Il Niger revoca la cooperazione militare con gli USA, all’ombra di una sospetta cooperazione con l’Iran per la fornitura di uranio

Niger Usa

La giunta militare di governo del Niger ha annunciato il 17 marzo di aver interrotto con effetto immediato l’accordo di cooperazione militare siglato nel 2012 dal governo del presidente Mohamed Bazoum, poi deposto da un colpo di Stato il 26 luglio del 2023.

L’annuncio è stato dato dal portavoce della giunta, il colonnello Amadou Abdramane, a nome del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia del Popolo (CNSP), il nome della formazione di governo che i militari hanno instaurato dopo il colpo di Stato, e ha destato un certo stupore, stante l’apparente volontà della giunta di continuare nella cooperazione militare con alcuni paesi stranieri pur a seguito dell’interruzione del rapporto con la Francia.

I toni del comunicato con il quale è stata annunciata l’interruzione della cooperazione con gli Stati Uniti, invece, sono stati particolarmente duri, definendo come “illegale” la prosecuzione della presenza nel paese dei militari e del personale civile del Dipartimento della Difesa USA, e in violazione delle “norme costituzionali e democratiche del paese”.

Il governo di Niamey ha giustificato la decisione di interrompere la cooperazione militare con Washington sostenendo che questa fosse stata di fatto imposta in modo unilaterale dagli americani al precedente governo del deposto presidente Bazoum, sulla scorta di una semplice nota verbale siglata nel 2012 che non specificava i termini e la portata di quella che è poi diventata la presenza dei militari USA nel paese.

Un pretesto, in realtà, che giustifica al contrario una decisione scaturita da una crisi più recente, emersa in seguito alla visita lo scorso 12 marzo nel paese di una delegazione statunitense guidata dall’Assistant Secretary for State Affairs, Molly Phee.

Gli Stati Uniti avevano manifestato da tempo la volontà di riprendere pienamente il processo di cooperazione militare con il Niger, in virtù del quale 648 militari e alcune decine di funzionari civili del Dipartimento della Difesa erano stati stanziati nel paese dal febbraio del 2013, contribuendo all’addestramento delle locali forze di sicurezza e partecipando in alcuni casi alle operazioni di contrasto contro le formazioni jihadiste presenti soprattutto nelle aree settentrionali e occidentali del paese.

A seguito del colpo di stato del 26 luglio dello scorso anno, tuttavia, le relazioni del Niger con la Francia si erano rapidamente deteriorate, portando all’uscita del contingente francese ma anche ad un irrigidimento della posizione americana, poi sfociata nella sospensione degli aiuti, mentre il governo della giunta militare aveva contestualmente siglato un memorandum d’intesa con la Russia per l’avvio di una cooperazione nel settore della sicurezza.

La posizione del CNSP aveva fortemente irritato tanto gli Stati Uniti quanto gli europei, che avevano tuttavia pragmaticamente cercato di mantenere aperta una linea di dialogo con la giunta rinnovando l’interesse al mantenimento della cooperazione militare, chiedendo tuttavia contestualmente il ripristino della democrazia.

Molly Phee si era recata a Niamey già lo scorso 13 dicembre per incontrare i vertici della giunta di governo, invitandoli a rilanciare il partenariato bilaterale e offrendo la piena ripresa della cooperazione da parte americana, con risultati che la stessa Phee aveva dichiarato come incoraggianti.

A dispetto dell’iniziale percezione statunitense, tuttavia, la ripresa della cooperazione non ha prodotto i risultati auspicati, e il consolidamento del legame con la Russia ha determinato effetti che hanno gradualmente allarmato il governo di Washington. In particolar modo gli Stati Uniti sembrano aver maturato nel corso degli ultimi mesi il concreto sospetto dell’avvio di una collaborazione tra il governo di Niamey e quello di Tehran nell’ambito delle forniture di uranio, che avrebbero consentito ulteriori progressi nello sviluppo del programma nucleare iraniano.

È in tale cornice, quindi, che è stata organizzata la più recente missione del Sottosegretario Molly Phee in Niger, dal 12 al 14 marzo scorso, alla guida di una delegazione che ha incluso anche il generale Michael Elliot Langley, dall’agosto del 2022 al vertice di AFRICOM. I comunicati ufficiali del Dipartimento di Stato USA hanno descritto la missione come una visita di routine per rilanciare la cooperazione e chiedere il ritorno del paese alla democrazia, e non sono stati formulati particolari commenti nel corso della visita stessa.

È stata la giunta militare nigerina, di fatto, a comunicare tre giorni dopo la partenza della delegazione americana che questa avrebbe accusato il paese di aver stretto un accordo segreto con l’Iran per avviare forniture di uranio a sostegno del programma nucleare di Tehran, aggiungendo di aver ricevuto inaccettabili minacce di ritorsioni.

Con l’annuncio della revoca immediata dell’accordo di cooperazione, quindi, e a dispetto delle motivazioni che ne riconducevano la decisione alla contestazione della nota verbale del 2012, è emersa la reale dimensione del contrasto tra i due paesi. Il portavoce nigerino ha lamentato “l’intenzione della delegazione americana di negare al popolo sovrano nigerino il diritto di scegliere i propri partner e le forme di partenariato capaci di aiutarlo veramente nella lotta contro il terrorismo”, indicando implicitamente come le rimostranze degli Stati Uniti non si fossero quindi limitate alla sola denuncia dell’accordo con l’Iran quanto anche includendo il rinnovato rapporto di cooperazione con la Russia, determinando il forte irrigidimento delle posizioni della giunta.

Il Dipartimento di Stato ha commentato in modo alquanto discreto e pacato le decisioni assunte dal governo nigerino, senza fornire alcuna indicazione nel merito dell’ultimatum per la fuoriuscita del proprio personale militare dal paese, che si appresta ad essere complessa stante la portata e il dispiegamento su due diverse basi. Il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller ha pubblicato il 17 marzo un breve commento sui social media istituzionali, sostenendo di aver appreso della decisione da parte della CNSP e aggiungendo che queste hanno fatto seguito a quella che ha definito come una “franca discussione bilaterale nel merito delle preoccupazioni degli Stati Uniti”, senza ulteriori commenti.

Con la presumibile imminente fuoriuscita del contingente americano, l’unica missione militare straniera che ufficialmente resterà nel paese è quella italiana (MISIN), forte di 350 militari e ospitata presso l’aeroporto di Niamey, dove svolge compiti di sostegno alle attività di contrasto al terrorismo e ai traffici illeciti e il cui mandato include un’area geografica più estesa, che comprende anche la Mauritania, la Nigeria e il Benin. Una missione che rischia di assumere oggi un profilo di crescente complessità, stante il progressivo deterioramento delle relazioni della giunta militare con i paesi occidentali e la contestuale presenza in Niger di alcune unità della Legione Africana, che ha sostituito la Wagner.

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