Stati Uniti e Iran raggiungono un’intesa informale per impedire il rischio di escalation in Iraq

Iraq Usa

Il 28 gennaio un drone di costruzione iraniana ha colpito una base statunitense in Giordania, conosciuta come Tower 22 e posta a poca distanza dal confine dall’Iraq. Nel corso dell’attacco, sul quale permangono dubbi circa la possibilità di un errore della difesa anti-aerea della base nel merito del mancato riconoscimento di una minaccia in ingresso, hanno perso la vita tre militari americani e diversi altri sono rimasti feriti.

L’attacco è stato poco dopo rivendicato dalle milizie dalla Resistenza Islamica in Iraq, un’organizzazione che racchiude al suo interno anche molte delle unità che costituiscono l’eterogeneo consesso delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) irachene, provocando poco dopo la prima di due ritorsioni americane contro le milizie filo-iraniane in Iraq e in Siria. Secondo i vertici del Pentagono a colpire la Tower 22 sarebbe stata la milizia di Kataib Hezbollah, accusando direttamente l’Iran di essere il mandante occulto dell’operazione, considerando pertanto la sfera delle milizie filo-iraniane come il principale bersaglio sul quale esercitare la propria risposta militare.

Il 3 febbraio, quindi, con un attacco aereo e missilistico sono stati colpiti 85 obiettivi in sette diverse località tra la Siria e l’Iraq, mentre il successivo 7 febbraio con una seconda ritorsione è stato colpito il centro della città di Bagdad, nel popoloso quartiere di al-Mashtal, dove un missile di precisione ha ucciso un comandante delle milizie Kataib Hezbollah, Wissam Mohamed, mentre si trovava in auto insieme ad altre due persone.

L’uccisione dei tre militari statunitensi aveva generato forte apprensione in seno al governo iracheno, che con sempre maggiori difficoltà cerca di impedire un’escalation sul proprio territorio, spingendo il 30 gennaio lo stesso vertice di Kataib Hezbollah ad annunciare la sospensione degli attacchi contro le forze americane per “evitare imbarazzi” al governo iracheno. Una dichiarazione che, paradossalmente, aveva ulteriormente imbarazzato il governo di Bagdad, evidenziandone la scarsa capacità di controllo del proprio territorio e la sempre maggiore autonomia delle diverse milizie che compongono soprattutto la sfera della Forze Popolari di Mobilitazione[1].

L’annuncio da parte di Kataib Hezbollah, tuttavia, non ha sortito alcun effetto nel prevenire l’intenzione degli Stati Uniti di effettuare una ritorsione contro le milizie, innescando in tal modo una grave crisi diplomatica che ha costretto il governo iracheno a convocare l’incaricato d’affari USA a Bagdad per esigere che il paese non venisse nuovamente trasformato in un campo di battaglia tra Washington e Tehran[2].

La risposta americana agli attacchi del 28 gennaio ha determinato la forte irritazione in Iraq anche delle figure più propense al dialogo con gli Stati Uniti e da tempo impegnate per una transizione pacifica della presenza USA nel paese, come il ministro degli Esteri Fuad Hussein. Questi, nel corso di alcune interviste alla stampa straniera, ha apertamente manifestato la propria insoddisfazione per la politica di Washington in Iraq, sostenendo come gli ultimi eventi abbiamo dimostrato l’impellente necessità di una rapida cessazione della presenza delle unità militari nel paese, sia americane quanto quelle “di altri paesi”, alludendo in modo tanto generico quanto intuibile all’Iran[3].

La dura presa di posizione del governo iracheno ha portato l’11 febbraio ad una rapida ripresa dei colloqui con il locale comando delle forze USA per la gestione delle procedure connesse con il ritiro delle truppe statunitensi dal paese[4]. L’incontro ha fatto seguito a quello precedente del 27 febbraio, i cui progressi erano stati poi arrestati il giorno successivo dall’attacco alla Tower 22 e all’escalation di tensione delle ritorsioni USA in Siria e Iraq. Il principale nodo nella gestione dei colloqui bilaterali per avviare la fuoriuscita dei circa 2.500 militari americani ancora presenti in Iraq verte in questa fase sulla volontà di Washington di inquadrare tale manovra nell’ambito della ridefinizione di un accordo di sicurezza con il governo di Bagdad, ma al tempo stesso è anche interesse degli USA impedire che la narrativa alimentata dalle forze filo-iraniane riesca a trasformare il ritiro delle proprie unità militari in una sconfitta.

