L’Eritrea ammette di esercitare il controllo sulle aree di confine rivendicate, ma le tensioni nel Tigrai occidentale rischiano di portare verso un nuovo conflitto

Eritrea Etiopia

Con un comunicato pubblicato il 1° marzo sui canali social dell’ambasciata eritrea presso il Regno Unito e l’Irlanda, il governo di Asmara è intervenuto nel merito della questione relativa alle accuse della presenza delle proprie truppe sul territorio etiopico, fornendo la propria versione dei fatti e aggiungendo alcuni particolari di interesse.

Il documento, poi ufficialmente pubblicato anche sul sito del Ministero dell’Informazione dell’Eritrea[1],  esordisce accusando “esperti e lobbisti al servizio del TPLF” (il Tigrayan People’s Liberation Front, principale partito dello stato regionale etiopico del Tigrai) di aver intenzionalmente voluto riproporre una narrativa revisionista nel merito del conflitto che ha interessato il nord dell’Etiopia tra il 2020 e il 2022, distorcendo la realtà attraverso l’accusa all’Eritrea di mantenere le proprie truppe sul territorio del Tigrai.

Secondo il governo eritreo, al contrario, il conflitto del 2020/22 ha rappresentato un tentativo da parte del TPLF di provocare un’insurrezione nazionale contro il governo del presidente Abiy Ahmed, con l’intento di promuovere la mai sopita ambizione tigrina di riconquistare l’Eritrea come parte integrante dell’Etiopia, violando in tal modo gli accordi di pace siglati tra i due paesi nel 2018.

Con la firma della dichiarazione congiunta che era seguita al summit Eritrea-Etiopia dell’8 e 9 luglio del 2018, il nuovo governo etiopico guidato dal primo ministro Abiy Ahmed nell’ambito di una maggioranza formata dalla coalizione, poi disciolta, del Fronte Rivoluzionario Democratico del Popolo Etiopico (EPRDF, che includeva anche il TPLF tigrino), aveva accettato di formalizzare la pace con l’Eritrea attraverso il pieno riconoscimento della sentenza del 2002 della Commissione per i Confini Eritrea-Etiopia[2].

Una decisione di portata epocale, che chiudeva una lunga parentesi di relazioni critiche tra i due paesi, più volte sfociate in aperto conflitto, e che lasciò sperare per una reale e duratura pace nella regione, assicurando al primo ministro etiopico Abiy Ahmed il premio Nobel per la pace nel 2019.

Al contrario, tuttavia, la formalizzazione dell’accordo da parte del primo ministro Abiy Ahmed venne apertamente contestata e contrastata dai vertici del TPLF in Tigrai, nell’ambito del quale ricadevano la gran parte dei territori contestati e formalmente attribuiti all’Eritrea. Sebbene la firma degli accordi avesse previsto la ripresa delle relazioni diplomatiche, la riapertura dei confini e la libera circolazione tra i due paesi, le resistenze tigrine all’accordo impedirono da subito la piena attuazione dei propositi lungo i propri confini, lasciando di fatto immutata la situazione di stallo determinatasi nel ventennio precedente.

Particolarmente critica si presentò da subito la questione della cessione della città di frontiera di Badme all’Eritrea, dove il Tigrai fomentò la protesta della popolazione del gruppo etnico degli Irob – che vive lungo le aree di confine tra i due paesi – e criticò fortemente la decisione del governo di cedere quel piccolo ma simbolico villaggio per il controllo del quale si era combattuto tra il 1998 e il 2000[3].

Le tensioni tra il TPLF e il governo federale di Addis Abeba aumentarono in tal modo rapidamente, sfociando poi nel ben noto conflitto che venne combattuto tra il novembre del 2020 e il novembre del 2022, e che vide la partecipazione – mai ammessa sino ad oggi – delle forze eritree non solo nell’occupare le aree oggetto dell’accordo del 2018 ma anche nel sostegno alle truppe federali nell’occupazione del Tigrai, macchiandosi di gravi delitti soprattutto nell’area di Axum.

Sin dall’inizio del conflitto in Tigrai nel 2020 era ben nota e più volte documentata la presenza militare eritrea nello stato regionale etiopico, sebbene il sistematico silenzio di Asmara nel merito della sua partecipazione alle operazioni militari non avesse mai permesso di identificare con precisione le aree dove queste avevano stabilmente determinato una dislocazione permanente dei propri contingenti.

Incalzato dalla comunità internazionale, il primo ministro etiopico Abiy Ahmed aveva ammesso per la prima volta nel mese di marzo del 2021 la presenza delle forze eritree nel Tigrai e loro partecipazione nel conflitto, pur nel silenzio delle autorità di Asmara. Si trattò in ogni caso di un’ammissione parziale, che il primo ministro descrisse come una mera occupazione delle posizioni di frontiera abbandonate dai soldati etiopici recatisi al fronte, stazionando nelle aree che erano comunque oggetto di trasferimento alla sovranità eritrea in base all’accordo del 2018. Al tempo stesso condannò le violenze perpetrate dagli eritrei in Tigrai, sebbene rimandando alla necessità di un’inchiesta e alla contestuale propaganda da parte del TPLF[4].

