Scenari di politica interna, estera e di sicurezza in Iran dopo la morte del presidente Raisi

Mohammad Raisi

Il 19 maggio è morto in un incidente aereo il presidente della Repubblica Islamica Ebrahim Raisi, mentre tornava a bordo di un elicottero Bell 212 dalla cerimonia di inaugurazione di una diga al confine con il vicino Azerbaijan. L’incidente è avvenuto in un’area montuosa caratterizzata da una fitta vegetazione boschiva, mentre imperversava un forte maltempo e una fitta nebbia, che hanno reso estremamente complessa la fase di ricerca del relitto e delle vittime[1].

A bordo dell’elicottero, insieme al presidente Raisi, erano presenti il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian, il governatore della provincia dell’Azerbaijan orientale iraniano Malek Rahmati, l’hojjatoleslam della moschea di Tabriz Mohammad Ali Al-Hashemi,  il generale dell’IRGC Mehdi Mousavi, due guardie del corpo del presidente, i due piloti e un tecnico di volo, che, secondo le prime informazioni trapelate dalla stampa iraniana, sarebbero stati rinvenuti privi di vita e carbonizzati.

L’elicottero del presidente volava in formazione con altri due elicotteri che trasportavano la folta delegazione che si era recata in Azerbaijan, che hanno cercato per oltre un’ora di soccorrere il mezzo presidenziale, senza tuttavia riuscire a determinarne la posizione a causa delle pessime condizioni metereologiche, dovendo poi abbandonare l’area al raggiungimento del limite di autonomia e raggiungere la città di Tabriz.

Le prime informazioni diramate dalle autorità iraniane, e in particolar modo dal ministro dell’Interno Vahidi, hanno riferito di un atterraggio di emergenza, così come di non meglio precisati contatti con alcuni membri della delegazione presidenziale, lasciando intendere che l’incidente avrebbe potuto essere meno grave di quanto effettivamente accaduto.

Con il trascorrere delle ore e con le crescenti difficoltà incontrate dalle squadre di soccorso nell’individuare i resti dell’elicottero, si è fatta strada in modo sempre più concreto l’ipotesi di uno scenario più grave e i mezzi di informazione ufficiali iraniani hanno apertamente fatto riferimento alle procedure istituzionali preposte alla gestione del caso più estremo.

Sebbene allo stato attuale l’ipotesi di un incidente appaia come la più probabile, stanti anche le pessime condizioni metereologiche che hanno interessato il volo del presidente, è necessario citare come il comandante dell’IRGC, generale Esmail Qaani, abbia più volte ribadito nella giornata del 19 maggio come sarà necessario indagare sulle cause dell’incidente e ispezionare i resti dell’elicottero presidenziale. Pur attualmente non citata in termini ufficiali come possibilità, quindi, l’ipotesi di un sabotaggio o di un attentato è al vaglio quantomeno dell’IRGC, con la possibilità di una strumentalizzazione della notizia da parte delle forze più estreme del sistema politico conservatore.

Scenari di politica interna

La morte di Raisi rappresenta una circostanza grave ma non muta allo stato attuale in modo significativo gli equilibri di politica interna ed estera dell’Iran. Il presidente Raisi non ha goduto di particolare popolarità, né all’interno delle forze riformiste e pragmatiche, né tantomeno all’interno di quelle conservatrici, che lo hanno complessivamente ritenuto un presidente scarsamente carismatico, eccessivamente attento al calcolo di convenienza politica e poco incisivo sul piano legislativo.

Sul piano interno si apre adesso la procedura prevista dall’art. 131 della costituzione, che prevede, su autorizzazione della Guida Suprema, la costituzione di un Consiglio di Gestione politica per gli affari correnti presieduto dal Primo Vicepresidente, Mohammad Mokhber, dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, e dal capo del potere giudiziario, l’hojjatoleslam Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i[2].

