OCHA e Panel degli Esperti ONU accusano gli Emirati Arabi Uniti di aver fornito armi alle Rapid Support Forces in Sudan

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Un rapporto dell’OCHA denuncia un grave peggioramento della situazione umanitaria in Sudan, mentre un documento prodotto dal Panel di Esperti nominati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e circolato al momento solo informalmente, accusa gli Emirati Arabi Uniti di aver fornito armi alle RSF in violazione dell’embargo, permettendo alle forze poste sotto il comando del Generale Dagalo non solo di conseguire importanti risultati militari contro le SAF ma anche di commettere atroci crimini a sfondo etnico nella regione del Darfur.

La denuncia del ruolo degli EAU a sostegno delle RSF

L’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento per gli Affari Umanitari (OCHA) ha pubblicato un rapporto il 21 gennaio nel quale illustra le drammatiche condizioni del Sudan e gli effetti sulla popolazione della perdurante guerra civile innescata dallo scontro delle forze armate regolari (SAF) agli ordini del Generale al-Burhan e le milizie paramilitari delle Rapid Support Force agli ordini del Generale Dagalo[1].

Secondo quanto dichiarato nel rapporto almeno 7,6 milioni di persone sarebbero considerate come sfollate nel paese in conseguenza del perdurare dei combattimenti, iniziati il 15 aprile del 2023, e di queste 6,1 milioni (70% circa del totale) sarebbero da considerarsi come sfollati interni, mentre la restante parte ha cercato rifugio al di fuori dei confini nazionali del Sudan.

Il maggior numero di sfollati è ubicato nello stato del Darfur meridionale (12%), seguito dagli stati del Nilo (11%), Darfur Orientale (11%), Nilo Bianco (8%), El Gezira (8%) e Nord Darfur (8%), mentre secondo l’OCHA il 59% degli sfollati (3,6 milioni) proviene dallo stato della capitale Khartoum.

Il rapporto denuncia inoltre che almeno 13.000 persone sarebbero state uccise, e altre 26.000 rimaste ferite, in conseguenza delle violenze perpetrate nel corso della guerra civile, in un contesto caratterizzato da una crescente violazione dei diritti umani da parte delle due formazioni belligeranti. In particolar modo l’OCHA denuncia inoltre come nelle regioni del Darfur e del Kordofan gli scontri intercomunitari abbiano provocato violenze di particolare gravità, generando un aggravamento ulteriore della già precaria situazione umanitaria, con l’aggiunta di saccheggi e forti riduzioni dell’afflusso degli aiuti da parte delle organizzazioni internazionali di assistenza.

Al tempo stesso, sebbene senza particolari clamori, alcuni organi di stampa hanno dato notizia della presentazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di un rapporto redatto da cinque esperti indipendenti nominati dallo stesso Consiglio di Sicurezza, incaricati di valutare i dettagli e le dinamiche del conflitto e della violazione dei diritti umani[2]. Il Panel degli Esperti venne istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1591 del 29 marzo 2005 ed era inizialmente composto da quattro esperti basati ad Addis Abeba, in Etiopia, poi incrementati a cinque con la successiva risoluzione 1713 del 29 settembre 2006[3].

Il rapporto, circolato sebbene senza essere ancora ufficialmente diramato dalle Nazioni Unite, contraddice in parte il documento dell’OCHA presentato il 21 gennaio, sostenendo che nella sola città di El Geneina, nella regione di Masalit del Darfur Occidentale, tra 10.000 e 15.000 persone sarebbero state uccise nel corso dell’ultimo anno nell’ambito di violenze a sfondo etnico. Secondo le evidenze raccolte dagli esperti nella regione, la gran parte di queste uccisioni sarebbe stata “pianificata, coordinata ed eseguita dalle Forze di Supporto Rapido e dalle milizie arabe a queste alleate” nell’ambito di una vera e propria pulizia etnica a danno delle locali comunità etnicamente africane, e in particolare quelle della tribù Masalit[4].

