SUDAN: le SAF all’offensiva ad Omdurman, probabilmente grazie al sostegno militare iraniano

Saf Sudan

Il conflitto in Sudan, a dieci mesi dal suo inizio, sembra entrare in una nuova fase in conseguenza di alcune importanti evoluzioni sul piano soprattutto delle relazioni internazionali del governo di Khartoum. Potrebbe aver infatti giocato un ruolo decisivo nell’iniziativa delle unità delle Sudanese Armed Forces (SAF) ad Omdurman il rinnovato legame con la Repubblica Islamica dell’Iran, che avrebbe fornito alle forze poste sotto il comando del generale Abdel Fattah al-Burhan alcuni droni da combattimento rivelatisi tatticamente fondamentali nella conduzione della battaglia che ha portato le forze governative a riprendere il controllo della gran parte della città satellite della capitale.

Il ruolo dell’Iran e la rinnovata iniziativa militare delle SAF

Lo scorso 29 gennaio le Forze di Supporto Rapido (RSF) al comando del generale Dagalo hanno comunicato attraverso i propri social media di aver nuovamente abbattuto un drone di costruzione iraniana, del modello Mohajer-6, operato dalle forze delle SAF in operazioni contro le proprie posizioni nell’area della città satellite di Omdurman. Si tratta, secondo le RSF, del terzo esemplare di questo modello di drone ad essere stato abbattuto nel corso delle ultime settimane, dimostrando in tal modo come l’Iran abbia voluto sostenere lo sforzo militare del governo sudanese attraverso la fornitura di armamenti.

La notizia ha trovato un riscontro anche sulla stampa statunitense il 24 gennaio scorso, quando alcune immagini satellitari avrebbero dimostrato la presenza dei Mohajer-6 sulla base aerea d Wadi Sayyidna, a nord della capitale e sotto il controllo delle SAF, da dove sarebbero stati impiegati a più riprese nell’ambito dell’offensiva in corso nell’area di Omdurman.

La possibile fornitura di droni iraniani al governo sudanese viene anche indirettamente confermata dagli sviluppi del processo di riavvicinamento tra i due paesi, che il 10 ottobre scorso hanno riallacciato ufficialmente le relazioni diplomatiche – dopo 7 anni di interruzione – e dalla notizia della visita a Tehran lo scorso 5 febbraio del ministro degli Esteri sudanese Ali al-Sadiq, che è stato ricevuto dal suo omologo iraniano Hossein Amirabdollahian. Nel corso della visita in Iran, il ministro sudanese ha incontrato anche il presidente Ibrahim Raisi, con il quale sono stati discussi i passi per una piena ripresa delle relazioni tra i due paesi attraverso la riapertura delle rispettive ambasciate, sottolineando come tale relazione non debba essere intesa come ostile verso alcuna parte terza della regione.

Non sono trapelate ulteriori informazioni nel merito dei colloqui, sebbene in molti ritengano che l’Iran possa aver chiesto al governo sudanese di rescindere formalmente il riconoscimento di Israele definito nel 2020, e contestualmente il Sudan aver richiesto a Tehran di esercitare la propria capacità diplomatica sugli Emirati Arabi Uniti per arrestare il flusso di rifornimenti che Abu Dhabi ha assicurato alle RSF nel corso degli ultimi mesi. Due diverse aspettative di difficile realizzazione in questo momento, stante da una parte il precario equilibrio politico del governo sudanese e la necessità di non esacerbare le relazioni internazionali, mentre dall’altra i rapporti tra Tehran e Abu Dhabi – pur formalmente ristabiliti – non sembrano godere di ottima salute.

I colloqui bilaterali tra il Sudan e l’Iran, tuttavia, sembrerebbero essere stati caratterizzati anche da una dimensione prettamente militare, come dimostrerebbe la presenza dei droni Mohajer-6 nei ranghi delle forze delle SAF. I due paesi, peraltro, avevano già attivamente collaborato in tale settore nel corso degli anni Novanta del precedente secolo, quando Tehran soprattutto aveva fornito al Sudan numerosi missili balistici.