Tale Consiglio ha il compito di gestire gli affari di governo sino alle prossime elezioni, che, tuttavia devono in caso di morte o incapacità del presidente essere organizzate entro il termine di cinquanta giorni. Il Comitato deve anche nominare un ministro degli Esteri ad interim, in sostituzione di Hossein Amirabdollahian, e la stampa iraniana ha frequentemente citato il nome nelle ultime ore Ali Bagheri Kani – già negoziatore per l’accordo sul nucleare – come possibile candidato, poi confermato nella tarda mattinata del 20 maggio[3].

L’organizzazione di elezioni così ravvicinate e con una così breve finestra temporale per la campagna elettorale – le elezioni presidenziali avrebbero dovuto tenersi il prossimo maggio del 2025 – pone innanzitutto il problema dell’individuazione dei possibili candidati, la successiva valutazione e approvazione da parte dell’organo istituzionale preposto – il Consiglio dei Guardiani – e infine l’avvio della campagna elettorale vera e propria. Tale scenario potrebbe verosimilmente favorire i candidati “di sistema”, e quindi coloro che sono organici al sistema di potere, limitando al contrario fortemente le capacità di quelli indipendenti o di area riformista e pragmatica[4].

L’occasione si presenta quindi propizia per le forze politiche di seconda generazione per conquistare l’ultimo baluardo istituzionale che era ancora sotto il controllo della prima generazione – Raisi apparteneva anagraficamente alla seconda generazione, sebbene politicamente organico alla prima – completando in tal modo il pervasivo processo di transizione generazionale già in atto da tempo.

Tale scenario pone il combinato politico-militare-industriale dell’IRGC in una posizione di netto vantaggio, anche alla luce delle recenti elezioni parlamentari dello scorso marzo, dove le forze ultra-conservatrici di seconda generazione – i cosiddetti “paydari” – si sono nettamente affermate sulle forze conservatrici tradizionaliste – conosciute come “principalisti” – mentre residuali appaiono ormai nel panorama parlamentare quelle riformiste e pragmatiche.

Più complessa al momento, invece, l’individuazione dei possibili candidati per le elezioni presidenziali. Il sistema politico non era preparato alla gestione di elezioni anticipate, che, come detto, si sarebbero dovute tenere nel maggio del 2025, e quindi la selezione nominativa dei possibili partecipanti inizia sostanzialmente adesso, attraverso i consueti complessi meccanismi negoziali di un sistema politico fortemente polarizzato e altamente conflittuale. È presumibile quindi che i primi nomi potenzialmente spendibili nell’ambito delle elezioni possano iniziare a circolare nel corso delle prossime due settimane, necessitando il processo di selezione di una complessa quanto articolata fase negoziale tra le diverse componenti di un sistema altamente fazionale.

Un’ultima considerazione sul piano della politica interna riguarda la perdita, con Raisi, di un potenziale candidato alla successione della Guida Suprema, Ali Khamenei, che ha 84 anni e non versa in buone condizioni di salute. La stampa occidentale ha ampiamente sostenuto che Raisi fosse il candidato prescelto per tale successione, sebbene nell’ambito del dibattito politico iraniano tale eventualità era stata più volte oggetto di smentite, stante il controverso passato del defunto presidente – responsabile all’epoca in cui era vice-procuratore generale di Tehran, nei primi anni Novanta, di un’esecuzione di massa di oppositori politici – e lo scarso carisma dimostrato in qualità di presidente. Parimenti, la stampa occidentale attribuisce adesso al figlio di Khamenei, Mojtaba, le più elevate possibilità di accedere alla successione, trascurando tuttavia come il processo di nomina non è in capo alla Guida ma al Consiglio dei Guardiani, oltre al fatto che il figlio di Khamenei non dispone ancora delle credenziali giurisprudenziali e religiose necessarie per accedere alla carica di “rahbar”, o Guida Suprema[5].

Scenari di politica estera e di sicurezza

Circostanze più complesse regolano al contrario la politica estera e di sicurezza dell’Iran, dove tuttavia un profondo mutamento di indirizzo è già in atto da tempo e con ogni probabilità continuerà senza essere condizionato dalla morte dal presidente Raisi.