La dinamica di queste violenze sarebbe iniziata poco dopo l’avvio della guerra civile e incrementata per intensità e brutalità dopo le progressive conquiste che hanno portato le forze delle RSF, comandate dal Tenente Generale Abdelrahim Dagalo (fratello di Mohamed Hamdan Dagalo e vice-comandante delle RSF) ad assicurarsi il controllo di quattro delle cinque regioni del Darfur (Meridionale, Centrale, Orientale e Occidentale). L’occupazione di queste regioni sarebbe stata accompagnata secondo il rapporto degli esperti da un’immediata ondata di violenze contro le comunità etnicamente africane, e la tribù dei Masalit in particolar modo, con abusi e violazioni dei diritti umani che possono essere considerati come veri e propri crimini di guerra e che hanno nuovamente perpetrato la portata delle violenze già commesse dalle stesse RSF nel Darfur durante i lunghi anni del precedente conflitto del 2003-2020.

Il sostegno alle forze delle RSF per la conquista di queste regioni è stato assicurato inoltre, continua il rapporto, dal costante supporto militare assicurato dalle comunità arabe della regione e da una catena dei rifornimenti logistici che ha interessato il Ciad, la Libia e il Sud Sudan. In particolare, gli esperti hanno individuato nelle regioni orientali del Ciad il principale punto di ingresso dei rifornimenti che hanno garantito la capacità militare delle RSF, attraverso una continua serie di voli operati dagli Emirati Arabi Uniti in direzione dell’aeroporto di Amdjarass, dove armi ed equipaggiamenti sono stati inviati con regolarità raggiungendo poi la regione del Darfur a mezzo di veicoli solitamente assicurati dalle locali milizie arabe[5].

Lo scorso 10 agosto il Wall Street Journal aveva per la prima volta pubblicato la notizia di un’inchiesta connessa al trasferimento di armi alle RSF da parte degli Emirati Arabi Uniti, e il successivo 28 novembre le accuse erano state reiterate dal Generale Yasir Al-Atta delle SAF, mentre il governo di Abu Dhabi aveva in entrambe le occasioni replicato alle accuse sostenendo che i voli operati dai propri aeroporti fossero funzionali alla costruzione di un ospedale allestito dal paese per assistere la popolazione colpita dal conflitto[6].

Al tempo stesso, tuttavia, il documento fornito dal Panel degli Esperti ha specificato come le prove raccolte in Ciad e Darfur abbiano confermato come credibili le informazioni relative alla fornitura di equipaggiamenti militari da parte del governo degli Emirati Arabi Uniti, attraverso un ponte aereo che con cadenza plurisettimanale avrebbe assicurato attraverso l’aeroporto di Amdjarass il costante rifornimento non solo di armi ma anche e soprattutto di munizioni, trasportate dalle locali milizie arabe in direzione del confine del confine con il Darfur e qui consegnate direttamente alle forze delle RSF.

Canali secondari per il rifornimento logistico sarebbero stati tuttavia anche gestiti attraverso alcune località nelle regioni orientali della Repubblica Centrafricana e nel sud della Libia, dalle quali sarebbero giunti nel Darfur soprattutto rifornimenti di carburante per le RSF grazie al sostegno di milizie legate ai Tebu e ai gruppi armati del Darfur presenti nella regione. Il coordinamento del sostegno fornito alle RSF in Libia sarebbe stato tuttavia a più ampio spettro assicurato dal vertice del cosiddetto Esercito Nazionale Libico del generale Khalifa Haftar, soprattutto attraverso la brigata Subul Al-Salam delle tribù Zuwaya e la 128° Brigata.

Una terza rotta capace di assicurare alle RSF la propria capacità logistica, infine, è quella del Sud Sudan, da dove proviene principalmente parte del carburante necessario a garantire la capacità di movimento delle unità, attraverso una rete di sostegno non gestita con la complicità del governo di Juba, secondo il rapporto, quanto piuttosto da una vasta rete di contrabbandieri.

