Masoud Pezeshkian vince il ballottaggio delle elezioni presidenziali iraniane. Quali le prospettive e le incognite del mandato

Masoud Pezeshkian

Il 5 luglio si è tenuto in Iran il voto di ballottaggio per le elezioni presidenziali, conclusosi con la vittoria del candidato riformista Masoud Pezeshkian sul suo antagonista ultraconservatore Saeed Jalili. L’affermazione dei riformisti è stata possibile grazie alla capacità di convincere un numero maggiore di elettori a recarsi alle urne, determinando in tal modo un incremento di circa il 10% nell’affluenza, che ha fatto registrare il valore del 49,68% (rispetto al 39,93% del primo turno).

Dei 30.530.157 iraniani che si sono recati alle urne, 16.384.403 (53,66%) hanno votato il candidato riformista Pezeshkian e 13.538.179 (44,34%) il suo sfidante ultraconservatore Jalili, mentre circa 600.000 schede sono risultate nulle[1].

Masoud Pezeshkian è stato in tal modo ufficialmente dichiarato nono presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, al termine di una tornata elettorale che ancora una volta muta la fisionomia delle istituzioni elettive iraniane, portando il movimento riformista a conquistare la presidenza a quasi vent’anni dal termine del duplice mandato di Mohammad Khatami (1997-2005). Una vittoria tutt’altro che scontata, costruita attraverso una breve e difficile campagna elettorale che ha tuttavia presentato margini di scelta più ampi rispetto a quella del 2021, dove la candidatura del conservatore principalista Ebrahim Raisi venne blindata facendo registrare in tal modo un drastico calo dell’affluenza alle urne.

Le elezioni del 2024 si sono presentate sin dapprincipio come una sfida complessa per l’establishment della Repubblica Islamica. La morte improvvisa di Raisi lo scorso 19 maggio in conseguenza di un incidente aereo ha determinato l’esigenza di indire le elezioni presidenziali con oltre un anno di anticipo rispetto alla data prevista, in una delicata fase della politica iraniana dove nessuna componente dell’eterogeneo tessuto politico aveva ancora predisposto una strategia elettorale e quindi individuato possibili candidati.

Le elezioni presidenziali si sono tenute inoltre a pochi mesi di distanza dalle elezioni parlamentari del 1° marzo, che avevano fatto registrare un valore negativo record nell’affluenza alle urne e la contestuale affermazione delle formazioni ultraradicali a danno principalmente di quelle tradizionaliste dei principalisti, determinando una spaccatura all’interno del sistema dei conservatori che non ha tardato poi a manifestarsi anche in seno alle elezioni presidenziali.

Tali circostanze – peraltro gravate dalla recente memoria delle proteste popolari che hanno scosso il paese tra il settembre del 2022 e i primi mesi del 2023 in conseguenza dell’uccisione della giovane Mahsa Amini – hanno convinto la Guida Suprema e l’establishment non elettivo della Repubblica Islamica della necessità di optare per elezioni maggiormente partecipative, aprendo alla candidatura di rappresentanti di tutti gli schieramenti politici. Un calcolo complesso e delicato, che certamente in tale contesto non guardava con interesse alla possibilità di una vittoria riformista ma al tempo stesso nutriva timori anche rispetto all’ipotesi ultraconservatrice, puntando presumibilmente sull’affermazione del fronte principalista. L’interesse principale della Guida Suprema e dell’establishment era certamente quello di poter dimostrare che le elezioni non avevano escluso alcuna forza politica, ammettendo un candidato di secondo piano del fronte riformista che garantiva il principio del pluralismo ma presentava poche reali chance di vittoria, oltre ad un tecnocrate del fronte ultraconservatore non certo dotato di sostegno nel maggioritario contesto centrista e riformista della politica iraniana. I restanti candidati erano apparsi sin dall’inizio invece come irrilevanti, e il processo di selezione sembrava apparire in tal modo come orientato a fornire una reale possibilità di riscossa per il fronte principalista.

