HOLLYWOOD E COSPIRAZIONISMO: TORNA LA PROGRAMMAZIONE PREDITTIVA?

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Alla vigilia delle elezioni USA tornano alla carica i cospirazionisti rispolverando una vecchia teoria che vede in cinema e tv un pericoloso strumento di pubblica manipolazione. Ma il vero pericolo sta in una rete che rigurgita contenuti per lo più incontrollabili.  

Già diversi mesi prima della sua uscita nelle sale, vari teorici del complotto globale additavano “Civil War” come un chiaro esempio di “programmazione predittiva”: un concetto controverso e di vecchia data secondo in cui certi contenuti, travestiti da prodotti di entertainment di massa, veicolano subdoli messaggi rivolti al condizionamento emotivo della popolazione da parte di potenti elite mediatiche. In questo caso, prefigurando una possibile guerra civile americana, di cui l’assalto a Capitol Hill del 2021 non sarebbe stato che il preludio, allo scopo di condizionare le prossime elezioni. In realtà, niente di nuovo: anche “Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno” di Nolan avrebbe predetto la sparatoria di massa del 2012 alla scuola Sandy Hook, mentre ai Simpson era stata addirittura attribuita la previsione degli attacchi dell’11 Settembre e della diffusione del virus Ebola. La verità è che il film di Alex Garland, regista degli iconici “28 Giorni Dopo” e “28 Mesi Dopo”, di cui riecheggia analoghe atmosfere di caos e disgregazione sociale, è solo un film che, nello stile provocatorio del suo autore, offre suggestioni e spunti su possibili evoluzioni di certi temi-chiave del nostro presente come era stato per l’intelligenza artificiale in “Ex Machina” e la contrapposizione tra generi in “Men”. Suggestioni che a volte possono andare ben oltre l’intenzione del loro autore, se pensiamo che “The Day After”, il tv movie di grande successo messo in onda dalla ABC nel 1983, convinse addirittura Reagan a cambiare la policy USA sul nucleare, sfociando nel 1987 nel trattato USA-URSS sul disarmo.

Che cinema e televisione possano essere potenti strumenti di persuasione, oltre che di profonda revisitazione storico-sociale (come per il Vietnam di Cimino, Coppola, Stone, Malick), non lo pensano solo i cospirazionisti alla David Icke. La storia del cinema mondiale è costellata da opere, anche di notevole pregio artistico, dominate da una ovvia matrice propagandistica e i cui autori, come Leni Riefenstahl e Alessandro Blasetti, erano consapevoli di dirigere contenuti in supporto, o addirittura celebrativi del regime. C’è chi si è spinto oltre, come il leader nordcoreano Kim-Jong-il, padre dell’attuale dittatore. Ossessionato dall’obiettivo di rafforzare l’industria cinematografica interna, arrivò a rapire due star sudcoreane, l’attrice Choi Eun-hee e suo marito regista, costringendoli a realizzare ben 17 film per l’industria di regime. Senza arrivare a tanto, è notorio che in Cina vige una stretta supervisione sulla produzione di contenuti audiovisivi i quali, sotto il controllo della Commissione Centrale sugli Affari Politici e Legali, vengono spesso utilizzati per disseminare messaggi di interesse governativo: un esempio è “The Knockout”, serie poliziesca di enorme successo ambientata a Shangai che celebra la campagna anticorruzione promossa dal leader Xi-Jinping, allineandosi di buon grado allo zeitgeist di regime senza per ciò dover rinunciare a straordinari risultati di audience. Il tutto alla luce del sole, integrando spettacolo ed esigenze comunicative dello stato sociale.

Il ruolo oscuro della programmazione predittiva è dunque una fantasia cospirazionista, o al contrario una strategia reale e sempre più diffusa?

In realtà il problema è ben più complesso, soprattutto se analizzato da una prospettiva tecnologica. Gli algoritmi dell’intelligenza artificiale analizzano grandi quantità di dati per prevedere tendenze, preferenze e comportamenti, consentendo ormai di adattare i contenuti all’utente con una precisione senza precedenti. Anche se questo livello di personalizzazione potrebbe sembrare innocuo o addirittura vantaggioso, c’è un ovvio lato oscuro. La programmazione predittiva basata sull’IA ha il potenziale per creare “camere dell’eco”, molte delle quali nascoste nelle pieghe della rete e dei social, dove gli individui sono esposti solo a informazioni che confermano le loro credenze esistenti, portando alla polarizzazione e alla divisione all’interno della società. Inoltre, può sfruttare i bias cognitivi e le vulnerabilità psicologiche per manipolare l’opinione pubblica e il comportamento, suggerendo pericolose realtà alternative.

In uno scenario di mercato dominato da contenuti “user-generated” creati a ciclo continuo e immessi in rete senza alcun reale filtro, è facile immaginare come i modelli più efficaci, e potenzialmente devastanti, di “programmazione predittiva” si annidino in luoghi ben diversi dalle sale cinematografiche e dagli schermi televisivi.

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