La politica di difesa del paese, e gran parte della politica estera, sono gestite attraverso l’organo istituzionale del Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale, presieduto dal generale Ali Akbar Ahmadian dell’IRGC. Si tratta di un organo collegiale, che include tutte le figure apicali del sistema istituzionale iraniano e svolge di fatto la funzione di “camera di compensazione” delle molteplici divergenze di indirizzo presenti all’interno del sistema politico iraniano[6].

La vulgata occidentale secondo la quale le decisioni sono assunte in via esclusiva dalla Guida Suprema è altamente fuorviante. L’attuale Guida non dispone delle prerogative politiche del suo predecessore, l’ayatollah Ruollah Khomeini, ed oggi rappresenta più un moderatore della politica, un “primus inter pares”, piuttosto che il decisore ultimo delle linee di indirizzo politico e militare. Sebbene dotato della cosiddetta “ultima parola”, o “decisione finale”, la Guida non ha mai assunto decisioni di interesse politico o strategico che non fossero il frutto di un’articolata mediazione tra le diverse componenti del sistema, di fatto agendo secondo meccanismi di consenso condiviso atti a limitare le frizioni sul piano della sempre più polarizzata politica interna.

Tali decisioni, sul piano della politica estera e di difesa, vengono principalmente assunte in seno al Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale, che, tuttavia, è da tempo dominato in modo sempre più pervasivo da esponenti politici e militari afferenti alla seconda generazione del potere, le cui posizioni sono spesso ampiamente divergenti dalla prima, e quindi rispetto a quelle della Guida stessa.

In tale contesto, pertanto è possibile prevedere come la transizione presidenziale inciderà in modo marginale nel merito delle valutazioni strategiche dell’Iran, seguendo al contrario un inter già tracciato, che presenta in ogni caso spunti di interesse e soprattutto di preoccupazione.

Il principale elemento di contrasto all’interno della compagine politica di prima e seconda generazione riguarda oggi il programma nucleare, dove un numero crescente di esponenti dell’ala ultra-conservatrice ha apertamente sfidato la tradizionale linea di cautela della Guida e dell’entourage di prima generazione, aprendo apertamente alla revisione del paradigma strategico nazionale ventilando l’ipotesi di una possibile militarizzazione del programma qualora gli scenari della sicurezza, e soprattutto quelli connessi alla minaccia israeliana, lo imponessero con l’obiettivo di determinare una più credibile forma di deterrenza. Tale posizione rappresenta un mutamento epocale degli equilibri politici, che si contrappone al reiterato rifiuto di sviluppare ordigni nucleari da sempre sostenuto dalla prima generazione – anche attraverso una “fatwa”, o pronuncia religiosa con valore giuridico – aprendo alla possibilità nel prossimo futuro di una fuoriuscita dal Trattato di Non Proliferazione[7].

Meno preoccupante sembra porsi al contrario lo scenario di politica estera e di sicurezza sul piano regionale, dove il Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale sembra avere da tempo sostenuto una linea di condotta maggiormente pragmatica, impostata alla continuità di una visione strategica atta a consolidare il ruolo dell’Iran sul piano regionale, senza tuttavia innescare pericolosi meccanismi di escalation che potrebbero determinare l’esigenza di sostenere un conflitto diretto con Israele e gli Stati Uniti.

È notizia del 19 maggio, la stessa data della morte del presidente Raisi, quella della conferma da parte dell’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite di colloqui indiretti con gli Stati Uniti attualmente in corso in Oman, ai quali hanno partecipato alti rappresentanti del Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale e alcuni omologhi statunitensi, tra i quali il consigliere per i Medio Oriente del presidente Joe Biden, Brett McGurk, e l’inviato ad interim per l’Iran, Abram Paley.

