Il 4 settembre le forze di Ansarallah, più comunemente conosciute come gli Houthi, hanno lanciato una poderosa operazione militare contro alcune milizie alleate del governo internazionalmente riconosciuto di Aden, concentrando gli sforzi dell’attacco soprattutto nelle aree dei governatorati di Taiz, Hodeida e in quella del distretto di Hayis.
Lo stallo politico degli ultimi mesi, caratterizzato da costanti tensioni e un crescente numero di scontri, si è in tal modo trasformato nuovamente in conflitto aperto, con l’avvio di un’operazione militare degli Houthi con la quale, già nelle prime ore di combattimento, sono riusciti a conquistare numerosi capisaldi, costringendo le forze di Aden ad inviare un gran numero di rinforzi lungo buona parte della fascia costiera sul Mar Rosso.
L’escalation degli ultimi giorni ha determinato un significativo mutamento nella natura del conflitto che da anni divide il governo settentrionale di Ansarallah da quello meridionale di Aden – caratterizzato peraltro al suo interno da numerose frange spesso conflittuali tra loro – sostenuto militarmente dall’Arabia Saudita. Nel giro di pochi giorni, infatti, si è transitati da un conflitto perlopiù combattuto a lunga distanza attraverso l’impiego di droni e missili, in direzione di uno prettamente ravvicinato e terrestre, dove le milizie delle due parti si fronteggiano a viso aperto per la conquista del territorio.
La decisione degli Houthi di lanciare questa nuova, quanto poderosa offensiva, è certamente dettata dalla volontà di districarsi dallo stallo negoziale che non ha ancora permesso al paese di avviare un concreto dialogo di riconciliazione nazionale, caratterizzato peraltro da parte di Ansarallah della revoca del blocco di fatto dei porti operato dai sauditi e dall’aspettativa di ingenti compensazioni economiche da parte di Riyadh per finanziare la ricostruzione di quanto distrutto nel corso degli anni di guerra.
Il contestuale conflitto in Iran ha dimostrato con chiarezza come la spinta del confronto in direzione dell’asimmetricità sia pagante, convincendo gli Houthi della possibilità – e della necessità – di riportare la dimensione della minaccia verso la sicurezza marittima nel Mar Rosso e in direzione delle infrastrutture energetiche saudite. Con il medesimo scopo perseguito dall’Iran, costruito sulla volontà di determinare effetti tangibili nel contesto energetico, e quindi di conseguenza sul piano globale.
L’espansione del controllo territoriale verso la costa diventa quindi condizione essenziale del conflitto, per consentire la piena capacità operativa nell’area di Bab el Mandeb attraverso l’impiego combinato di droni, missili e operazioni navali di superfice.
Attraverso un poderoso slancio militare, pertanto, gli Houthi sono riusciti a conquistare in pochi giorni non solo tutte le principali località sulla costa del Mar Rosso, quanto anche e soprattutto le strategiche isole che si affacciano sullo Stretto di Bab el Mandeb, e in particolare Perim, Zuqar, la Grande e Piccola Hanish e Mayyun, dalle quali possono esercitare il pieno controllo dei transiti.
In meno di una settimana, le milizie settentrionali hanno conquistato 5.400 chilometri quadrati di terreno, occupato l’intera provincia di Hodeida, la zona costiera di Khokha e Dhubab, il porto di Mokha e le isole antistanti, costringendo alla fuga le diverse milizie sostenute dall’Arabia Saudita e catturando un gran numero di mezzi ed equipaggiamenti frettolosamente abbandonati sul terreno dalle forze meridionali.
Poco dopo hanno lanciato un controverso messaggio, sostenendo che la navigazione attraverso lo Stretto sarebbe sicura per tutte le compagnie, ad eccezione di quelle saudite, alle quali è già stato da tempo notificato il divieto di transito.
Un messaggio abbastanza chiaro nella sua forma, e non dissimile da quello che l’Iran cerca di imporre ormai da mesi, relativo alla pretesa di sovranità sullo Stretto e al riconoscimento del proprio ruolo quale garante del traffico commerciale, nei confronti del quale – almeno per il momento – Ansarallah ha assicurato di non voler esigere dazi di transito.
Una mossa, quindi, specificamente costruita sulla volontà di imporre un costo economico per l’Arabia Saudita, nella probabile reiterazione delle aspettative di compensazione che sono a lungo mancate in conseguenza dello stallo dei negoziati per la riconciliazione nazionale del paese.
Che l’obiettivo sia primariamente l’Arabia Saudita, peraltro, lo dimostrano anche i bombardamenti contro gli impianti dell’oleodotto Est-Ovest unica alternativa saudita al transito verso Suez, che sono stati ripetutamente colpiti nelle giornate dell’11 e 12 settembre, provocando danni di cui al momento è difficile la stima. La circostanza più grave di tali attacchi, tuttavia, è probabilmente quella connessa alla loro provenienza, dal territorio iracheno, dimostrando la saldatura degli interessi con le milizie filo-iraniane e, con un più profilo più basso, con l’Iran stesso.
Una gravissima crisi d’immagine per il regno saudita e per il giovane crown prince Mohammad bin Salman, che ha esortato l’amministrazione Trump ad intervenire militarmente nella regione, dovendo tuttavia incassare il rifiuto del presidente statunitense, che non appare interessato ad alterare il già precario equilibrio della crisi con l’Iran.
In tal modo le forze saudite hanno dovuto operare in autonomia, cercando di colpire obiettivi su una vasta area dello Yemen centro-settentrionale, determinando tuttavia il rischio di una nuova pericolosa escalation capace riavviare le dinamiche del conflitto che Riyadh ha sostenuto nel paese dal 2015 al 2022, a cui è poi seguita una vacillante tregua.


