I timori di Netanyahu per l’azione della Corte Penale Internazionale e il dibattito sulla giurisdizione

Netanyahu

La stampa israeliana riferisce di una forte preoccupazione del governo nel merito della possibile – quanto forse imminente – pronuncia da parte della Corte Penale internazionale con un mandato di arresto per il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e il capo di Stato Maggiore dell’esercito Herzi Halevi. La questione rappresenterebbe in questo momento il principale elemento di interesse del governo, ponendo interrogativi nel merito delle possibili conseguenze tanto sul piano della politica estera quanto su quello della politica interna allo Stato di Israele.

Qualora incriminati, per Netanyahu, Gallant e Halevi sarebbe di fatto impossibile recarsi in qualsiasi paese che riconosca la legittimità della CPI (124 in tutto, i firmatari dello Statuto di Roma), determinandosi in quel caso l’obbligo per gli Stati interessati di provvedere al fermo e al trasferimento presso la sede dell’Aja, in Olanda. Una condizione di grave imbarazzo per il governo israeliano, e senza precedenti nella sua storia, che potrebbe determinare una profonda crisi politica nel paese, già da mesi scosso da continue proteste da parte degli oppositori del primo ministro e dell’ala più radicale dell’estrema destra sua alleata nel governo.

Alcuni organi di stampa internazionali hanno riportato indiscrezioni nel merito dell’indagine condotta dalla CPI, sostenendo che la stessa prenda in esame fatti che si sono svolti dal 2014 ad oggi tra la Cisgiordania e Gaza, mentre i reati contestati verterebbero sul principio di “distinzione, precauzione e proporzionalità” adottata da Israele nella condotta delle sue operazioni nelle due aree dell’autonomia palestinese. Gli stessi provvedimenti riguarderebbero numerose figure di spicco di Hamas, prevedendo anche in questo caso un numero non meglio precisato di mandati di cattura per il vertice politico e militare dell’organizzazione.

La forte preoccupazione del governo israeliano è emersa con chiarezza durante l’intervento televisivo che il primo ministro Netanyahu ha tenuto il 30 aprile, nell’ambito del quale ha espresso il proprio disappunto per l’iniziativa della CPI richiamando al tempo stesso all’emergenza gestita da Israele per difendersi da quelli che ha definito come “terroristi genocidi e regimi, come l’Iran, che lavorano apertamente per distruggere il solo e unico Stato Ebraico”. Il primo ministro condanna fermamente l’iniziativa della CPI, sostenendo come questa sia la prima volta nella storia in cui uno stato democratico viene accusato di crimini di guerra mentre è impegnato nella sua difesa, con il rischio al tempo stesso di alimentare l’antisemitismo che imperversa in numerosi paesi occidentali.

Netanyahu ha accusato Hamas di farsi scudo dei civili e degli ostaggi per condurre la sua guerra, cercando di massimizzare il numero delle vittime attraverso l’utilizzo di luoghi pubblici come depositi e basi operative, tenendo ancora in ostaggio 133 civili israeliani rapiti durante l’attacco dello scorso 7 ottobre.

L’accusa della CPI contro Israele, secondo Netanyahu, pone inoltre il rischio di veder replicata tale condotta in futuro contro ogni sistema democratico, impedendogli di difendersi dal terrorismo e preservare la propria incolumità, prefigurando il rischio di una pericolosa deriva a tutto vantaggio dei nemici delle democrazie.

In conclusione, infine, il primo ministro ha lanciato un appello ai leader del mondo libero auspicando che questi si oppongano con fermezza a quello che ha definito come un oltraggio allo Stato di Israele, utilizzando ogni mezzo per fermare l’azione della CPI.

Toni, quelli del discorso di Netanyahu, che manifestano una chiara preoccupazione del governo israeliano, che vede concretizzarsi lo spettro di una sempre più forte condanna internazionale nel merito della gestione delle operazioni militari a Gaza, con la concreta possibilità che questa si trasformi in un potente moltiplicatore del dissenso interno allo Stato di Israele. Ad accrescere i timori di Netanyahu, inoltre, si assomma la richiesta del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU per un’indagine nel merito dell’accusa di genocidio, che, sebbene assai incerta negli esiti, rischia di rappresentare tuttavia un forte volano mediatico contro Israele e il primo ministro.

Non è chiaro, al momento, quali paesi oltre agli Stati Uniti intendano raccogliere l’invito di Israele per impedire alla CPI di spiccare i mandati di cattura. Il portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha espresso il 30 aprile la volontà degli Stati Uniti di non sostenere l’azione dell’organo giudiziario internazionale, ritenendo che non abbia la giurisdizione per compiere l’indagine in corso.

Gli Stati Uniti, tuttavia, così come la Russia, la Cina e lo stesso Israele, non fanno parte della Corte Penale Internazionale, istituita nel 1988 con la firma dello Statuto di Roma ed entrata in vigore nel 2022 per perseguire i crimini commessi nella ex Jugoslavia e in Ruanda. La CPI ha il compito di giudicare gli individui che compiono crimini nell’ambito dei paesi firmatari – a differenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU creata per risolvere le controversie tra Stati – e su questo ruota la contestazione di Israele e degli Stati Uniti nel merito della legittimità dell’indagine svolta. Al tempo stesso, tuttavia, la giurisprudenza della CPI prevede espressamente la possibilità di estendere l’azione investigativa verso paesi terzi (non firmatari) qualora gli atti oggetto di indagine presentino un collegamento diretto con quelli del paese interessato. Per tale ragione la CPI ritiene che l’indagine del procuratore Karim Khan sia legittima e permetta di includere Israele, determinando tuttavia un complesso dibattito giuridico che tanto Tel Aviv quanto Washington intendono sostenere fermamente in direzione dell’assenza di giurisdizione.

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