I combattimenti a El-Fasher e Singa incrementano la già grave crisi umanitaria del Sudan

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Il 29 giugno il portavoce delle Rapid Support Forces (RSF), Al-Fateh Qurashi, ha annunciato attraverso i propri canali social di aver conquistato la città di Singa, capitale dello stato di Sennar, costringendo alla fuga le forze della 17° divisione di fanteria delle Sudanese Armed Forces (SAF) che la controllavano.

Numerose testimonianze raccolte dalla stampa locale hanno confermato l’ingresso delle unità delle RSF nel centro della città, così come la fuga delle SAF e il tentativo dell’aeronautica militare di contrastare l’avanzata delle milizie paramilitari agli ordini del generale Dagalo. I combattimenti all’interno della città sarebbero continuati per diverse ore, impegnando le locali milizie di protezione alleate delle SAF, che hanno cercato di opporre una strenua resistenza, senza tuttavia riuscire a contrastare l’iniziativa delle milizie paramilitari.

Migliaia di abitanti di Singa avrebbero lasciato la città nel timore di nuove violenze e delle rappresaglie da parte delle RSF, alimentando ulteriormente il flusso di profughi verso nord in direzione dello stato del Nilo Azzurro e del Sudan Meridionale.

Il giorno successivo, il 30 giugno, il portavoce del comando delle SAF, Nabil Abdalla, ha diramato un comunicato nel quale smentiva la conquista di Singa da parte delle RSF, sostenendo che le SAF stessero combattendo “con fermezza e morale alto”, mantenendo le proprie posizioni e respingendo l’attacco da parte delle forze dei paramilitari.

Per quanto incerto sia ancora l’esito dell’attacco a Singar, l’intensificarsi dei combattimenti nel corso delle ultime settimane ha determinato una nuova fase di instabilità, che ha generato un aggravarsi della già intensa crisi umanitaria nel paese, dove peraltro si segnalano ripetuti attacchi ai convogli umanitari e saccheggi diffusi.

L’epicentro di questa nuova fase di combattimenti sembra essere localizzato principalmente negli stati di Sinnar e Gezira, con attività più sporadiche anche nello stato di Gedaref, nell’ambito di un controllo del territorio molto disorganico da parte delle due forze che si contrappongono. Anche la situazione nella capitale Khartoum appare alquanto caotica, dove larga parte della città risulta ancora sotto il controllo delle RSF, mentre nel Darfur settentrionale persiste l’assedio alla città di El-Fasher, ultimo baluardo sotto il controllo delle SAF.

Il 1° luglio le forze delle RSF hanno colpito con l’artiglieria il centro di El-Fasher, nell’area del quartiere El Tijaniya, prendendo di mira in particolar modo la locale moschea, dove almeno nove persone avrebbero perso la vita e undici sarebbero rimaste ferite. Nello stesso giorno i bombardamenti hanno interessato anche i quartieri di Sheinibat e Shagra, dove altre persone hanno perso la vita e dove i soccorsi sono resi difficoltosi dall’assenza di medicinali nell’unico ospedale della città rimasto operativo.

L’assedio alla città di El-Fasher dura ormai dallo scorso febbraio e la dura resistenza delle forze delle SAF e delle locali milizie cittadine ha sinora impedito la conquista della città da parte delle RSF, sebbene al prezzo di enormi perdite di vite umane e di un generale collasso nella capacità di erogazione dei servizi.

Il valore strategico della città per le RSF è rappresentato dalla sua ubicazione geografica, costituendo l’unico reale snodo viario di collegamento verso il Durfur a sud ed est e verso il Ciad ad ovest, dove transitano la maggior parte degli aiuti umanitari diretti verso il paese. La conquista di El-Fashir consentirebbe alle RSF di assumere l’intero controllo del Darfur Occidentale e controllare i flussi delle merci e degli aiuti umanitari nella regione, determinando per le SAF un grave problema nella mobilità delle unità militari lungo l’asse est-ovest meridionale del paese.

La città del El-Fasher per lungo tempo aveva rappresentato un luogo sicuro per migliaia di sfollati soprattutto dallo stato di Gezira, che avevano determinato una complessa situazione per la loro gestione in un abitato periferico, che si è ulteriormente aggravata con l’inizio dei combattimenti generando nuovi flussi di profughi nelle regioni limitrofe.

Nessun effetto ha sortito la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso giugno con la quale si chiedeva alle RSF di porre fine all’assedio della città, mentre si moltiplicano le denunce di violenze etniche commesse dalle milizie del generale Dagalo in tutto lo stato del Darfur contro le comunità non arabe di origine africana.

La concomitante crisi in atto a Singa, nello stato di Sennar, ha invece alimentato secondo le principali organizzazioni umanitarie un esodo di quasi 60.000 civili, che l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA) non è in grado di gestire e assistere, cercando di reindirizzarli verso tutti i campi profughi disponibili negli stati di Gedaref, del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco e Kassala. Le testimonianze raccolte dai profughi narrano di feroci violenze, saccheggi e stupri in tutte le aree della città dove le RSF sono riuscite a penetrare, con la fuga di migliaia tra abitanti e profughi. Una crisi che, secondo l’OCHA, potrebbe generare sino a 130.000 profughi nel corso dei prossimi giorni.

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