MALI: la strategia militare della giunta non riesce a conseguire successi nel nord del paese, esasperando la popolazione

Mali

Le autorità della giunta militare del Mali hanno arrestato il 2 marzo in circostanze alquanto controverse un colonnello della gendarmeria, dopo che questi aveva pubblicato un libro in cui venivano denunciati gli abusi commessi dalle Forze Armate locali nella conduzione delle operazioni militari nelle aree interessate dall’insorgenza jihadista e dei Tuareg. Il libro, dal titolo “Mali: la sfida del terrorismo in Africa”, prende in considerazione lo sforzo delle autorità locali per contrastare il fenomeno del terrorismo e dell’insorgenza autonomista, ammettendo tuttavia come queste operazioni abbiano comportato l’adozione di pratiche che includevano la tortura, le esecuzioni extragiudiziali, i rapimenti e l’arresto indiscriminato dei sospetti, confermando in tal modo molte delle accuse che da tempo vengono mosse alle autorità del paese da parte della comunità internazionale.

L’arresto del Col. Alpha Yaya Sangarè sarebbe avvenuto ad opera di elementi delle forze speciali dell’Esercito, secondo modalità che alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno denunciato come un vero e proprio rapimento, e con il trasferimento del prigioniero in una località sconosciuta alla famiglia. Dopo alcuni giorni dall’arresto, le autorità militari hanno confermato di aver trattenuto in custodia l’ufficiale, senza rivelare il luogo della sua detenzione e sostenendo che le motivazioni per l’arresto fossero dettate dalla divulgazione di notizie false e lesive dell’onore delle forze armate del paese.

L’episodio dell’arresto del Col. Sangarè si inserisce nel solco di una sempre più accentuata deriva autoritaria della giunta militare, che ha progressivamente limitato l’attività delle forze politiche di opposizione, represso il dissenso e soprattutto messo a tacere le voci che da più parti hanno sempre chiesto il rispetto degli impegni per il ritorno alla democrazia nel paese.

Una deriva che è stata accentuata dalle sempre più nette posizioni della giunta nell’ambito delle relazioni internazionali, transitate attraverso la cessazione della cooperazione militare con la Francia, l’inasprimento del rapporto con la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), la chiusura della missione militare delle Nazioni Unite (MINUSMA) e il contestuale ingresso nel paese delle forze mercenarie russe della Legione Africana – già Gruppo Wagner – cui devono essere senza dubbio attribuite considerevoli responsabilità nell’incremento degli abusi e delle violazioni di diritti umani nelle aree interessate dalla presenza del fenomeno del terrorismo e della lotta indipendentista.

La denuncia di queste violenze da parte del Col. Sangarè dimostra come, anche all’interno dell’apparato di sicurezza del Mali, la valutazione dei vertici militari sul ruolo delle milizie russe non sia oggetto di un consenso monolitico. In più occasioni, infatti, alcuni ufficiali hanno manifestato il proprio sconcerto nei confronti dei metodi adottati dalle forze russe e da quelle governative nel reprimere il fenomeno del terrorismo, che ha comportato di sovente l’adozione di indiscriminate violenze nei confronti di quelle comunità che si sono trovate di fatto costrette in ragione della loro residenza a coesistere e collaborare forzatamente tanto con i jihadisti quanto con i separatisti Tuareg, subendone di conseguenza la ritorsione da parte delle forze governative e delle milizie al servizio di queste.

Soprattutto le comunità maliane del nord del paese si sono trovate, loro malgrado, a dover subire un’alternanza del controllo del territorio da parte dei diversi attori dell’instabilità locale, adattandosi forzosamente a convivere tanto sotto il giogo delle rigide norme imposte dalle organizzazioni islamiste, quanto quelle dettate dalle milizie separatiste dei Tuareg, per poi sperimentare la dura reazione delle forze armate nazionali e delle milizie mercenarie russe. Soprattutto nel corso degli ultimi mesi, con la riconquista da parte dell’Esercito di alcune città strategiche dell’area settentrionale del paese, il ruolo dei militari e dei paramilitari è stato particolarmente brutale nel cercare di appurare come e quanto radicata fosse stata la connivenza con le organizzazioni ribelli, attraverso torture, omicidi e arresti indiscriminati.

