Gli Houthi colpiscono Tel Aviv e la risposta israeliana contro Hodeidah rischia di alimentare un nuovo fronte di guerra

Yemen

Un drone lanciato dagli Houthi yemeniti ha colpito alle prime ore dell’alba del 19 luglio il centro della capitale israeliana, Tel Aviv, provocando la morte di un civile e il ferimento di circa altre dieci persone.

La circostanza ha destato sgomento e forte imbarazzo per le autorità, non essendo scattato l’allarme del sistema di difesa aerea, permettendo al drone di violare lo spazio aereo e raggiungere il centro stesso della capitale.

Il portavoce delle forze armate, Daniel Hagari, ha commentato la notizia sostenendo che un’indagine è stata avviata e che dai primi rilevamenti la riuscita dell’attacco è stata possibile a causa di un errore umano nella gestione del sistema di difesa aerea del paese, mentre i resti rinvenuti del drone avrebbero permesso di identificarlo come un Samad-3 di fabbricazione iraniana, modificato per estenderne la gittata. Le prime indagini hanno permesso di accertare che il drone ha volato per 16 ore prima di colpire il suo bersaglio, percorrendo oltre 2.600 chilometri attraverso il Mar Rosso, verso l’Eritrea, il Sudan, l’Egitto e infine raggiungendo il Mediterraneo.

Anche gli Houthi hanno confermato la responsabilità dell’attacco, aggiungendo che il drone impiegato è di un nuovo modello, denominato “Jaffa”, e che sarebbe dotato di capacità tali da renderlo non identificabile dai sistemi di difesa di Israele. Notizia che l’IDF invece smentisce, attribuendo ad un errore degli operatori della difesa aerea la responsabilità dell’evento.

Sebbene gli Houthi abbiano più volte cercato di colpire Israele con missili balistici e droni nel corso degli ultimi nove mesi, questa è la prima volta che riescono a condurre con successo un’azione contro obiettivi in territorio israeliano, dimostrando chiaramente di disporre ancora di un vasto arsenale e di una capacità tecnologica di adattamento dei mezzi a propria disposizione, propria o per intervento dell’Iran.

Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha affermato il giorno stesso che l’attacco non sarebbe rimasto impunito, minacciando immediate ritorsioni contro le milizie yemenite. Sebbene gli Houthi abbiano sferrato più volte attacchi in direzione di Israele, tuttavia, non essendo riusciti sino al 19 luglio a colpire alcun obiettivo, in Israele aveva prevalso una scelta di pragmatismo, evitando l’apertura di un nuovo fronte nell’area del Mar Rosso attraverso un intervento diretto contro i territori settentrionali dello Yemen.

L’uccisione di un civile e la sconcertante violazione dello spazio aereo nazionale, però, hanno indotto il governo di Tel Aviv ad adottare una strategia differente, lanciando il giorno successivo un imponente attacco contro il porto di Hodeidah, che si affaccia sul Mar Rosso e che rappresenta il principale punto di ingresso per il territorio del paese sotto il controllo degli Houthi.

Nelle prime ore del 20 luglio un numero imprecisato di aerei dell’aviazione israeliana ha condotto una complessa operazione a 1.800 km di distanza, colpendo numerosi obiettivi nell’area del porto di Hodeidah e provocando l’incendio di un deposito di carburante e la distruzione di una centrale elettrica. Risulta ancora incerto il bilancio delle vittime provocate dall’esplosione, sebbene fonti vicine agli Houthi abbiano riferito di almeno una decina di morti.

Il portavoce delle forze armate israeliane Hagari ha confermato il lancio dell’operazione – nome in codice Oustretched Arm – e il suo successo nel colpire gli obiettivi prestabiliti, affermando anche che Israele intende colpire duramente chiunque minacci la propria sicurezza, conducendo operazioni ovunque sia necessario e con qualsiasi mezzo.

Gli Houthi hanno poco dopo dichiarato di aver lanciato con successo un nuovo attacco missilistico contro la città israeliana di Eilat e contro la nave statunitense Pumba in navigazione nel Mar Rosso, mentre le forze di difesa di Tel Aviv hanno invece replicato sostenendo di aver colpito il missile balistico lanciato dallo Yemen al di fuori del proprio spazio aereo, senza alcuna conseguenza.