La fuoriuscita del personale militare americano, quindi, nelle intenzioni di Washington deve avvenire senza essere interessata da continui attacchi che ne possano prefigurare la percezione di una fuga, come è emerso chiaramente dai colloqui intercorsi tra il primo ministro iracheno Mohamed al-Sudani e i vertici del contingente statunitense presenti nel paese. Una condizione, tuttavia, che impone, la capacità da parte delle locali autorità non solo di contenere il ruolo delle molteplici milizie presenti nel paese ma anche di gestire in modo fermo e deciso il rapporto con Tehran, per impedire che la Repubblica Islamica possa autonomamente decidere di sfruttare l’opportunità a proprio vantaggio[5].

La missione del generale Qaani a Bagdad

Sebbene la stampa internazionale abbia dato ampio risalto al dialogo bilaterale tra il governo iracheno e quello statunitense nel merito del negoziato per definire la fuoriuscita del personale americano, è apparso evidente come le stesse autorità di Bagdad abbiano contestualmente avviato una discreta interlocuzione anche con il governo della Repubblica Islamica dell’Iran, esigendo la sospensione delle attività ostili contro i militari USA e ponendo un freno alle intemperanze delle milizie più strettamente legate al rapporto militare con Tehran.

Il comandante della Quds Force dell’IRGC, generale Esmail Qaani, si è recato a Bagdad il giorno dopo l’attacco alla Tower 22, incontrando in una base militare presso l’aeroporto della capitale i comandanti di numerose delle milizie che compongono la struttura delle Forze di Mobilitazione Popolare. Sebbene non siano stati forniti resoconti ufficiali dell’incontro, alcuni commentatori della stampa irachena hanno riferito di una specifica richiesta da parte del generale Qaani per una sospensione immediata delle ostilità contro le forze militari USA nel paese, per impedire che una risposta da parte di Washington possa innescare una spirale di violenza capace di portare ad una incontrollabile escalation[6].

La riunione con il generale Qaani ha portato quindi il 30 gennaio successivo all’annuncio da parte soprattutto di Kataib Hezbollah – la principale sospettata per l’attacco del 28 gennaio contro la Tower 22 – di una unilaterale sospensione delle ostilità contro le forze americane, sebbene la morte di tre soldati americani avesse ormai determinato la necessità di una risposta militare da parte degli Stati Uniti.

Le due azioni condotte da Washington il 3 e il 7 febbraio, in tal modo, sembrano essere state accettate tanto dalle milizie irachene quanto da Tehran come ineluttabile conseguenza della morte dei militari USA, senza tuttavia dar luogo ad ulteriori attacchi o rappresaglie. Al tempo stesso, però, queste dinamiche hanno fortemente irritato il governo iracheno, che ha preteso tanto dagli Stati Uniti quanto dalle milizie filo-iraniane una immediata cessazione delle attività ostili sul proprio territorio, invitando di fatto entrambi a riconsiderare la propria presenza e il proprio ruolo sul territorio iracheno.

Due principali elementi di analisi possono in tal modo essere tratti dalla dinamica delle più recenti vicende. Il primo conferma come il grado di autonomia delle milizie irachene sostenute all’Iran sia evidente, dimostrando come, pur nell’ambito di uno stretto legame politico e militare con Tehran, la pianificazione delle attività sia parte di una strategia decisionale il più delle volte indipendente. Il secondo, invece, dimostra come anche la Repubblica Islamica dell’Iran non abbia alcun interesse nel sostenere un processo di crisi regionale capace di portare ad una escalation incontrollata, con il rischio di una risposta americana potenzialmente capace di spingersi sino al cuore dello stesso Iran. Una combinazione di fattori che non riguarda inoltre solo l’Iraq, quanto anche Gaza, il Libano e la Siria, dove Tehran sembra essersi attivamente adoperata per contenere la capacità autonoma d’azione delle numerose milizie con le quali intrattiene saldi e intensi legami[7].

Al tempo stesso, tuttavia, nonostante l’indipendenza strategica delle milizie irachene, appare chiaramente come il governo di Bagdad eserciti una ridotta capacità di controllo sulle milizie stesse, dovendo ricorrere al ruolo dell’Iran per esercitare una capacità di mediazione della quale le autorità del governo di al Sudani non sembrano in alcun modo disporre. Una combinazione di elementi che rende la stabilità dell’Iraq estremamente volatile, e ancora una volta strettamente connessa a dinamiche di sicurezza esterne agli interessi del paese.

Non è da escludere, in tale contesto, che lo stesso Iran abbia esercitato tutta la propria capacità politica per impedire una ulteriore reazione ai due attacchi condotti dagli Stati Uniti in risposta a quelli contro la Tower 22, nonostante la portata degli stessi e l’evidente nervosismo delle forze di Kataib Hezbollah soprattutto dopo l’uccisione di Wissam Mohamed a Bagdad il 7 febbraio scorso.

A sostegno di tale ipotesi può essere citata l’assenza di qualsiasi azione contro le forze USA dallo scorso 28 febbraio, a dispetto degli oltre venti attacchi condotti nelle due settimane precedenti e dei circa 140 registrati nel corso dell’ultimo anno.

