Scarsa affluenza alle elezioni iraniane, che tuttavia favorisce gli obiettivi politici delle forze più radicali

Iran Elezioni

Si sono tenute il 1° marzo in Iran le elezioni parlamentari per il rinnovo dei 290 seggi del Majlis, e quelle per eleggere gli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, facendo registrare un’affluenza alle urne del 41% circa. Non si è verificato in tal modo il tracollo di voti temuto dalla Guida Suprema Ali Khamenei, sebbene il risultato sia alquanto deludente e inferiore alle percentuali del passato, confermando una generale disaffezione degli iraniani dalla politica. Al tempo stesso le elezioni hanno confermato la vittoria delle formazioni più radicali in seno al sistema conservatore, prefigurando uno scenario alquanto critico tanto per la politica interna quanto quella estera e di sicurezza dell’Iran.

Bassa affluenza e polarizzazione dello scontro politico

L’affluenza alle urne costituisce da sempre un elemento di particolare rilevanza per il sistema politico iraniano, che può in tal modo legittimarsi tanto dinanzi all’opinione pubblica interna quanto quella internazionale, pur nell’ambito di un sistema costantemente accusato di impedire la libera partecipazione dei candidati attraverso il sistematico – e sempre più pervasivo – filtro selettivo da parte del Consiglio dei Guardiani. Selezione che è stata quest’anno particolarmente incisiva, tanto sui candidati parlamentari quanto su quelli per l’Assemblea degli Esperti, riducendo a poco più di una manciata i candidati di orientamento riformista e al contrario favorendo fortemente quelli del fronte conservatore.

I vertici della Repubblica Islamica erano ben consci del forte rischio di astensione da parte dell’elettorato e hanno cercato di incentivare il voto ricorrendo ad una massiccia campagna mediatica e alla concessione di benefici per chi si fosse recato alle urne, con l’obiettivo di conseguire un risultato che potesse – pur con numeri bassi – perpetuare la capacità di strumentalizzazione della legittimità.

L’affluenza alle urne è stata alla fine del 41% circa (il dato definitivo dovrebbe essere il 40,64%), collocandosi come la più bassa nella storia delle elezioni parlamentari iraniane, sebbene di poco inferiore a quella di quattro anni fa, quando nelle precedenti elezioni per il Majlis fu del 42,5%. Un risultato certamente deludente, ma non il tracollo di voti paventato dalle istituzioni iraniane e temuto soprattutto dalla Guida Suprema Ali Khamenei, che ha sempre strumentalizzato mediaticamente le affluenze solitamente elevate delle elezioni iraniane.

Nelle parlamentari del 2016, le prime dopo la firma del JCPOA e nel pieno dell’entusiasmo generato dalle prospettive di rilancio dell’economia in conseguenza delle aperture favorite dall’ex presidente Rohani, l’affluenza alle urne fu del 62% circa, crollando poi al 42,5% nel 2020, quando l’accordo era già da tempo in pieno stallo e le forze conservatrici pronte a riconquistare il controllo della politica iraniana. I risultati d’affluenza del 2024 si sono mantenuti in tal modo nel solco della tendenza registrata nelle ultime elezioni, confermando peraltro l’andamento che ha caratterizzato anche le elezioni presidenziali, che nel 2017 fecero registrare il 73,33% e poi nel 2021 il 48,48%[1].

Si sono recati quindi alle urne complessivamente circa 25 milioni di aventi diritto, su oltre 61 milioni totali, con una forte disomogeneità di voto soprattutto nelle principali aree urbane, dove si sono registrati i più alti tassi di astensionismo, soprattutto tra le fasce generazionali più giovani. La concentrazione del voto nell’ambito del bacino elettorale conservatore ha in tal modo favorito il consolidamento della capacità dei candidati della propria area, svantaggiando ulteriormente i già pochi esponenti delle aree riformiste e centriste[2].

Le elezioni hanno portato alla nomina di 245 deputati sul totale di 290, mentre per altri 45 si dovrà procede a maggio con un ballottaggio. I primi dati mostrano come il Fronte Paydari, l’ala ultra-conservatrice del sistema conservatore, abbia conquistato in modo inaspettato la maggioranza dei seggi, fornendo in tal modo un chiaro indicatore di quanto si siano rafforzati nel corso dell’ultimo decennio e quanto siano riusciti a gestire il processo elettorale a danno della stessa compagine delle componenti tradizionaliste, o principalisti. Un dualismo dalle radici profonde che segna inesorabilmente l’emergere del predominio della seconda generazione del potere sulla prima, con conseguenze che verosimilmente porteranno il parlamento e la politica iraniana nuovamente ad assumere posizioni fortemente radicali tanto in termini di politica interna quanto di politica estera e di sicurezza[3].

