la proposta di un’amnistia, dall’altra continua a non fornire alcuna chiara indicazione di quando si terranno le prossime elezioni, fornendo un intervallo temporale alquanto vago – quell’inizio della stagione delle piogge – e senza specificare come e quanto l’auspicato processo di dialogo nazionale potrà e dovrà essere funzionale all’organizzazione delle elezioni stesse.

Sedici dei diciannove potenziali candidati alle prossime presidenziali hanno già fatto sapere di non essere disponibili a partecipare al dialogo, così come numerose organizzazioni della società civile, e il rischio di una nuova spirale di crisi politica sembra concretamente delinearsi all’orizzonte.

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