YEMEN: USA e Gran Bretagna lanciano un attacco aereo e missilistico contro gli Houthi

Red Sea Task Force Yemen

Nella notte tra l’11 e il 12 gennaio, le forze aeree e navali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna hanno sferrato un attacco contro circa sessanta obiettivi riconducibili alla struttura militare degli Houthi nello Yemen settentrionale, distruggendo secondo le prime valutazioni numerose infrastrutture aeroportuali, deposti di armi, centri di comando e controllo e installazioni per il lancio di droni e missili. Le operazioni hanno interessato una vasta aerea del paese, colpendo principalmente a Sana’a, Hodeydah e Taiz, e con incursioni che hanno interessato poi anche alcune infrastrutture nella parte più settentrionale del paese, lungo le pianure del Tihamah, a Bani Basrah e Abs, e sulle pendici montuose occidentali, a Sa’dah.

Gli attacchi sono stati confermati anche dalle autorità degli Houthi, che hanno riferito di 72 incursioni contro altrettante infrastrutture in diverse località, sebbene senza specificare la portata dei danni subiti, mentre secondo i vertici della difesa americani e britannici gli effetti delle azioni avrebbero degradato le capacità militari dei nord yemeniti di almeno il 20-30%.

La maggior parte dei raid è stata condotta dagli aerei e dalle navi statunitensi presenti nella regione, impiegando una vasta gamma di armamenti che ha incluso i missili Tomahwk, mentre i britannici hanno colpito i siti di Bani Basrah e Abs con quattro Eurofighter Typhoon decollati da Cipro e riforniti più volte da un’aerocisterna in volo nell’area del Mar Rosso.

L’incursione è stata definita dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna come dimostrativa e di deterrenza, per dimostrare agli Houthi i rischi connessi con la prosecuzione degli attacchi missilistici e di pirateria navale nell’area del Bab el Mandeb, al fine di scoraggiare il movimento yemenita dall’intenzione di commettere ulteriori atti ostili contro le unità navali in transito da e per l’Ocean Indiano. Al tempo stesso, tuttavia, le incursioni contro gli Houthi rappresentano anche un concreto segnale all’Iran, ritenuto il principale sostenitore delle iniziative dei ribelli e da tempo interessato ad espandere la propria sfera di capacità militare nell’area dell’Oceano Indiano e del Mar Rosso.

È estremamente difficile, in realtà, stabilire il reale grado di connessione tra l’Iran e gli Houthi nella gestione degli attacchi ai flussi mercantili, potendosi individuare al tempo stesso ragioni di sicuro interesse per Tehran nel sostenere l’azione degli Houthi ma anche concomitanti valutazioni di minaccia per la sicurezza stessa della Repubblica Islamica. Sebbene, infatti, l’azione ostile dei nord yemeniti costituisca un elemento valutato positivamente dall’Iran, andando a rappresentare una minaccia indiretta per gli interessi degli Stati Uniti nella regione e sul piano globale, allo stesso tempo un eccessivo profilo di rischio nell’area del Mar Rosso potrebbe comportare non solo un intervento diretto degli Stati Uniti contro l’Iran ma anche pesanti ripercussioni economiche per alcuni dei principali alleati di Tehran, e in primo luogo la Cina, che potrebbero mostrarsi in tal modo indulgenti nel caso di un’escalation militare contro l’Iran.

Al tempo stesso, la gestione dell’emergenza connessa agli attacchi navali non poteva essere procrastinata oltre dagli Stati Uniti, soprattutto venendo meno la disponibilità degli europei ad integrare le proprie unità navali nell’ambito della missione Prosperity Guardian, parte della Combined Task Force 153. A dispetto dell’iniziale disponibilità da parte di alcuni paesi dell’Unione Europea, infatti, era ben presto sorto il problema delle regole d’ingaggio della missione, che avrebbe comportato anche la possibilità di colpire gli Houthi sul territorio nord yemenita. Tale eventualità, poi puntualmente verificatasi, era giudicata da paesi come la Spagna, la Germania e anche l’Italia come ad alto rischio di espansione del conflitto regionale, preferendo tali nazioni optare per una partecipazione indiretta attraverso l’inserimento delle proprie unità sotto il diretto comando delle rispettive capitali.

In tale contesto, pertanto, liberi dai vincoli di tutela europei, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno deciso di optare per un’opzione muscolare, dando avvio ad un’operazione che appare sin dapprincipio come certamente non isolata, e con ogni probabilità destinata ad essere seguita da una concatenazione di reazioni tanto da parte degli Houthi quanto degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

Ingenti manifestazioni hanno infatti accompagnato a Sana’a la notizia egli attacchi, mentre i vertici del movimento ribelle hanno promesso di reagire ai bombardamenti con un incremento delle proprie azioni nel Mar Rosso e nella regione, impiegando il vasto arsenale missilistico e di droni di cui dispongono, che comprende tanto materiale di produzione sovietica ricondizionato grazie al sostegno dei tecnici iraniani, tanto nuove forniture consegnate nel corso degli ultimi anni direttamente dalla Repubblica Islamica. Questi includono i missili balistici Scud B e successive modifiche e un ampio arsenale di missili navali di vecchia e nuova costruzione, come i Mohit, che sono i vecchi SAM SA-2 di costruzione sovietica dotati di nuovi sistemi di guida forniti dall’Iran, così come i più moderni Asef forniti da Tehran e dotati di un raggio d’azione di 500 Km, capaci quindi colpire obiettivi nell’intera parte meridionale del Mar Rosso e in tutto il Golfo di Aden. Un arsenale che gli Houthi hanno già confermato di voler impiegare adesso non solo sulle navi israeliane o dirette in Israele ma anche contro quelle statunitensi e britanniche.

Le reazioni internazionali agli attacchi aerei e missilistici di USA e Gran Bretagna sono state diverse tra loro. L’Iran ha fermamente condannato le incursioni, definendole una palese violazione della sovranità dello Yemen, mentre la Russia ha riferito di “disprezzo del diritto internazionale” e volontà di alimentare un’escalation regionale, attraverso la ferma condanna del ministro degli Esteri Sergej Lavrov. La Cina ha adottato una postura più pragmatica e cauta, manifestando preoccupazioni per l’aumento della tensione e invitando le parti coinvolte ad esercitare la moderazione. Timori sono stati espressi anche dall’Arabia Saudita, che è in procinto di siglare un accordo con gli Houthi per porre fine al lungo conflitto che l’ha vista coinvolta al fianco delle forze di Aden, e che teme invece adesso in un irrigidimento dei ribelli del nord con la possibilità di compromettere i lunghi sforzi negoziali. Parimenti in allarme è l’Egitto, che teme un’escalation e i possibili effetti di questa sui flussi in transito nel Canale di Suez, che rappresenta un elemento di primaria importanza dell’economia nazionale. Particolarmente dura la condanna espressa dal presidente Turco Erdogan, che ha accusato Stati Uniti e Gran Bretagna di voler provocare un’escalation nel Mar Rosso, mentre cauta e tiepida è stata infine la reazione europea, dove non si sono registrati particolari commenti e dove il dibattito sulla crisi della sicurezza regionale è adesso imperniato sulla possibilità di rivedere ed ampliare i termini della missione europea Atalanta, o di una nuova e distinta da questa e dotata di un mandato che sia funzionale alla protezione del traffico marittimo dagli attacchi missilistici.

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