Al contrario, tuttavia, la debacle elettorale di Qalibaf, oltre ad essere in un certo qual modo inaspettata – almeno nella misura la in cui si è poi concretizzata – ha dimostrato come la disaffezione dal voto non interessasse solo il campo riformista e centrista ma anche quello principalista, conducendo all’ulteriore dilemma di una scelta finale tra un candidato riformista e uno ultraradicale. Questa dinamica ha ulteriormente spaccato il fronte dei conservatori, più volte, determinando un conflitto apicale tra principalisti e ultraconservatori e uno sottostante all’interno di questi ultimi, dove una parte non trascurabile dell’organizzazione elettorale di Qalibaf ha apertamente manifestato il suo sostegno al candidato riformista Pezeshkian[2].

Ben prima dell’esito del voto di ballottaggio, quindi, si era venuta a determinare una condizione parimenti sfavorevole nella prospettiva della Guida Suprema e dell’establishment di prima generazione, nello scenario che imponeva una scelta tra un candidato riformista e uno ultraconservatore, considerati entrambi un rischio – sebbene per ragioni diverse – per la tenuta e la continuità del sistema politico iraniano.

Sebbene la Guida Suprema e la prima generazione di espressione principalista condividano molte delle prerogative politiche degli ultraconservatori, sono allo stesso presenti nette divergenze nel merito della continuità istituzionale del paese e nella percezione delle priorità di politica estera e strategica, determinando un profondo solco che era già emerso con chiarezza nel corso del duplice mandato presidenziale di Mahmood Ahmadinejad (2005-2013), la cui candidatura per le elezioni del 2024 era stata non a caso rigettata dal Consiglio dei Guardiani[3].

Le prospettive del governo di Masoud Pezeshkian

Il nono presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, è nato il 29 settembre del 1954 a Mahabad, nell’Azerbaijan orientale iraniano, da padre azero e madre curda. Conseguita la laurea in medicina partecipò alla guerra contro l’Iraq dopo la rivoluzione, approdando all’insegnamento universitario e alla pratica medica a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, specializzandosi in cardiologia.

La carriera politica di Pezeshkian è iniziata nel 1997, quando venne nominato viceministro della salute nell’ambito del primo governo riformista di Mohammad Khatami, e poi ministro della salute nel corso del secondo mandato presidenziale, diventando uno stretto collaboratore del presidente e venendo poi ripetutamente eletto in parlamento[4].

Politicamente è da sempre schierato con l’area riformista, nell’ambito della quale ha mantenuto posizioni alquanto moderate, schierandosi in più occasioni a difesa dei diritti dei manifestanti nell’ambito delle diverse fasi della protesta giovanile e criticando la violenta repressione adottata dal governo. È al tempo stesso uno strenuo sostenitore dei diritti delle minoranze etniche della popolazione iraniana – alle quali lui stesso appartiene – soprattutto nell’ambito della tutela della cultura e della lingua.

Nonostante l’innegabile professionalità, la riconosciuta etica e l’importanza degli incarichi istituzionali assolti, Pezeskhian non ha mai rappresentato una figura di prima linea della politica iraniana, così come del movimento riformista, rimanendo ai margini del contesto di vertice. Ha più volte espresso pubblicamente le proprie posizioni di condanna sulla repressione delle proteste attraverso la stampa, mentre solo sporadicamente ha espresso posizioni nel merito della politica internazionale, criticando tuttavia a più riprese gli Stati Uniti per il ruolo svolto nella regione e verso l’Iran. Ciononostante, il suo programma elettorale è stato caratterizzato tanto dall’esigenza di alleggerire le pesanti regole sociali quanto dalla necessità di riprendere il dialogo con i paesi occidentali per risolvere la questione sull’accordo nucleare e favorire l’alleggerimento delle pesanti sanzioni che colpiscono il paese[5].

Pezeshkian non ha formulato alcuna promessa di radicali mutamenti del sistema di governo della Repubblica Islamica dell’Iran, cercando di sfruttare al meglio la sua complessa e inizialmente svantaggiata posizione nell’ambito delle candidature presidenziali, riuscendo in un’impresa ritenuta dai più impossibile solo fino a pochi giorni prima del voto di ballottaggio.

