LIBIA: il rafforzamento della presenza militare russa a sostegno della strategia continentale africana di Mosca

Libia Russia

Il flusso di armi ed equipaggiamenti che dalla Russia giunge in Libia sembra essere ulteriormente incrementato nel corso delle ultime settimane, in conseguenza di un ulteriore afflusso segnalato nel porto di Tobruk, dove secondo fonti locali diverse tonnellate di materiale militare sarebbe stato scaricato da navi russe provenienti dal porto di Tartus, in Siria.

Il potenziamento del dispositivo militare di Mosca in Libia è stato anche accompagnato da numerose visite del vice ministro della Difesa russo Yunus-Bek Yevkurov a Bengasi, che sono apparse sin dapprincipio come una misura di coordinamento finalizzato tanto alla trasformazione della Libia orientale in un nuovo hub logistico-militare per la proiezione nel Sahel, quanto ad un contestuale impegno per il rafforzamento del dispositivo militare del cosiddetto Esercito Nazionale Libico.

Lo sbarco degli equipaggiamenti a Tobruk è peraltro contestuale alle ingenti forniture che continuano a giungere nella base aerea di Jufra, nella Libia centro-orientale, da tempo utilizzato dalla Russia come base logistica per il rafforzamento della propria capacità di espansione nell’Africa saheliana. Un poderoso sforzo che dimostra quanto la capacità di produzione degli armamenti della Russia non solo sia tornata a regimi elevati ma anche capace di soddisfare esigenze strategiche diverse da quelle del pur ingente sforzo del conflitto in Ucraina.

Più complessa, allo stato attuale, la valutazione nel merito del futuro impiego di queste ingenti forniture di armamenti, delle quali solo una minima parte sembra destinata a potenziare la capacità delle forze del generale Haftar, mentre la componente principale sarebbe al contrario dirottata verso la Repubblica Centrafricana, il Niger, il Mali e il Burkina Faso, nell’intento di rafforzare il già consolidato legame con le locali giunte militari.

In Libia, al contrario, una parte dei questi armamenti potrebbe essere destinata a rafforzare la capacità militare delle unità della brigata Tariq Ben Zeyed, posta sotto il comando del figlio di Haftar, Saddam, con l’intento di potenziarla e renderla in tal modo la principale formazione militare dell’Esercito Nazionale Libico, dove continuano ad essere presenti tensioni all’interno dell’eterogena compagine che ne costituisce l’improbabile capacità unitaria. Sono infatti note le tensioni presenti all’interno del dispositivo militare delle LNA, e soprattutto le rivalità tra alcune formazioni minori e quelle poste al comando del figlio del generale Haftar, che intende assumere una leadership indiscussa e che medita con ogni probabilità una possibile futura resa dei conti con le formazioni più recalcitranti ad accettarne il ruolo.

La strategia russa in Libia, tuttavia, appare sempre più orientata alla gestione di una concezione continentale del proprio ruolo in Africa, dove la Cirenaica rappresenta un fondamentale tassello logistico per la proiezione militare ed economica. È in tal modo probabile che la Russia non intenda favorire un radicale sovvertimento degli equilibri attuali nel paese, con il rischio di veder diminuita la propria capacità di gestione dei poli logistici per il trasferimento delle armi, considerando al contrario preferibile una politica di continuità, costruita sul parziale rafforzamento delle capacità del generale Haftar ma in assenza di misure tali da determinare evoluzioni sul piano militare nel confronto con le autorità di Tripoli.

Un calcolo rischioso, che deve ponderare la ben nota imprevedibilità e inaffidabilità del generale Haftar, considerandone al tempo stesso le mai sopite ambizioni egemoniche sul paese, adesso rafforzate dall’esuberanza soprattutto dei suoi figli, Saddam, che rappresenta il principale esponente del sistema militare dell’est, Khalid, anch’egli al comando di alcuni apparati militari, e poi Uqba e soprattutto Elseddik, il primogenito del generale, che si è sempre tenuto a distanza dalla gestione delle operazioni militari concentrandosi invece sulla politica e venendo risparmiato da accuse connesse alla violazione dei diritti umani e corruzione, risultando in tal modo un valido candidato per la possibile successione al padre. Sono al tempo stesso ben note le rivalità tra Saddam ed Elseddik, complicando in tal modo ulteriormente lo scenario della politica della Cirenaica e ponendo importanti interrogativi nel merito della reale capacità di tenuta dell’apparato politico e militare del generale Haftar nel caso di una sua scomparsa.

Variabili che la Russia sembra voler gestire in questa fase con pragmatismo, affrontando il rischio delle ambizioni familiari degli Haftar attraverso un sostegno economico e militare ponderato, capace di mantenere gli equilibri attuali in una posizione tale da permetterne di fatto la sola continuità.

Non meno allarmante risulta il potenziamento delle unità dell’ex Gruppo Wagner in Libia, adesso rinominato Legione Africana e trasferito sotto il diretto comando del ministero della Difesa russo. L’unità, affidata al generale Andreij Averyanov, ha incrementato la propria struttura in Libia, sebbene anche in questo caso più allo scopo di favorire la proiezione nel Sahel della Russia che non il rafforzamento delle proprie capacità in Cirenaica allo scopo di favorire il consolidamento del potere del generale Haftar. Un delicato equilibrio, che sembra inserirsi nel solco della più ampia strategia africana della Russia attraverso un impiego funzionale del generale e delle sue LNA, che deve tuttavia essere calibrato con il complesso sistema di relazioni regionali che la Russia non vuole alterare, soprattutto con la Turchia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti.

La più ampia strategia di sicurezza russa in Africa, infatti, è costruita in modo funzionale agli interessi economici di Mosca nel continente. La capacità di fornire strumenti militari per il consolidamento del potere delle autorità con le quali la Russia interagisce in Africa è sostenuta dal contestuale approccio predatorio verso le materie prime e le risorse aurifere in modo particolare, che rappresentano oggi uno dei principali strumenti della sostenibilità economica del paese. In tale contesto, quindi, l’interesse primario della Russia è quello di consolidare la propria capacità di permanenza in Africa e il rafforzamento della propria filiera economica, senza alterare significativamente la stabilità della regione per non incorrere nel rischio di doversi misurare in conflitti di più ampia portata che vanificherebbero il proficuo rendimento dell’attuale postura.

Una strategia che si è profondamente ramificata nel continente, pur attraverso una presenza disomogenea, che oggi è capace di garantire alla Russia il perseguimento di importanti programmi di sfruttamento economico in almeno sette paesi dell’area del Sahel e dell’Africa Centrale (in particolar modo Niger, Mali, Burkina Faso, Libia, Sudan, Camerun e Repubblica Centrafricana). Una proiezione, tuttavia, che necessita di una solida capacità logistica, che la Russia ha cercato nel tempo di canalizzare attraverso lo sviluppo di propri hub regionali in Libia e in Sudan, attraverso i quali gestire l’afflusso e il convogliamento degli equipaggiamenti e dei profitti. Tramontata, almeno per il momento, la possibilità di realizzare una propria base operativa in Sudan, la Libia rappresenta in questo momento il principale elemento operativo della strategia di proiezione russa sul continente, assumendo una rilevanza strategica che Mosca intende in tal modo difendere e gestire nel modo più opportuno.

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