TOGO: la vittoria del partito di Gnassingbè apre la strada alla continuità della “democrazia dinastica”

Faure Gnassingbe

Si sono svolte il 29 aprile le elezioni legislative del Togo, per eleggere i 113 deputati dell’Assemblea Nazionale, le prima dopo la riforma costituzionale.

La contestata riforma, fortemente voluta dal presidente Faure Gnassingbè, ha trasformato il sistema governativo del paese dalla forma di una repubblica presidenziale verso il modello di un governo parlamentare, dove è quindi l’Assemblea Nazionale ad eleggere la figura del presidente della Repubblica e quella del Presidente del Consiglio. Adottata il 25 marzo e poi approvata in seconda lettura il successivo 19 aprile, la riforma ha generato un forte malcontento tra le opposizioni, che l’hanno definita senza mezzi termini come un “colpo di Stato costituzionale” finalizzato a permettere la continuità del ruolo di potere del presidente, di fatto azzerando il limite dei mandati e concedendo in tal modo a Gnassingbè la possibilità di perpetuare il sistema informalmente definito come di “democrazia dinastica”.

La riforma costituzionale ha introdotto un nuovo sistema apparentemente orientato a favorire una più stretta collaborazione tra il potere esecutivo e quello legislativo, dove il primo è guidato adesso dal presidente della Repubblica (dotato di poteri simbolici) e dal presidente del Consiglio dei Ministri (il capo del governo) e dove è stata mantenuta la possibilità incrociata tra potere legislativo ed esecutivo di sfiduciare la controparte.

Una nuova configurazione, secondo le opposizioni, voluta dal presidente Gnassingbè per ovviare all’impossibilità di un nuovo mandato presidenziale dopo il 2030 ma consentire al tempo stesso la possibilità di una sua permanenza al governo nel ruolo di presidente del Consiglio dei Ministri, attraverso la trasformazione del sistema istituzionale in un modello guidato adesso da tale figura. La riforma, infatti, trasferisce in pratica al presidente del Consiglio dei Ministri le prerogative un tempo in carico al Presidente della Repubblica, mutando solo in apparenza gli equilibri istituzionali ma aprendo alla possibilità di un azzeramento di fatto dei limiti di mandato per Gnassingbè. Il presidente del Consiglio dei Ministri, inoltre, essendo eletto dal parlamento, consente di poter aggirare l’incognita del voto diretto, potendo contare sul sostegno di maggioranze politiche più ampie, dove anche coalizioni diverse possono favorire la costituzione di blocchi di maggioranza. Un sistema, di fatto, che potrebbe permettere a Gnassimgbè di essere eletto per un numero pressoché infinito di mandati, attraverso la sola gestione di forti alleanze politiche capaci di favorire l’affermazione delle formazioni che lo sostengono.

Le opposizioni politiche lamentano inoltre non solo che l’evidente escamotage della riforma costituzionale costituisca in realtà uno strumento per assicurare la continuità di governo di Gnassingbè, quanto anche la contestuale sistematica repressione delle attività dei partiti di opposizione, che il governo ostacola pervicacemente nel tentativo di ostacolarne il ruolo.

È quindi in tale contesto che si sono svolte le elezioni legislative dello scorso 29 aprile, e che sono state caratterizzate dalla schiacciante vittoria del partito del presidente Gnassingbè, l’Unione per la Repubblica, che è riuscita ad ottenere 108 dei 113 seggi parlamentari, secondo conteggi non ancora ufficiali ma pressoché certi. Un risultato che senza ombra di dubbio consentirà al presidente uscente di essere nominato alla carica di presidente del Consiglio dei Ministri dalla nuova Assemblea Nazionale.

Viene in tal modo completarsi, secondo le forze di opposizione, un processo di trasformazione istituzionale atto a favorire la sola continuità della “democrazia dinastica” della famiglia Gnassingbè, che controlla il paese da quasi quarant’anni. La saga familiare del presidente è iniziata nel 1967, quando Etienne Eyadema Gnassingbè, di etnia Kaybe ed ex militare dell’esercito coloniale francese, dopo aver partecipato a due colpi di stato assunse i poteri di presidente della Repubblica alla guida del partito unico di governo Unione del Popolo Togolese. Parziali aperture verso il multipartitismo vennero avviate nei primi anni ’90 del secolo scorso, pur in un contesto di forte repressione delle opposizioni politiche, che hanno a più riprese denunciato boicottaggi e brogli elettorali, consolidando il ruolo del presidente pur in un contesto solo apparentemente più partecipativo e trasparente. Nel 2005, alla morte del padre, il figlio Faure Essozima Gnassingbè venne insediato alla presidenza del paese con il sostegno dell’esercito, nel quadro di una successione fortemente contestata dalle opposizioni sul piano della legittimità costituzionale, conclusasi poco dopo con le sue dimissioni e l’organizzazione di nuove elezioni presidenziali. Queste, tenutesi nell’aprile del 2005, vennero fortemente manipolate dalle forze fedeli all’ex presidente, concludendosi con una vittoria di Gnassingbè contestata dalle opposizioni. Nuove elezioni si tennero nel 2010, nel 2015 e nel 2020, permettendo al presidente di ottenere quattro mandati consecutivi, in elezioni sistematicamente contestate delle opposizioni e gravate dal forte sospetto di brogli e da ostacoli alle candidature dei principali sfidanti, non di rado sfociate in aperte violenze.

È quindi in tale contesto che si è inserita la riforma costituzionale promossa da Gnassingbè, volta ad ovviare all’impossibilità di un nuovo mandato dopo il 2030, e costruita sulla trasformazione delle competenze di potere istituzionali a favore del Presidente del Consiglio dei Ministri, che, essendo eletto dall’Assemblea Nazionale e non prevedendo limiti di mandato, permette adesso virtualmente una continuità senza limiti del mandato, attraverso il ruolo delle formazioni politiche di maggioranza in seno all’Assemblea.

A dispetto delle comprensibili proteste dell’opposizione nel merito della riforma costituzionale, tuttavia, è necessario segnalare come le elezioni dello scorso 29 aprile si sono svolte secondo regole di trasparenza ritenute dagli stessi osservatori internazionali (quelli dell’ECOWAS e dell’Unione Africana in modo particolare) come soddisfacenti, mentre anche le accuse da parte delle formazioni di opposizione hanno potuto contestare solo minime irregolarità, che secondo gli stessi osservatori non hanno inficiato la legittimità del risultato. In tal modo, la vittoria schiacciante del partito Unione per la Repubblica non può essere considerata come frutto dei tradizionali brogli che hanno invece caratterizzato le precedenti quattro tornate delle elezioni presidenziali, confermando come Gnassingbè goda comunque di un vasto sostegno popolare, capace di favorire l’affermazione di una formazione politica che controlla oggi in modo pressoché totale l’Assemblea Nazionale, e che non incontrerà ostacoli nel confermare con ogni probabilità la nomina dell’ex presidente della Repubblica alla nuova carica di controllo dell’esecutivo rappresentata adesso dal presidente del Consiglio dei Ministri.

Un risultato di grande importanza per Gnassingbè, che dispone adesso degli strumenti per fugare ogni accusa di brogli, può alimentare la narrativa connessa alla riforma della Costituzione per favorire un teorico rinsaldamento dei poteri democratici e avviare una nuova fase di controllo delle istituzioni pressoché senza limiti, costruita da oggi sulla capacità di mantenere compatto il partito e debole l’opposizione.

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