Dovrà adesso muovere i propri passi con cautela, destreggiandosi tra le aspettative – erronee e fuorvianti – di sensazionali mutamenti tanto da parte dei suoi elettori quanto dei paesi occidentali, e le richieste soprattutto dell’area conservatrice principalista per una gestione non di rottura della politica interna ed estera. I principali obiettivi di Pezeshkian saranno quindi quelli di ridare all’impulso all’economia attraverso riforme e soprattutto attraverso l’esplorazione di una nuova formula negoziale sul controverso programma nucleare, che dovrà necessariamente distaccarsi dal pregresso e fallimentare modello del JCPOA e individuare un possibile nuovo percorso. Compito non facile, che dovrà essere cautamente e diplomaticamente negoziato con la leadership e con il Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale, che rappresenta il principale centro di definizione delle scelte strategiche iraniane e la “camera di compensazione” delle diverse correnti politiche.

Il mandato di Pezeshkian sarà ostacolato soprattutto dalle formazioni ultraradicali, che controllano la maggioranza del parlamento, mentre con l’ambito conservatore dei principalisti è possibile allo stato attuale una formula di interlocuzione, non ampia ma potenzialmente capace di offrire spazi di manovra.

Pezeshkian dovrà in tal modo cercare di sfruttare anche nell’ambito del proprio mandato di governo quelle fratture all’interno del sistema politico dei conservatori che sono emerse anche in campagna elettorale, e che hanno permesso la sua affermazione al ballottaggio, calibrando con grande capacità le aspettative dei riformisti senza entrare in rotta di collisione con i principalisti.

La vera incognita del programma politico di Pezeshkian riguarda invece la strategia attraverso la quale perseguire la riapertura del dialogo con l’occidente che ha caratterizzato la sua campagna elettorale e fortemente attratto i voti dei suoi sostenitori. Il suo oppositore Saeed Jalili ha più volte sostenuto nel corso della campagna elettorale che il programma di Pezeshkian fosse vago, generico e senza sostanza, evidenziando una evidente criticità della proposta del nuovo presidente. La scelta di non esplicitare con maggiore precisione come conseguire il risultato della ripresa del negoziato è stata presumibilmente presa per non entrare in dettagli che avrebbero potuto alterare il delicato equilibrio con una pare dei principalisti, ponendo tuttavia adesso l’esigenza immediata di definire una strategia, negoziarla con la leadership e il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e ottenere il sostegno di una parte significativa del contesto dei principalisti.

SCENARIO

La vittoria di Masoud Pezeshkian alle elezioni presidenziali iraniane costituisce l’ultimo dei molteplici elementi di sorpresa che hanno caratterizzato l’intera campagna elettorale per eleggere il successore di Ebrahim Raisi. La vittoria è stata possibile attraverso una breve campagna elettorale dove il fronte riformista ha letteralmente demonizzato l’avversario e chiesto agli elettori di impedire l’ascesa al vertice della Repubblica Islamica di un governo retrogrado, radicale e pericoloso. Una strategia risultata pagante, ma che adesso impone l’adozione di misure tanto urgenti quanto straordinarie per riuscire a dimostrare all’elettorato come e quanto concreta fosse stata la proposta di cambiamento formulata da Pezeshkian nel merito della politica economica, estera e sociale. Un compito arduo, soprattutto per l’opposizione delle sempre più forti frange ultraradicali dei paydari, che controllando il parlamento e che cercheranno di ostacolare il mandato della nuova amministrazione.

L’unica reale opportunità per il nuovo esecutivo sarà quella di sfruttare le sempre più profonde divergenze in seno al contesto dei conservatori e negoziare una strategia d’azione congiunta con la leadership e le componenti principaliste, attraverso un pragmatismo che potrebbe tuttavia rischiare di compromettere molte delle promesse elettorali, soprattutto nel merito di un alleggerimento delle rigide regole sociali in vigore nel paese.


[1] “Pezeshkian wins runoff vote to become Iran’s 9th president”, in IRNA, 6 luglio 2024

[2] “Will Qalibaf’s supports decide outcome of Iran’s presidential elections?”, in Amwaj, 2 luglio 2024

[3] “Larijani, Ahmadinejad disqualified from Iran’s presidential race, again”, in Iran Wire, 10 giugno 2024

[4] “Who is Iran’s president-elect?”, in IRNA, 6 luglio 2024

[5] “Reformist Masoud Pezeshkian wins Iran presidential election”, in The Guardian, 6 luglio 2024

Scarica PDF