MALI: la giunta militare sospende le attività dei partiti politici e ordina alla stampa di trattare l’argomento

Mali Junta

Il portavoce della giunta militare di governo del Mali, Abdoulaye Maiga, ha annunciato il 13 marzo nel corso di un intervento televisivo la promulgazione di un decreto con il quale il governo ha deciso – in data 10 aprile – di sospendere “fino a nuove disposizioni” ogni attività dei partiti politici. La decisione, ha aggiunto Maiga, è stata presa per preservare l’ordine pubblico in una fase di grave pericolo e instabilità, senza tuttavia aggiungere alcun elemento nel merito del provvedimento.

L’annuncio evidenzia come la giunta militare intenda di fatto formalizzare la decisione – già assunta da tempo – di non favorire alcun processo di transizione politica, trasformando la narrativa sulla sicurezza nel presupposto per la continuità del governo militare.

L’impegno assunto all’atto della presa del potere nel 2020 di organizzare elezioni entro l’inizio del 2024 è definitivamente sfumato lo scorso settembre, quando la giunta ha annunciato di aver annullato le elezioni a tempo indeterminato, adducendo un insieme di ragioni tecnico-amministrative e di natura securitaria. Al tempo stesso, le crescenti richieste espresse dai locali partiti e dai principali esponenti delle organizzazioni della società civile avevano iniziato ad assumere i toni di un’aperta critica al vertice militare del paese, provocando un ulteriore irrigidimento delle posizioni della giunta.

Non solo vengono lamentati pubblicamente i mancati successi auspicati dai militari nel fronteggiare la minaccia jihadista e quella indipendentista delle formazioni Tuareg, ma è stata oggetto di critiche pubbliche anche la fallimentare politica economica così come l’impegno per gestire la transizione verso le elezioni, oggi del tutto sfumate nelle prospettive.

Le critiche, espresse attraverso la stampa, le riunioni pubbliche o più semplicemente nel dibattito quotidiano della società, pongono per la giunta il concreto rischio di trasformarsi in proteste, determinando la decisione di silenziare i partiti nell’improbabile tentativo di limitare la portata delle accuse rivolte ai vertici militari di governo.

Una decisione tuttavia estrema, che evidenzia la fragilità della giunta nella gestione della politica nazionale, innescando potenzialmente la minaccia di una ben più estesa e insidiosa forma di dissenso verso le autorità. Una minaccia resa peraltro concreta dalla sempre maggiore richiesta da parte della società del paese per la fissazione di un calendario della transizione politica, che in tal modo viene di fatto confermata come impossibile.

L’annuncio della sospensione dell’attività politica ha generato un immediato malcontento, sfociato il giorno successivo nella circolazione di una dichiarazione firmata da numerosi esponenti locali con il quale è stato espresso stupore per quella che è stata definita come una grave violazione delle libertà democratiche, ribadendo la richiesta di un impegno chiaro per l’organizzazione delle elezioni e della transizione politica verso un governo a guida civile.

Alla dichiarazione hanno fatto quindi seguito numerosi commenti espressi attraverso la rete dei social media dei principali esponenti politici di opposizione, che hanno apertamente denunciato la deriva autoritaria della giunta e incitato alla disobbedienza civile. Posizioni che hanno destato l’irritazione dei militari e il timore di proteste, spingendo tuttavia i vertici del governo ad assumere decisioni paradossalmente ancor più impopolari e avventate.

Il 14 marzo, infatti, l’Alta Autorità per la Comunicazione ha diramato un comunicato con il quale è stato espressamente proibito a tutti i mezzi di informazione – inclusi quelli online – di trattare argomenti di natura politica e di riportare le dichiarazioni dei partiti e dei loro esponenti, così come delle associazioni della società civile. Una mossa tanto arbitraria quanto estrema, che evidenzia in modo palese quanto sensibile sia ormai diventata la questione delle elezioni e della transizione per la giunta militare.

L’annuncio dell’ulteriore limitazione alle libertà di espressione del pensiero politico, inoltre, non è stato accompagnato da alcun chiarimento nel merito di quali siano gli effettivi limiti imposti adesso ai giornalisti e alla popolazione civile nel pubblicare articoli o commentare sui propri social media, rendendo alquanto incerta la portata stessa del provvedimento. L’organizzazione di rappresentanza dei giornalisti locali, la “Maison de la Presse du Mali”, ha poco dopo diramato un proprio comunicato con il quale si è detta sorpresa delle nuove disposizioni, rigettandole in quanto prive di fondamento giuridico e lanciando un appello ai giornalisti chiedendo di non rispettarle, auspicando infine la mobilitazione della stampa a difesa dei diritti del cittadino e della libertà d’informazione.

Alla protesta si unità anche la Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Mali, che ha manifestato la propria preoccupazione per la deriva assunta dalla giunta militare, sostenendo che il provvedimento potrebbe portare all’esasperazione della protesta politica sfociando poi in violenza.

Non diverse le reazioni sul piano internazionale, dove gli Stati Uniti e numerosi paesi europei hanno condannato i due provvedimenti ed espresso preoccupazione per il rispetto delle libertà fondamentali della popolazione locale, dubitando espressamente della volontà della giunta di voler rispettare gli impegni assunti all’indomani del golpe.

L’evoluzione delle dinamiche politiche e sociali a Bamako ha spinto infine l’Unione Africana a chiedere espressamente alla giunta di governo l’elaborazione di una “tabella di marcia” per il processo di transizione politica, fissando con precisione le scadenze delle necessarie procedure elettorali. Il presidente della Commissione, Moussa Faki Mahmat, non ha fatto mistero della grande preoccupazione generata dalle decisioni assunte dalla giunta presieduta da Assimi Goita e avallate dal primo ministro Choguel Kokalla Maiga, sostenendo che il nuovo rinvio di fatto delle elezioni rappresenti un pericoloso ostacolo per la normalizzazione del paese e per la tutela dei diritti fondamentali dei suoi abitanti.

Sul piano locale, invece, la narrativa del ritorno della sicurezza come condizione necessaria per avviare il processo di transizione sembra essere ormai naufragata sul piano sociale, inasprendo al contrario fortemente le critiche al vertice militare e aprendo la strada verso possibili evoluzioni traumatiche in termini di stabilità. È chiaro come l’inasprimento delle norme sulla partecipazione politica rappresentino un’evidente debolezza della giunta, mentre al tempo stesso la giunta non sembra disporre di alcuna soluzione pratica per la gestione del crescente dissenso, con il rischio di una ulteriore stretta sul piano dell’esercizio del potere.

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