EAU negano ogni addebito di coinvolgimento

La presentazione del rapporto dell’OCHA e le indiscrezioni connesse al documento del panel indipendente di esperti hanno spinto il governo sudanese del Consiglio Sovrano, presieduto dal Generale Abdel Fattah al-Burhan, a denunciare ancora una volta il 21 gennaio scorso il ruolo degli Emirati Arabi Uniti a sostegno delle RSF. Il generale Yasir Al-Atta, nel corso di una conferenza stampa tenutasi ad Omdurman, ha annunciato l’intenzione del governo sudanese di presentare una formale denuncia presso le organizzazioni regionali e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiedendo che venga indagato il ruolo del governo di Abu Dhabi nel merito del conflitto regionale e soprattutto la violazione dell’embargo con la fornitura di armi alle RSF[7].

La denuncia del governo sudanese, inoltre, evidenzia come questo sostegno assicurato alle RSF abbia contribuito ad alimentare una vasta azione da parte delle forze poste sotto il comando del Generale Dagalo nell’area del Darfur, che è stata caratterizzata dalla palese intenzione di colpire in modo brutale le comunità di etnia africana, provocando un numero di vittime che, secondo le Nazioni Unite e il Panel di Esperti, potrebbe aggirarsi solo nell’ultimo anno nell’ordine dei 10/15.000 morti[8].

Una posizione, quindi, orientata a denunciare tanto le RSF quanto la loro rete di sostegno quali responsabili di crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, puntando in particolar modo ad individuare il ruolo centrale degli Emirati Arabi Uniti nel consentire alle RSF di poter compiere tali azioni.

Non era mancata un’interazione tra il Panel degli Esperti e il governo di Abu Dhabi, secondo quanto riportato nel rapporto prodotto dai primi, e nel documento stesso è riportata copia di una comunicazione ufficiale della Rappresentanza Permanente emiratina presso le Nazioni Unite, datata 21 dicembre 2023, nella quale il governo di Abu Dhabi sostiene di aver attivamente svolto un ruolo a favore della de-escalation del conflitto operando 122 voli che hanno trasportato aiuti umanitari, oltre all’allestimento di un ospedale da campo.

Il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha poi nuovamente replicato i 23 gennaio scorso alle accuse di un coinvolgimento nella fornitura di armi all’indomani della divulgazione da parte della stampa delle indiscrezioni sul rapporto del Panel, negando fermamente ogni addebito e ribadendo la natura umanitaria dei voli operati sull’aeroporto ciadiano di Amdjarass[9].

La posizione di neutralità e imparzialità nel conflitto sudanese, tuttavia, non appare convincente, soprattutto alla luce del pregresso rapporto instaurato con il Generale Dagalo e nell’ambito di quella interpretazione della strategia regionale che ha da tempo caratterizzato lo sviluppo della visione di Abu Dhabi. Tale orientamento mira a sostenere il consolidamento di esponenti militari ritenuti capaci di contrastare, attraverso l’instaurazione di regimi autoritari, quella che gli Emirati percepiscono come la minaccia della possibile affermazione delle organizzazioni politiche e militari della sfera islamista o qualsiasi altra forma di regime pluralista.

Altrettanto sospetto è il rapido accrescimento della capacità militare dimostrato dalle unità delle RSF, che sono riuscite nel corso degli ultimi sei mesi non solo a contrastare il ruolo delle ben più equipaggiate e forti SAF ma anche a ridurne la capacità di controllo del territorio nell’area della capitale, nello stato di El Gezira – di importanza strategica sotto il profilo del controllo dei principali snodi viari del Sudan meridionale – e nel Darfur. Mentre le SAF hanno sofferto in modo evidente gli effetti delle sanzioni e della conseguente capacità di sopperire alle esigenze logistiche delle proprie forze, le RSF hanno al contrario aumentato esponenzialmente le capacità della propria mobilità d’azione, della difesa anti-aerea e della disponibilità di armi e munizioni, riuscendo a conseguire importanti successi sul piano militare.