Non tutte le milizie sembrano però aver accettato di buon grado la richiesta del generale Qaani. Nonostante l’assenza di azioni contro i militari USA, infatti, gli esponenti di vertice della Nujaba hanno annunciato l’intenzione di voler continuare gli attacchi contro le basi statunitensi sino alla completa chiusura di queste nel paese[8]. L’Harakat Hezbollah al-Nujaba è una formazione paramilitare sciita caratterizzata da posizioni estremamente radicali, che, nonostante il forte legame costruito con l’Iran e con l’Hezbollah libanese soprattutto nel corso della guerra civile siriana, ha sempre mantenuto un proprio forte profilo di indipendenza nell’ambito delle dinamiche politiche domestiche dell’Iraq. Le unità della Nujaba sono concentrate soprattutto nelle regioni meridionali del paese e sono state parte delle Forze Popolari di Mobilitazioni nell’ambito del conflitto contro lo Stato Islamico, per spostarsi poi nell’orbita dell’informale struttura di alleanza della Resistenza Islamica in Iraq. In tale contesto, il comandante della Nujaba, Akram al-Kaabi, ha annunciato il 30 gennaio di non aver aderito alla decisione di Kataib Hezbollah di sospendere gli attacchi contro le forze statunitensi, richiamando invece alla volontà della Resistenza Islamica in Iraq di continuare ad ingaggiare militarmente le forze USA sino al loro completo ritiro, dimostrando in tal modo come e quanto profonde continuino ad essere le divergenze all’interno dell’eterogeno sistema delle milizie legate all’Iran[9].

SCENARIO

Il precario equilibrio politico dell’Iraq è messo alla prova ancora una volta da una molteplicità di fattori esogeni rispetto alla capacità decisionale del governo del primo ministro Mohamed al Sudani. L’assertività e l’autonomia delle milizie che compongono l’eterogeno sistema di alleanze con l’Iran ha determinato lo scorso 28 gennaio – con l’attacco alla Tower 22 in Giordania – il rischio di una pericolosa escalation, che la stessa Tehran ha cercato di arginare esercitando ogni sua prerogativa nel rapporto con le diverse formazioni delle PMF e della IRI. Appare tuttavia in modo alquanto inequivocabile come, a margine delle tensioni tra USA e Iran, la dimensione degli equilibri interni all’Iraq non consenta di formulare previsioni ottimistiche nel merito della capacità del sistema politico di ricondurre le diverse – e spesso confliggenti – istanze delle milizie in direzione di una soluzione di stabilità per l’interesse nazionale.

Sebbene ormai improcrastinabile l’uscita delle forze USA dal paese, questa deve avvenire nell’ottica di Washington attraverso la garanzia di una continuità del rapporto con Bagdad e della definizione di un’architettura di sicurezza capace di contrastare il ruolo dell’Iran. Al tempo stesso, inoltre, Washington non intende caratterizzare la narrativa della propria uscita come una ritirata, attribuendo all’Iran e alle milizie di questo alleate il merito. Sebbene auspicata con sempre maggiore insistenza da parte del governo iracheno, inoltre, la fuoriuscita degli americani pone per al Sudani il problema di un futuro caratterizzato da una nuova forma di polarizzazione guidata dall’Iran, che rischia di restare incontrastata dagli USA a solo probabile danno dell’indipendenza nazionale.


[1] SALHANI, Justin, “Who are the Islamic Resistance in Iraq?”, in Al Jazeera, 10 febbraio 2024

[2] JALABI, raya, e SCHWARTZ, Felicia, “Iran-backed Iraqi militia says it has suspended attacks on US forces”, in Financial Times, 31 gennaio 2024

[3] GUERIN, Orla, “Iraq could be pushed into conflict, minister warns”, in BBC, 10 febbraio 2024

[4] COPP, Tara, “Iraq says US troop drawdown talks will go on ‘as long as nothing disturbs the peace of the talks’”, in Associated Press, 12 febbraio 2024

[5] SZUBA, Jared, “As tensions with Iran rise, US resumes talks with Iraq on troop presence”, in Al-Monitor, 12 febbraio 2024

[6] RASHEED, Ahmed, HAFEZI, Parsa, e AZHARI, Timour, “Iraqi armed groups dial down U.S. attacks on request of Iran commander”, in Reuters, 18 febbraio 2024

[7] RAHMATI, Fidel, “Iraqi militias halt attacks on US forces at Iran’s request”, in Khaama Press News Agency, 19 febbraio 2024

[8] “Iran Quds Force chief’s ‘diplomacy’ stalls attacks on U.S. troops in Iraq, Syria”, in I24, 18 febbraio 2024

[9] “Iraq’s Nujaba says it will continue attacks on U.S. forces”, in Reuters, 2 febbraio 2024

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