Le crescenti difficoltà della missione della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe nella Repubblica Democratica del Congo

Rdc

Il 15 dicembre del 2023 la Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) ha avviato le operazioni per il dispiegamento del proprio contingente militare (SAMIDRC) nella Repubblica Democratica del Congo, al fine sostenere le locali forze governative nel rispristinare la sicurezza delle regioni orientali dove la presenza di decine di milizie ha da tempo determinato una grave instabilità caratterizzata da crescenti episodi di violenza.

La missione era stata decisa soprattutto in conseguenza della recrudescenza dei combattimenti con le forze del Movimento 23 Marzo (M23), su cui grava il concreto sospetto di un appoggio da parte del vicino Ruanda, così come per la conclusione della ventennale missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite MONUSCO e il ritiro della missione della Comunità dell’Africa Orientale (EAC).

L’evoluzione del M23 dal 2017 ad oggi

Sebbene le regioni orientali della RDC siano interessate dalla presenza di numerose milizie, tra le quali alcune di affiliazione allo Stato Islamico, la principale minaccia soprattutto per l’area del Nord Kivu continua ad essere rappresentata dal Movimento 23 Marzo (M23), che tanto le autorità di Kinshasa quanto i principali attori internazionali accusano di essere sostenuta dal governo ruandese.

Il M23, anche noto con il nome di Esercito Rivoluzionario Congolese, è una formazione militare costituita nel 2012 principalmente da miliziani dell’etnia Tutsi, che ha combattuto nella ribellione contro il governo di Kinshasa del 2012-2013. Il nome dell’organizzazione deriva dagli accordi per il trattato di pace del 23 marzo 2009, quando le autorità congolesi e le milizie ribelli sembrarono aver raggiunto un accordo per la cessazione delle ostilità nelle tormentate aree orientali del paese, integrando le milizie locali nell’ambito dell’esercito nazionale della Repubblica Democratica del Congo[1].

L’intenzione degli accordi di pace era quella di favorire la ripresa del controllo territoriale delle regioni orientali da parte dell’esercito nazionale congolese e la repressione delle violenze generate nell’area tanto dai contrasti etnici quanto dalle attività criminali per lo sfruttamento illegale delle risorse naturali. La traumatica esperienza della guerra civile ruandese e del successivo genocidio del 1994 aveva infatti spostato sul territorio orientale congolese la conflittualità tra le comunità Hutu e Tutsi, generando una progressiva perdita di controllo da parte delle autorità centrali di Kinshasa e l’emergere di ulteriori violenze alimentate tanto da interessi economici quanto etnici e religiosi ad opera di gruppi minori.

Gli accordi di pace del 2009 ebbero tuttavia breve durata e nel 2012 numerosi miliziani si rivoltarono contro le autorità della RDC, dando vita ad un conflitto regionale che per due anni interessò le tre principali regioni orientali della RDC e che per un breve periodo portò anche alla conquista di Goma da parte delle milizie del M23. Un successivo negoziato tenutosi in Uganda nello stesso anno favorì la fuoriuscita da Goma delle milizie del M23 e alla progressiva ripresa di controllo da parte delle forze congolesi e dell’ONU, determinando l’apparente termine dell’insurrezione e dotando la missione MONUSCO anche di una capacità offensiva per il mantenimento della stabilità e il contrasto all’azione delle milizie[2].

Questa capacità portò le forze congolesi e quelle dell’ONU a conseguire numerosi successi militari contro le formazioni del M23, che nel novembre del 2013 accettarono di firmare un cessate il fuoco.

Nonostante i successi militari, tuttavia, le forze governative non riuscirono a riportare la stabilità nelle regioni orientali, che continuarono ad essere afflitte da scontri etnici e dalla crescente presenza di milizie dedite allo sfruttamento delle locali risorse minerarie e naturali, determinando una cronicizzazione della violenza e l’impossibilità del controllo territoriale da parte del governo. Questa prolungata instabilità determinò nel 2017 una nuova ribellione da parte di alcune formazioni del M23, che restò tuttavia limitata a poche aree periferiche sino al 2022, quando si intensificarono invece i combattimenti e i miliziani tornarono a minacciare la città di Goma[3].

La nuova fase della conflittualità è stata tuttavia caratterizzata tanto dall’emergere di conflitti interni al M23, sfociati in più occasioni in aperti scontri tra diverse fazioni, quanto da una sua complessiva rinnovata capacità militare, che ha consentito rapidi e costanti successi sul terreno mettendo in crisi tanto la capacità delle forze militari congolesi quanto quelle delle Nazioni Unite.