Fu quindi la guerra in Tigrai a permettere all’Eritrea di assumere il controllo delle zone di confine oggetto di contesa, formalmente assicurate alla sovranità di Asmara dagli accordi del 2018 sebbene mai rilasciate dalle forze regionali delle milizie tigrine del Tigray Defense Forces (TDF). Un’occasione che Asmara non si lasciò sfuggire, cercando al tempo stesso di contribuire al conflitto in atto nel tentativo di eradicare la presenza del TPLF dallo stato regionale e commettendo gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione locale.

Da allora la questione della presenza eritrea sul territorio del Tigrai è divenuta oggetto di una costante denuncia da parte delle autorità tigrine, che, pur avendo perso il conflitto, non intendono cedere né le aree di confine oggetto degli accordi del 2018, né il territorio del Tigrai occidentale, sul cui effettivo controllo è oggi difficile formulare valutazioni, stante la presenza di forze Amhara, Fano e, probabilmente, anche eritree[5].

L’Eritrea ammette la sua presenza a Badme

Con il comunicato del 1° marzo, l’Eritrea ha compiuto un passo significativo nel chiarire la propria posizione nel merito della presenza lungo i confini del Tigrai, ammettendo in modo implicito per la prima volta di aver occupato le aree oggetto della storica contesa tra i due paesi, sebbene ribadendo come queste fossero state occupate illegalmente per circa vent’anni dalle milizie regionali del Tigrai in palese violazione degli accordi intrapresi tra i due paesi.

Nella prospettiva di Asmara, quindi, non si tratta di un’occupazione del suolo tigrino, quanto del mero esercizio di riconoscimento della sovranità eritrea sui territori che la Commissione per i Confini Eritrea-Etiopia aveva definitivamente assegnato nel 2002 al paese.

Il comunicato non fornisce alcuna indicazione nel merito della precisa ubicazione delle truppe eritree, sebbene implicitamente riferendosi alle sole aree oggetto di contenzioso, e quindi rimandando a quelle zone del confine tra i due pasi storicamente reclamate dall’Eritrea su cui lo stesso primo ministro Abiy Ahmed aveva accettato di trasferire la sovranità nel 2018.

Mentre il comunicato eritreo incentra l’oggetto della propria replica sulla questione degli accordi bilaterali e sulle diverse fasi attraverso cui questi sono stati gestiti tanto sul piano del rapporto diretto tra Asmara e Addis Abeba e su quello internazionale, tuttavia, le accuse mosse dalle autorità del governo regionale del Tigrai hanno una portata più ampia.

Il TPLF non solo contesta infatti quello che considera come l’illegale controllo delle aree oggetto dello storico contenzioso di confine ma, al contrario, insiste su una ben più estesa presenza eritrea all’interno dei propri confini e una altrettanto radicata strategia di destabilizzazione attraverso il sostegno ad alcune milizie regionali ostili al Tigrai e che hanno svolto un ruolo attivo nel corso del più recente conflitto.

Ciò a cui il TPLF si riferisce, in tal modo, riguarda anche e soprattutto il futuro del Tigrai occidentale, una vasta area collocata ad ovest del fiume Tekeze, che confina a nord con l’Eritrea, a ovest con il Sudan e a sud con lo stato regionale dell’Amhara e che è stata pressoché integralmente occupata da diverse milizie dell’Amhara nell’ultima fase del conflitto terminato nel 2022.

Le autorità dell’Amhara hanno rivendicato come storicamente propria la regione, rifiutandosi di rispristinare la sovranità riconosciuta invece dalla federazione etiopica al Tigrai, provocando la fuoriuscita dal territorio di numerosi tigrini che si sono riversati in campi di fortuna nel Tigrai orientale. La difficile gestione della crisi è stata aggravata dalla contestuale conflittualità emersa nella regione all’indomani del termine del conflitto con il Tigrai, quando le forze Amhara e quelle delle milizie Fano hanno inizialmente rifiutato di essere integrate nell’esercito federale etiopico, con l’emergere di nuovi scontri e diffuse violenze. Le autorità Amhara hanno poi accettato di negoziare lo status delle proprie milizie all’interno dell’esercito federale, mentre quelle Fano hanno continuato a sfidare il governo di Addis Abeba in un continuo conflitto che continua ad interessare vaste aree della regione[6].