Le elezioni di quest’anno, inoltre, rivestono un’importanza particolare per almeno due ragioni. La prima è di carattere sociale, essendo le prime dopo la protesta giovanile dello scorso anno e avendo generato in tal modo una forte apprensione ai vertici delle istituzioni nel merito dell’affluenza alle urne. Sebbene il dato sia stato deludente, ha comunque permesso ai vertici politici di dimostrare un andamento pressoché omogeneo con quelle precedenti, generando un certo imbarazzo ma al tempo stesso scongiurando il rischio di un risultato nettamente peggiore. Ben diverso, tuttavia, il quadro della distribuzione del voto per fasce d’età e per distribuzione geografica, che ha dimostrato una profonda disaffezione non solo delle componenti giovanili quanto più in generale dell’elettorato urbano, e soprattutto quello della capitale Tehran, dove ha votato circa il 24% degli aventi diritto con un numero elevato di schede bianche o annullate. Ha destato inoltre scalpore la notizia dell’astensione dal voto dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, che aveva pubblicamente criticato il processo elettorale, senza tuttavia rivolgere alcun invito all’astensione. Un risultato che ha indubbiamente imbarazzato i vertici del regime, dimostrando come e quanto profonda resti nella società iraniana l’insoddisfazione per l’offerta politica[4].

Il secondo elemento di rilevanza delle elezioni del 2024 è invece quello connesso alla contestuale elezione dell’Assemblea degli Esperti, che dura in carica otto anni e che verosimilmente potrebbe rappresentare la compagine chiamata in futuro ad esprimersi nella difficile scelta della prossima Guida Suprema. L’ayatollah Khamenei ha oggi 84 anni, secondo molti non gode di buona salute e il mandato della prossima Assemblea viene pertanto ritenuto dai più come quello che dovrà affrontarne la successione, con tutte le incognite del caso. Non sembrano allo stato attuale essere presenti candidati possibili per questo compito e in molti ritengono che con la morte di Khamenei potrebbe aprirsi una fase di profonda trasformazione istituzionale, di fatto aprendo alla sostanziale fine o alla trasformazione della teocrazia. Questo fattore, peraltro, deve essere posto in relazione anche al mutamento generazionale che si è ormai compiuto nel paese al vertice del sistema politico e amministrativo. La prima generazione del potere, quella emersa dal processo rivoluzionario e di espressione perlopiù clericale, è ormai numericamente ridottissima e ha da tempo lasciato spazio ad una seconda generazione, che non è tuttavia espressione del clero come la prima quanto piuttosto del vasto apparato militare e industriale del pervasivo sistema della Sepah-e Pasdaran, o IRGC. Rappresentando questi ormai l’ossatura centrale del sistema politico e amministrativo del potere, in molti si chiedono quale interesse potrebbero nutrire nel preservare un sistema dominato al vertice da una figura del clero, del quale loro non sono espressione, aprendo quindi alla possibilità di un processo di riforma che, pur salvaguardando formalmente l’aspetto religioso delle istituzioni, favorisca una traslazione del potere verso la presidenza.

Anche per l’elezione dell’Assemblea degli Esperti il Consiglio dei Guardiani ha operato scelte alquanto impopolari, tra le quali quella di squalificare l’ex presidente Rohani e la gran parte dei candidati di area centrista e riformista, alimentando un diffuso malcontento. Tra i candidati eletti all’Assemblea ben 53 erano già parte della stessa nel precedente mandato, e solo 35 membri sono quindi nuovi nella compagine. I due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti sono stati l’Ayatollah Alireza Arafi e l’Ayatollah Mohsen Qomi, entrambi di area conservatrice tradizionalista e ritenuti particolarmente vicini alla Guida Suprema Khamenei. Anche la nuova Assemblea degli Esperti, tuttavia, al pari del parlamento, si appresta ad essere dominata da figure di spicco dell’ambito conservatore, con una prevalenza di ultra-radicali del Fronte Paydari rispetto al solitamente più vasto ambito dei conservatori tradizionalisti, o principalisti[5].

Alla chiusura dei seggi e con l’avvio dello spoglio il Ministero dell’Interno ha diramato in tempi abbastanza rapidi il dato sull’affluenza elettorale, venendo prontamente commentato da buona parte della stampa internazionale come un sostanziale fallimento e la dimostrazione di come l’elettorato iraniano abbia inteso attraverso l’astensione esprimere la propria critica verso le istituzioni della Repubblica Islamica.