Il Sudan sembra guardare nuovamente con grande interesse ad un rapporto con l’Iran, nell’intento di trovare un alleato capace di fornire alle forze delle SAF i necessari armamenti per contrastare quella che fino a poco fa è sembrata essere l’inarrestabile avanzata delle RSF in buona parte delle aree centrali e meridionali del paese. Sostenute occultamente dagli Emirati Arabi Uniti, le formazioni delle RSF sono riuscite ad avere la meglio per buona parte dei dieci mesi di conflitto, infliggendo gravi sconfitte all’esercito regolare, sempre più a corto di armi e soprattutto incapaci di fronteggiare l’evidente superiorità delle forze di terra del generale Dagalo. La fornitura di droni e, potenzialmente, di missili balistici, avrebbe la capacità di sovvertire i rapporti di forza sul terreno, permettendo alle SAF di riguadagnare l’offensiva soprattutto nell’area della capitale e delle città strategiche di Wad Madani e Nyala, recentemente conquistate dagli avversari.

Non è chiaro quanti droni possano essere stati effettivamente forniti dall’Iran al governo sudanese, così come non è possibile allo stato attuale verificare l’attendibilità delle informazioni sui presunti abbattimenti fornite dalle RSF nel corso delle ultime settimane. Al contrario, tuttavia, nel corso degli ultimi giorni le SAF hanno conseguito importanti risultati militari nell’area di Omdurman, riuscendo a riconquistare buona parte della città – nelle mani delle RSF sin dall’inizio del conflitto – e permettendo il ricongiungimento con le unità militari governative presenti a sud del centro abitato.

Ha avuto ampia eco nel paese la notizia lo scorso 17 febbraio della riconquista di numerosi quartieri di Omdurman, mentre le unità delle RSF sembrano essere adesso intrappolate in una ristretta area dove vengono assediate dall’esercito, che ritiene di poterle sopraffare velocemente.

Tali successi sono stati ampiamente attribuiti, tanto in Sudan quanto all’estero, alla capacità offerta dai droni iraniani di colpire con precisione tanto le unità militari delle RSF quanto le loro linee di rifornimento, determinando in pochi giorni un sostanziale ribaltamento degli equilibri sul campo di battaglia. La notizia delle conquiste da parte delle SAF è stata tuttavia anche accompagnata da denunce di violenze e saccheggi, soprattutto nei confronti delle comunità ritenute alleate delle RSF, e in particolar modo quelle di etnia africana, storicamente soggiogate da quelle di etnia araba.

La conquista di buona parte di Omdurman rappresenta il primo vero successo delle SAF a partire dallo scoppio del conflitto, il 15 aprile scorso, mentre continuano incessantemente i combattimenti nel sud del paese, nello stato del Kordofan occidentale, per la conquista della città di Babanusa, attualmente sotto il controllo delle SAF ma che le forze delle RSF stanno assediando da settimane nell’intento di poter controllare la strategica aerea a ridosso del confine con il Sud Sudan e soprattutto i locali impianti petroliferi.

A dispetto dell’evidente risultato ottenuto dalle SAF ad Omdurman, tuttavia, sarebbe affrettato sostenere che il conflitto sudanese possa essere dinanzi ad un punto di svolta, stante la consistente capacità militare delle RSF ancora disponibile nello stato di Gezira e del Darfur, e la mancanza di indicazioni precise nel merito delle effettive accresciute capacità militari delle forze governative grazie al probabile sostegno militare iraniano.

Ciò che allarma gli osservatori locali e internazionali, al contrario, è l’evidente catastrofe umanitaria determinata dal conflitto e dalle violenze che entrambe le formazioni hanno perpetrato sulla popolazione civile, generando un numero enorme di sfollati e sacrificando l’erogazione dei servizi umanitari e sanitari spesso in conseguenza di brutali scelte etniche. Un’emergenza la cui portata è ancora difficile da quantificare ma che ha certamente raggiunto da tempo il livello dell’insostenibilità.

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