Nel novembre del 2023, a un anno dal termine del conflitto, le autorità di Addis Abeba hanno comunicato di voler risolvere la questione del Tigrai occidentale attraverso l’organizzazione di un referendum, favorendo al tempo stesso il rientro degli sfollati nelle aree di origine. Nessuna indicazione è stata tuttavia fornita nel merito delle procedure di rientro delle popolazioni tigrine, né tantomeno sulla possibile data del referendum proposto, mentre non è chiaro quanto e come le forze federali etiopiche riescano ad assicurare l’effettivo controllo del territorio. Ad aggravare ulteriormente la crisi contribuisce inoltre la perdurante conflittualità con le milizie Fano, tanto nella regione del Tigrai occidentale quanto nell’Amhara stessa, dove frequenti scontri a fuoco continuano a ripetersi anche in prossimità di importanti centri abitati come Gondar, Bahir Dar e Lalibela[7]. Il 5 marzo, infine, il ministro della Difesa etiopico, Abraham Belay, ha annunciato nel corso di una conferenza stampa che il governo di Addis Abeba intende porre rimedio alla situazione del Tigrai occidentale attraverso un’azione volta a garantire il rimpatrio in tempi brevi degli sfollati, sotto la supervisione e il controllo delle forze federali, e istituire un’amministrazione locale provvisoria cui delegare l’organizzazione del referendum. Decisioni che vengono contrastate dal governo provvisorio del Tigrai, che ritiene impossibile l’organizzazione di un referendum stante la perdurante occupazione da parte degli Amhara e degli eritrei e la contestuale assenza di gran parte della popolazione di origine tigrina. Un processo di crisi che ha portato i vertici del TPLF a sospendere ogni interlocuzione diretta sulla questione con il governo federale, demandando i negoziati alla diretta gestione dell’Unione Africana[8].

Le autorità del governo provvisorio del Tigrai accusano quindi l’Eritrea non solo di occupare le aree contese di confine ma anche e soprattutto di mantenere una propria presenza nelle aree settentrionali del Tigrai orientale, così come in vaste zone del Tigrai occidentale, dove avrebbero un evidente interesse a sostenere tanto le rivendicazioni degli Amhara quanto la capacità d’azione delle milizie Fano per impedire che la regione possa tornare ad essere attribuita alla sovranità del Tigrai. Una strategia, quella eritrea, che secondo i vertici del TPLF sarebbe orientata ad annientare politicamente, economicamente e territorialmente il ruolo dei tigrini, nel perseguimento di un disegno che ha sempre caratterizzato la visione del presidente Isaias Afwerky sin dall’indipendenza dell’Eritrea, quando le relazioni tra i tigrini e gli eritrei – un tempo alleati nella guerra che portò alla caduta del regime del DERG – si incrinarono drasticamente[9].

SCENARIO

Le tensioni emerse in conseguenza del conflitto nella regione del Tigrai tra il 2020 e il 2022 continuano a determinare una estesa instabilità in larga parte dell’Etiopia settentrionale. Il palese interesse dell’Eritrea e degli Amhara per ridurre sensibilmente la capacità politica, economica e militare del Tigrai ha portato al consolidamento della presenza delle forze di Asmara in numerose aree lungo i confini della regione, così come all’interno del Tigrai occidentale, determinando i presupposti per una instabilità di lungo periodo e per la continuità di una diffusa conflittualità.

L’ammissione da parte del governo eritreo del proprio controllo delle aree di confine oggetto delle controversie apparentemente risolte dai lavori della Commissione per i Confini Eritrea-Etiopia nel 2002, e dei successivi accordi di pace del 2018, non risolve il problema della presenza dei militari di Asmara in altre parti del paese e del sostegno di queste alle milizie che occupano il Tigrai occidentale.

Al tempo stesso, appare in tutta evidenza come il governo federale di Addis Abeba non disponga di concreti strumenti per la gestione della crisi, dovendo fronteggiare il ruolo delle milizie Fano da una parte e i rapporti sempre più tesi con l’Eritrea dall’altra, dove il sodalizio apparentemente stabilito nel 2018 con il raggiungimento di un accordo di pace è palesemente transitato nuovamente in una dimensione di reciproco sospetto e latente ostilità.

Le proposte per una gestione politica del problema, così come delineate dal governo di Addis Abeba, non sembrano atte a determinare una concreta soluzione, con la non remota possibilità di nuove e più intense tensioni potenzialmente capaci di riportare lo stato delle relazioni Etiopia-Eritrea in direzione di un’aperta conflittualità.


[1] https://shabait.com/2024/02/28/65606/

[2] GETACHEW, Addis, “Ethiopia decides to accept border deal with Eritrea”, in Anadolu Ajansi, 7 giugno 2018

[3] ABBINK, Jon, “Badme and the Ethio-Eritrean border: the challenge of demarcation in the post-war period”, in Africa, Anno 58, n.2, giugno 2003

[4] “Ethiopia PM Ahmed Abiy admits Eritrea forces in Tigray”, in BBC, 23 marzo 2021

[5] “Ethiopia says disputed western Tigray will be settled in a referendum and displaced people returned”, in Associated Press, 6 novembre 2023

[6] ENDESHAW, Dawit, “Ethiopia to dismantle regional special forces in favour of ‘centralized army’”, in Reuters, 6 aprile 2023

[7] “Ethiopia’s Amhara region sees renewed fighting between government forces, Fano”, in Addis Standard, 28 febbraio 2024

[8] “Ethiopia’s defense minister unveils strategy for Western Tigray crisi resolution amidst political disputes”, in Addis Standard, 5 marzo 2024

[9] DEMISSIE, Abel Abate, “Navigating the regionalization of Ethiopia’s Tigray conflict”, in Chatham House, 8 settembre 2023

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