Tali risultati, secondo il Panel di Esperti e i principali osservatori della crisi sudanese, possono essere stati possibili solo grazie alla capacità del network militare e finanziario delle RSF di acquisire armamenti e munizioni attraverso la complicità di un attore esterno, gli Emirati Arabi Uniti nel caso specifico, consentendo alle forze paramilitari di Dagalo di assumere un ruolo centrale e sempre più incisivo nel conflitto interno al paese[10].

ANALISI

Le accuse che il Panel degli Esperti ha mosso agli Emirati Arabi Uniti, e indirettamente confermate dal rapporto presentato dall’OCHA, alimentano il forte sospetto di un ruolo decisamente intrusivo di Abu Dhabi nell’ambito del conflitto civile sudanese, favorendo il consolidamento del ruolo delle RSF del Generale Dagalo e permettendo a queste non solo di ampliare largamente il proprio controllo su una vasta area del territorio nazionale, quanto anche di perseguire ancora una volta le azioni volte a colpire le comunità etniche africane al fine di consolidare invece il ruolo di quelle di etnia araba.

La visione degli Emirati, se le accuse dovessero essere confermate, sembra inserirsi ancora una volta nel solco di una strategia atta a consolidare esponenti militari regionali ritenuti capaci di esercitare un ruolo autoritario nel controllo di paesi che, secondo Abu Dhabi, rischiano di veder prevalere una capacità politica delle formazioni di estrazione islamista. Nel caso sudanese, infatti, il Generale al-Burhan, a capo del Consiglio Sovrano che rappresenta il legittimo governo del paese – pur in tutta la sua fragilità – è accusato dalle RSF del Generale Dagalo di essere espressione di un’alleanza politica che include le forze di estrazione islamista, con l’aggravante del sostegno da parte delle formazioni riconducibili all’ex presidente Omar al-Bashir, deposto nel 2019 e anch’egli considerato espressione delle formazioni islamiste del defunto ideologo Hassan al-Turabi.

Una strategia, quella di Abu Dhabi in Sudan, in tal modo riconducibile al modello già applicato in Libia con il Generale Khalifa Haftar, in Eritrea con il presidente Isaias Afwerki e in Yemen con le forze separatiste di Aden, che reputa il consolidamento di esponenti politici e militari autoritari e controversi come unica misura capace di contenere il potenziale emergere di formazioni di espressione islamista alla guida dei paesi della regione.


[1] OCHA, Sudan, Situation Report, 21 gennaio 2024, www.reports.ocha.org

[2] “Massacres in Darfur town have killed up to 15.000, UN reports”, in Le Monde, 23 gennaio 2024

[3] “UN Panel of Experts reports on the ‘worst violence in Darfur since 2005”, in Dabanga, 23 gennaio 2024

[4] “Final report of the Panel of Experts on the Sudan”, gennaio 2024, P. 20

[5] Op.Cit, pag. 12

[6] “UAE denies allegations of arming Sudanese paramilitary forces”, in Sudan Tribune, 13 agosto 2023

[7] “Sudan escalates diplomatic tensions with UAE, plans to file complaint to regional, international institutions”, in Sudan Tribune, 21 gennaio 2024

[8] NICHOLS, Michelle e MICHAEL, Maggie, “Ethnic killings in one Sudan city left up to 15.000 dead, UN report says”, in Reuters, 20 gennaio 2024

[9] SHAH, Gioia, e CORNISH, Chloe, “UAE denies sending weapons to paramilitary group in Sudan war”, in Financial Times, 24 gennaio 2024

[10] “UAE denies sending weapons to Sudan’s RSF paramilitary”, in Al Jazeera, 24 gennaio 2024

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