Il portavoce degli Houthi ha confermato la volontà di colpire Israele sino alla fine del conflitto a Gaza, sostenendo l’intenzione del gruppo di voler “infestare” il paese con attacchi continui per fiaccarne le capacità di difesa, reiterando la narrativa secondo la quale la motivazione degli attacchi sarebbe connessa unicamente al sostegno verso il popolo palestinese. Le principali ragioni dei continui lanci di missili e droni, tuttavia, sono da individuarsi primariamente tanto nell’ambito delle dinamiche di politica interna, dove cresce il malcontento della popolazione per il perdurare delle difficili condizioni generate dal conflitto civile, tanto in quelle della politica regionale, dove gli Houthi cercano di aumentare il proprio peso negoziale per le future trattative di pace, ribadire la propria volontà di esercitare un ruolo autonomo nel futuro del paese e, contestualmente, sostenere l’Iran con l’obiettivo di esercitare una costante minaccia militare contro Israele.

Sebbene gli Houthi abbiano lanciato numerosi attacchi contro il territorio israeliano o contro le sue navi nel Mar Rosso, sostenendo spesso di aver colpito gli obiettivi e provocato danni ingenti, sino ad oggi gli effetti di questi attacchi sono stati pressoché nulli per Israele, che ha quindi optato per la decisione di non replicare militarmente contro le milizie yemenite al fine di non rischiare un allargamento del conflitto su scala regionale.

La morte di un civile in conseguenza del drone che ha colpito Tel Aviv lo scorso 19 luglio ha tuttavia mutato il quadro della percezione israeliana nei confronti degli Houthi, con il lancio di un’operazione militare volta nelle intenzioni di Israele a inviare un chiaro e preciso segnale ai vertici di governo di Sana’a.

Questa dinamica potrebbe quindi alterare il corso della strategia adottata nel corso degli ultimi nove mesi da parte israeliana, innescando una più ampia forma di conflittualità che anche per gli Houthi potrebbe determinare un rischioso mutamento di paradigma, transitando da una forma di costante assertività priva di effetti pratici e conseguenze per la propria sicurezza, in direzione al contrario di sempre più frequenti e intense operazioni militari israeliane contro obiettivi nello Yemen settentrionali. Una variabile non priva di incognite per gli Houthi, che non temono la disfatta militare ad opera di Israele ma che potrebbero ingenerare un ben più diffuso e meno riluttante dissenso in seno alla popolazione locale, stremata da oltre un decennio di conflitto e – in caso di escalation – senza alcuna prospettiva di poter accedere ai benefici di un negoziato di pace con le autorità di Aden e con l’Arabia Saudita.

Un timore che sembra emergere anche dall’ultimo comunicato del vertice degli Houthi, che, il 21 luglio, hanno diramato un messaggio con il quale invitano la popolazione yemenita a prepararsi per un lungo conflitto, ribadendo l’intenzione di voler colpire Israele sino al termine del conflitto a Gaza, in quella che sembra apparire come la volontà di strumentalizzare la questione palestinese e l’ineluttabilità di un conflitto quale elemento diversivo del malcontento interno.

Un’evoluzione della crisi, infine, che allarma anche l’Arabia Saudita, che sempre il 21 luglio ha invitato alla massima moderazione chiedendo a tutte le parti di impedire l’emergere di un allargamento del conflitto nella penisola arabica. Timori che, per Riyadh, includono il concreto rischio di vanificare gli sforzi compiuti negli ultimi due anni del conflitto yemenita, portando alla possibile cessazione della tregua e al fallimento degli sforzi negoziali in atto per promuovere la pacificazione del paese e dichiarare in tal modo terminata e compiuta la fallimentare operazione militare a guida saudita lanciata nel 2015 nel tentativo di sconfiggere gli Houthi e consolidare il ruolo del governo internazionalmente riconosciuto con sede ad Aden.

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