Sebbene sia di difficile comprensione la misura, questi metodi sembrano aver deluso numerosi ufficiali e militari dell’esercito maliano, che a più riprese hanno manifestato il proprio disappunto e soprattutto la convinzione dell’impossibilità di ripristinare l’autorità dello stato attraverso l’imposizione di una violenza in alcun modo dissimile da quella adottata soprattutto dalle formazioni jihadiste.

Queste violenze sono state accompagnate da una contestuale azione repressiva sul piano delle libertà politiche e sociali, che ha portato alla chiusura di numerose organizzazioni politiche e per i diritti civili, oltre a favorire la chiusura di un gran numero di istituti di formazione primaria e secondaria, impedendo in tal modo ai giovani di completare i programmi di studio e ampliando al tempo stesso il bacino della criminalità organizzata. Molti giovani si sono trovati costretti ad accettare le offerte di reclutamento soprattutto delle formazioni jihadiste, e in particolar modo quella del predicatore fulano Amadou Kouffa, che nel 2012 ha costituito il gruppo Katiba Macina, ufficialmente affiliato ad Al Qaeda e presente in buona parte delle regioni settentrionali e orientali del Mali.

Il lucroso mercato illecito delle armi, che provengono soprattutto dalla Libia, costituisce non solo una delle principali fonti di finanziamento delle organizzazioni jihadiste, quanto anche lo strumento attraverso il quale queste cellule riescono ad imporre il loro potere e il controllo sui villaggi più remoti, costretti a collaborare nella complessa maglia dei traffici e delle rimesse a favore dei vertici dei gruppi islamisti.

Si stima che siano oltre 500.000 i giovani in età scolare ad aver subito la chiusura degli istituti di formazione del Mali, venendo costretti a migrare con parte delle loro famiglie verso le aree meridionali, verso il nord africa con la prospettiva di emigrare in Europa o, in numero sempre crescente, restando nelle aree di residenza e vedendosi costretti a collaborare con le milizie che controllano il territorio.

Lo scorso novembre le forze governative hanno riconquistato la strategica città settentrionale di Kidal, da lungo tempo sotto il controllo delle formazioni Tuareg del Quadro Strategico Permanente (CSP), attraverso uno sforzo militare che non è tuttavia riuscito a riassumere il controllo dell’intera regione che si spinge sino al confine con l’Algeria e la Mauritania. L’Esercito maliano non dispone della logistica necessaria ad ampliare la propria sfera di controllo sul territorio e ricorre in tal modo ad operazioni sporadiche nei villaggi più remoti dove esercita una spropositata violenza per acquisire informazioni sulla presenza delle formazioni jihadiste e Tuareg. Un comportamento che ha sempre più alienato il sostegno delle comunità locali verso le autorità centrali, radicalizzato molti giovani e costretto alla fuga i più, con effetti disastrosi sull’economia del paese e senza esercitare una piena forma di controllo su una vasta “area grigia” dove continuano a coesistere tutte le componenti del complesso mosaico della crisi del Mali.

Il governo ha adottato una politica repressiva generalizzata, considerando formazioni terroristiche tanto le organizzazioni jihadiste quanto quelle separatiste, esercitando grazie alla cooperazione delle milizie russe una spropositata violenza per imporre la blanda sovranità di Bamako su questi territori, sebbene producendo effetti sul piano sociale che in molti, soprattutto nelle forze armate, considerano disastrosi per la soluzione del problema e la gestione del territorio.

Ormai superato dagli eventi e di fatto reso nullo dall’evoluzione della crisi, l’Accordo di Algeri del 2015 è stato formalmente abrogato lo scorso gennaio, vanificando ogni residua speranza di un ritorno al tavolo negoziale e alla possibilità di una mediazione soprattutto con le formazioni separatiste, esacerbando inoltre ulteriormente i rapporti con l’Algeria, considerata dal regime militare del Mali come un sostenitore delle istanze del CSP. Al tempo stesso, l’impossibile del controllo del territorio da parte del governo di Bamako ha permesso alle formazioni Tuareg di assumere il controllo di alcune delle principali direttrici viarie del paese, anemizzando i traffici verso le regioni meridionali e ponendo una grave minaccia alla stabilità economica del paese. Non meno accentuata, infine, è l’azione dei gruppi jihadisti, che hanno incrementato nel corso degli ultimi mesi i loro attacchi e le razzie sui villaggi, evitando al tempo stesso lo scontro diretto con le formazioni dell’Esercito e con le milizie russe.

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