Nel giugno del 2022 i paesi della Comunità dell’Africa Orientale decisero di sostenere lo sforzo militare della RDC schierando nel paese un proprio contingente militare, al fine anche di contrastare l’emergere e la capacità di formazioni jihadiste affiliate alla Provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale (ISCAP). Parteciparono a questa missione militari del Kenya, del Burundi, del Sud Sudan e dell’Uganda, ma ben presto il governo di Kinshasa iniziò a criticarne le capacità, sollevando anche dubbi sull’imparzialità di alcune componenti del contingente e rifiutandone alla fine la conferma del mandato, con il conseguente ritiro nel dicembre dello scorso anno[4].

Numerosi politici congolesi Iniziarono nello stesso periodo ad esprimere forti critiche sulla capacità della missione ONU MONUSCO, e un numero crescente di proteste contro la missione stessa venne a più riprese organizzato a Goma, innalzando fortemente il livello della tensione e determinando poi la richiesta del governo di Kinshasa alle Nazioni Unite per avviare il ritiro del contingente. Iniziò in tal modo lo scorso febbraio, dopo 25 anni di operazioni nel paese, il programma di riduzione della missione finalizzato al suo completo ritiro entro il 2024, aprendo contestualmente all’ingresso delle forze della missione SAMIDRC, in una fase caratterizzata dalla forte ripresa della violenza e dell’iniziativa militare da parte delle milizie del M23[5].

Le milizie ribelli erano tornate da mesi all’offensiva, riuscendo a conquistare spazi sempre più ampi della regione del Nord Kivu e arrivando a minacciare lo stesso capoluogo regionale di Goma. La ripresa dei combattimenti, a partire dal 2017 e con maggiore intensità dal 2021, era inoltre coincisa con una profonda riorganizzazione delle forze del M23 e del loro approccio politico e sociale nelle aree sottoposte al proprio controllo, con l’instaurazione di vere e proprie amministrazioni. Un modello organizzativo nuovo, meno impostato alla conduzione di una semplice azione di guerriglia e di saccheggio e al contrario adesso orientato in direzione del consolidamento di una permanente presenza e del riconoscimento di una legittimità statuale.

Grazie al sostegno del Ruanda, che ormai viene riconosciuto e denunciato dalla gran parte dei principali attori internazionali come il principale fautore della capacità militare del M23[6], le milizie ribelli hanno fortemente incrementato le proprie iniziative nel corso degli ultimi anni, ricevendo armamenti sofisticati, artiglierie di precisione e missili terra-aria.

Un incremento di capacità che ha già messo in evidente difficoltà tanto le forze dell’ONU quanto quelle dell’EAC, determinandone di fatto il fallimento delle rispettive missioni, e che oggi rischia di produrre i medesimi risultati nell’ambito della ben più ristretta capacità della missione SAMIDRC.

I limiti operativi della missione della SADC

La missione SAMIDRC era stata approvata l’8 maggio del 2023 al vertice straordinario dei capi di Stato e di governo della SADC di Windhoek, in Namibia, come risposta regionale per la gestione del sostegno alla Repubblica Democratica del Congo, impegnata in una difficile fase della violenta recrudescenza nelle regioni orientali del paese, e in particolar modo nelle regioni del Nord e Sud Kivu e di Ituri.

Secondo i termini stabiliti nell’approvazione della missione, questa è dotata di un mandato iniziale di un anno, rinnovabile, e prevede il dispiegamento di un contingente di dimensione pari a una brigata (e quindi potenzialmente dotata a pieno regime di 5/7.000 militari), composto da soldati del Sudafrica, della Tanzania e del Malawi, con una previsione di spesa di circa 100 milioni di dollari.

Il successivo 15 dicembre il primo nucleo del contingente, composto da circa 200 soldati del Sudafrica, ha raggiunto la zona di assegnazione, a Goma, nella regione del Nord Kivu, seguito poi il 27 dicembre successivo da un ulteriore rinforzo. Al tempo stesso è iniziata la graduale riduzione del personale della missione MONUSCO dell’ONU, per la quale lo scorso dicembre il Consiglio di Sicurezza aveva stabilito il ritiro, pur attraverso una formula progressiva atta a consentire il contestuale dispiegamento delle forze della SAMIDRC. Le forze ONU completeranno il ritiro dall’area del Sud Kivu entro il mese di aprile, mantenendo tuttavia almeno fino alla fine del 2024 la presenza nel Nord Kivu e nell’Ituri, attraverso un programma di ripiegamento per fasi che da luglio porterà tuttavia il contingente a disporre di soli 2.350 militari.