Al tempo stesso invece, la stampa iraniana di orientamento conservatore e gli organi ufficiali del sistema di informazione hanno commentato le elezioni descrivendole come un successo e come il fallimento della campagna di boicottaggio ordita da non meglio specificati attori stranieri, sottolineando come il risultato del 2024 sia in linea con quello delle precedenti elezioni del 2020. Il quotidiano di orientamento fortemente filo-governativo Kayhan ha descritto il giorno successivo le elezioni come “gloriose”, addebitando invece il calo nell’affluenza alle urne al malcontento per la crisi economica generata dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Numerosi altri giornali hanno aggiunto ai commenti positivi sull’esito delle elezioni alcune vignette satiriche con le quali hanno inteso schernire i principali oppositori stranieri dell’Iran, e in particolar modo gli Stati Uniti, con messaggi chiaramente indirizzati a dimostrare come gli iraniani avessero votato e disertato gli appelli al boicottaggio delle elezioni.

Appare in tal modo in tutta evidenza come il risultato elettorale abbia rappresentato il valore minimo per giustificare la legittimità del regime, provocando tuttavia una profonda delusione ai vertici delle istituzioni, dove non sfugge certamente il chiaro messaggio lanciato attraverso l’astensione dalla società iraniana.

Ad esultare per il risultato elettorale sono invece le frange più estreme del sistema politico dei conservatori, che attraverso l’astensionismo sono al contrario riuscite nella non scontata impresa di far eleggere un numero di deputati apparentemente maggiore di quello delle formazioni principaliste, imponendo una rapida accelerazione al processo di sostituzione generazionale delle gerarchie del potere e riportando il controllo del parlamento nelle mani di quelle fazioni che lo avevano in parte dominato tra il 2005 e il 2013 durante la presidenza di Mahmood Ahmadinejad.

Una doppia sconfitta, in questi termini, per l’establishment più vicino alla Guida Suprema, che si vede sottrarre sempre maggiori spazi di manovra attraverso l’emergere di una compagine generazionale caratterizzata da un profilo ideologico molto diverso, più assertivo ed aggressivo, e certamente più radicale. Un profilo, però, al tempo stesso apparentemente dotato di quella stessa ingenuità di visione che fu propria anche della prima generazione del potere nei primi dieci anni della Repubblica Islamica, quando, tra il 1979 e il 1989, i rivoluzionari ritenettero possibile perseguire il disegno di autonomia e terzietà dell’Iran rispetto ai grandi blocchi internazionali, in aggiunta alla vagheggiata esportazione dei valori rivoluzionari in tutto il mondo islamico.

SCENARIO

Le principali valutazioni che possono essere tratte dall’esame delle ultime elezioni iraniane sono primariamente quelle di una sempre maggiore disaffezione dell’elettorato rispetto all’offerta politica, così come del consolidamento del fronte conservatore in ogni ambito della vita politica del paese.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha certamente agevolato nell’ultimo decennio l’esasperata deriva selettiva del Consiglio dei Guardiani, riducendo drasticamente la scelta elettorale e concentrando nel campo conservatore l’intero dibattito politico del paese. Se da una parte questo gli ha permesso di mitigare i rischi connessi all’emergere delle istanze riformiste e centriste, al tempo stesso ha però definitivamente allontanato l’elettorato dalla politica e, soprattutto, favorito l’emergere di una nuova forma di polarizzazione intra-conservatrice.

L’elemento che emerge quindi in modo nitido come quello di principale interesse delle ultime elezioni, a margine delle prevalenti polemiche nel merito dell’affluenza alle urne, è dato dalla nuova ascesa delle formazioni degli ultra-conservatori del Fronte Paydar, un tempo elemento minoritario del sistema e oggi capaci attraverso l’astensionismo di guadagnare ampi spazi, a danno soprattutto delle formazioni tradizionaliste più vicine alla Guida Suprema.

Questo risultato deve indurre ad una attenta riflessione sul futuro del paese, le cui prerogative di politica interna, estera e di difesa rischiano di mutare profondamente – e in senso peggiorativo – nel corso di un breve lasso di tempo. Il prossimo obiettivo del Fronte Paydar è quello delle elezioni presidenziali del prossimo anno, che, se assicurate ad un loro esponente, porterebbero ad un controllo pressoché totale delle istituzioni della Repubblica Islamica.


[1] SEMATI, Hadi, “Iran 2024: political challenges”, in The Iran primer”, 17 novembre 2023

[2] BOROUJERDI, Mehrzad, “Iran’s Faustian 2024 elections: statistics tell the story”, in Stimson, 4 marzo 2024

[3] HASHEMI, Mohammad, “Iran’s ‘Super-Revolutionaries’ eyes power”, in Gulf International Forum, 26 ottobre 2023

[4] “Navigating the Iranian elections: debates, disqualifications and public discontent”, in Rasanah, 4 marzo 2024

[5] NADA, Garrett, “Elections results: hardliners gain, turnout low”, in The Iran Primer, 4 marzo 2024

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