Sebbene non siano trapelate ulteriori indiscrezioni nel merito di tali negoziati, è lecito presupporre che questi siano concentrati su alcuni temi di interesse comune, come l’evoluzione del conflitto a Gaza e la necessità di impedire un’escalation regionale – dove le posizioni degli Stati Uniti coincidono quasi paradossalmente con quelle dell’Iran – la protezione delle forze statunitensi in Iraq e in Siria dall’azione ostile delle milizie filo-iraniane in loco – dove si sono registrati importanti progressi nel corso degli ultimi mesi, con un sensibile calo delle attività ostili – e più in generale la gestione del programma nucleare iraniano per impedirne una trasformazione epocale attraverso la possibile uscita della Repubblica Islamica dal Trattato di Non Proliferazione.

I principali alleati regionali e internazionali dell’Iran, infine, non sembrano temere conseguenze o mutamenti di indirizzo con la morte del presidente Raisi. Ben consci dell’articolato meccanismo di gestione della politica estera e di difesa di Tehran, contano sul costante e continuo sostegno assicurato dalla continuità di visione tanto del Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale, quanto della Guida Suprema e soprattutto del sempre più pervasivo e potente combinato politico-industriale-militare di seconda generazione, e dell’IRGC in particolar modo.

In tale contesto, pertanto, appare scarsamente probabile, almeno nel breve periodo, qualsiasi significativa ipotesi di mutamento del rapporto con i “proxy”, con la Russia e con la Cina, nel solco di una continuità che l’Iran ha sempre saldamente mantenuto nel corso del tempo.

SCENARIO

La morte del presidente Ebrahim Raisi rappresenta un grave episodio nell’evoluzione politica della Repubblica Islamica dell’Iran, ma non costituisce un mutamento sostanziale nelle prerogative di politica interna, estera e di sicurezza del paese. La figura istituzionale del presidente, ancorché rilevante, non dispone di una capacità di indirizzo sostanziale della politica, che resta invece saldamente ancorato ad un sistema decisionale collettivo che include numerose istituzioni e organismi, perlopiù di nomina governativa, dove le direttrici strategiche vengono decise attraverso una complessa sintesi negoziale.

Con la morte di Raisi, tuttavia, si apre una importante finestra di opportunità per la seconda generazione del potere per conquistare quella di fatto era rimasta l’unica carica elettiva non ancora presidiata da propri esponenti, completando in tal modo il ciclo della transizione generazionale già in atto da tempo al vertice del sistema politico iraniano. In tale scenario è quindi probabile che la presidenza venga conquistata alle prossime elezioni non solo da un esponente di seconda generazione, quanto anche di estrazione ultra-conservatrice, nell’ambito di un parallelo quanto intenso e polarizzato contrasto di interessi all’interno della stessa compagine dei conservatori

Non sembrano prefigurabili infine, almeno nel breve periodo, mutamenti sostanziali anche sotto il profilo della politica estera, né sul piano regionale, dove la strategia iraniana appare saldamente ancorata all’obiettivo di consolidare l’espansione del proprio ruolo regionale, né sul piano globale, dove conforta la notizia – confermata dall’Iran – della ripresa di colloqui informali con gli Stati Uniti attraverso la mediazione dell’Oman.


[1] JONES, Sam, “Iranian president Ebrahim Raisi dies in helicopter crash”, in The Guardian, 20 maggio 2024

[2] SAHIMI, Muhammad, “Raisi’s death throws a wrench into internal Iranian politics”, in Responsible Statecraft, 20 maggio 2024

[3] “Ali Bagheri Kani appointed as Iran’s acting foreign minister after Amirabdollahian’s death”, in Reuters, 20 maggio 2024

[4] SOLOMON, Erika, “After Raisi’s death, elections pose tricky test for Iran’s rulers”, in The New York Times, 21 maggio 2024

[5] MAZHARI, Mohammad, “The curse of succession in Iran”, in Stimson Center, 22 maggio 2024

[6] NADIMI, Farzin, “Iran’s National Security Council shuffle signals business as usual”, in The Washington Institute for Near East Policy, 24 maggio 2023

[7] “Understanding Iran’s increasingly open rhetoric about atomic bombs”, in Al Monitor, 12 maggio 2024

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