Le possibilità che missione della SADC possa riuscire a conseguire risultati significativi nel contrasto alle milizie del M23, e delle molte altre unità che operano nella vasta area dei confini orientali della RDC, sono tuttavia alquanto limitate. La morte di tre militari della Tanzania nel corso di un attacco sferrato dal M23 l’8 aprile contro la base di Mubabmbiro, in prossimità della città di Sake, ha dimostrato quanto la minaccia delle formazioni ribelli sia fortemente accresciuta sul piano delle capacità, determinando la necessità di accelerare il dispiegamento della piena operatività del contingente ma anche di valutarne la capacità degli assetti. L’episodio segue di poche settimane l’uccisione di altri quattro militari del Sudafrica, in tre diverse occasioni tra la metà di febbraio e i primi di aprile, rendendo urgente un rafforzamento della missione. Il Sudafrica si è impegnato ad inviare circa 3.000 militari, mentre il Malawi e la Tanzania dovrebbero arrivare ad una capacità complessiva congiunta di circa 2.000, e quindi complessivamente di gran lunga inferiore ai 15.000 militari che componevano la sola forza di MONUSCO. Al momento, inoltre, sono presenti nel Nord Kivu poco più di 600 militari della missione, determinandosi l’esigenza di gestire con cautela la fuoriuscita delle forze dell’ONU, per non sguarnire pericolosamente la capacità di controllo del territorio e impedire soprattutto che possa cadere nelle mani del M23 la città di Sake, che rappresenta l’ultimo bastione prima della capitale regionale Goma[7].

Le forze di SAMIDRC, inoltre, risultano carenti sotto il profilo della logistica e delle capacità di mobilità aerea, che al contrario rappresentano un elemento indispensabile per il contrasto di milizie caratterizzate da una grande mobilità in aree fortemente boschive. La stessa stampa sudafricana ha evidenziato come le proprie unità militari siano fortemente carenti anche sotto il profilo della logistica alloggiativa, degli ospedali da campo e dei reparti di sanità militare, esponendo il personale militare a forti rischi[8].

Appare in tal modo evidente come le possibilità di contenere militarmente le capacità del M23 e delle altre formazioni armate presenti nella regione siano alquanto ridotte, rendendosi necessaria al contrario un’azione politica sul piano regionale che includa soprattutto il Ruanda. Uno sforzo che non sembra tuttavia al momento perseguibile sul piano locale, se non attraverso un concreto impegno della comunità internazionale per definire una nuova architettura di sicurezza regionale capace al tempo stesso di soddisfare le molteplici prerogative degli Stati confinanti e, contestualmente, limitare la capacità d’azione delle milizie che agiscono a ridosso dei vasti confini della RDC.

SCENARIO

La rinnovata capacità delle milizie del M23 nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, a partire dal 2021, è stata fortemente sostenuta dal vicino Ruanda nel tentativo di mitigare il ruolo e la capacità delle forze di etnia Hutu, determinando tuttavia i presupposti per un consolidamento territoriale autonomo delle comunità Tutsi sul territorio della RDC. All’interno di queste regioni, tuttavia, operano anche numerosi altri gruppi di diversa estrazione, tra i quali alcuni legati allo Stato Islamico e altri più semplicemente impegnati in attività predatorie delle ricche risorse naturali presenti, determinando una commistione di prerogative che ha reso estremamente difficile per le autorità di Kinshasa la possibilità di esercitare il pieno controllo sulle tre regioni del confine orientale.

Complice il sempre più instabile equilibrio politico della RDC, sono state terminate due missioni militari gestite dall’ONU e dalla Comunità dell’Africa Orientale, con il recente ingresso di una ben più modesta missione gestita dalla Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe, che non dispone tuttavia di sufficiente capacità per gestire l’accresciuta assertività delle forze del M23.

La soluzione della crisi congolese, pertanto, appare alquanto improbabile sul piano militare, imponendosi la necessità di una forte azione politica regionale e internazionale volta a favorire la cooperazione degli Stati confinanti. È in particolar modo l’ambiguo ruolo del Ruanda a rendere alquanto difficile il perseguimento di questa strada, dovendosi quindi auspicare una più estesa e robusta capacità internazionale di favorire una piattaforma negoziale.


[1] SABBE, Brian, “Why M23 is not your average rebel group”, in IPIS Research, 6 febbraio 2023

[2] “Congo’s M23 rebels complete Goma pullout”, in France 24, 1 dicembre 2012

[3] “Congo’s M23 rebellion risks sparking a regional war”, in The Economist, 22 febbraio 2024

[4] WAFULA, Ian e MUNGAI, Kenneth, “Why DR Congo wants East African troops to leave”, in BBC, 27 ottobre 2023

[5] “DR Congo: MONUSCO begins withdrawal, hand over first U.N. base to national police”, in Africa News, 28 febbraio 2024

[6] “US condems worsening violence in east of DR Congo, accuses Rwanda”, in Reuters, 18 febbraio 2024

[7] “Scale of SADC’s DRC mission raises concerns”, in Africa Defense Forum, 5 marzo 2024

[8] HAIRSINE, Kate, “Congo: SDAC soldier deaths underline concerns over mission”, in Deutsche Welle, 10 aprile 2024

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