Le conseguenze del conflitto nel Tigrai e la crisi nello stato regionale dall’Amhara scuotono la stabilità politica dell’Etiopia

Ethiopian Army Patrols Streets Of Mekelle City

Le conseguenze del conflitto combattuto nello stato etiopico del Tigrai tra il novembre del 2020 e il novembre del 2022, conclusosi con gli accordi di Pretoria in Sudafrica del 2 novembre 2022, continuano a minare la sicurezza e la tenuta dell’Etiopia.

Il conflitto, scaturito dai dissidi tra le autorità di governo del Tigrai (il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrai, TPLF) e quelle federali di Addis Abeba guidate dal primo ministro Abiy Ahmed e dal suo partito di maggioranza (il Partito della Prosperità), dimostrò ancora una volta come gli equilibri etnici che per lungo tempo hanno regolato la politica nazionale fossero alquanto fragili e instabili.

Il TPLF ha di fatto monopolizzato la guida politica dell’Etiopia dal 1991 al 2018, attraverso la coalizione conosciuta come Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (EPRDF) guidata da Melese Zenawi fino al 2012 e poi da Hailemariam Desalegn fino al 2018, quando venne eletto alla carica di primo ministro Abiy Ahmed, già esponente dell’EPRDF e poi promotore della dissoluzione della coalizione e della costituzione di una nuova forza politica denominata Partito della Prosperità[1].

Abiy Ahmed cercò di imprimere una radicale svolta alla politica interna ed estera dell’Etiopia, promuovendo la pace con la vicina Eritrea attraverso il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali e cercando di scardinare l’impianto etno-federalista del sistema politico nazionale, attraverso la centralizzazione e il rafforzamento del potere del governo nazionale etiopico. La soluzione della lunga crisi con l’Eritrea gli valse il premio Nobel per la pace nel 2019, ma al tempo stesso il riavvicinamento con l’Eritrea irrigidì ulteriormente le relazioni con il governo dello stato regionale del Tigrai, che sin dal 1991 era stato il principale antagonista del regime eritreo, con il quale entrò in guerra dal 1998 al 2000.

Il TPLF tigrino si era già opposto allo scioglimento dell’EPRDF e alla costituzione della nuova coalizione del Partito della Prosperità, al quale aveva rifiutato di aderire considerando la procedura illegale[2], mentre aveva guardato con grande preoccupazione al riavvicinamento con l’Eritrea, soprattutto nella prospettiva di dover cedere numerose aree di confine, attribuite ad Asmara dalla commissione per i confini istituita dalle Nazioni Unite in seguito agli accordi di Algeri del 2000. Con la firma del trattato di pace tra i due paesi, quindi, il TPLF aveva rifiutato di cedere le aree di confine contese, mentre i valichi di frontiera con l’Eritrea restarono chiusi nonostante gli impegni assunti tra il governo di Addis Abeba e quello di Asmara.

La tensione tra il governo del Tigrai e quello federale è quindi cresciuta progressivamente, consumandosi poi definitivamente nel 2020, quando le elezioni parlamentari inizialmente programmate per il mese di agosto sono state posticipate dal governo all’anno successivo, ufficialmente in conseguenza della pandemia del Covid-19. Il TPLF rifiutò lo slittamento e organizzò le proprie elezioni il 9 settembre del 2002, trionfando ancora una vota nello stato regionale del Tigrai ma venendo dichiarate nulle dal governo centrale di Addis Abeba[3].

La sfida lanciata dal governo tigrino a quello federale crebbe quindi di intensità nelle settimane successive, e il 3 novembre successivo le milizie del TPLF (le Tigray Defense Forces, TDF) hanno attaccato il quartier generale delle forze federali (ENDF) presenti nel Tigrai catturando numerosi militari e l’intero arsenale del Comando Settentrionale dell’ENDF. L’attacco venne giustificato dal TPLF come esigenza di “difesa preventiva”, determinando tuttavia la reazione del governo federale con l’invio delle proprie truppe nello stato regionale in una rapida avanzata che portò il primo ministro Abiy Ahmed a dichiarare la vittoria solo dopo pochi giorni[4].

Parteciparono alle operazioni militari contro il TDF anche unità dell’esercito eritreo, che, in base ad un accordo segreto con il governo federale di Addis Abeba, varcarono i confini settentrionali occupando una vasta parte del Tigrai settentrionale, perpetrando inaudite violenze soprattutto nella città di Axum. L’Eritrea non ammise mai ufficialmente la propria partecipazione al conflitto e, nonostante le crescenti denunce per le violenze commesse sulla popolazione civile tigrina, negò a più riprese di essere coinvolto e presente nella regione.

Le previsioni di una facile vittoria si dimostrarono tuttavia illusorie e ben presto le forze del TDF lanciarono una poderosa controffensiva, riconquistando non solo la capitale regionale Macallè ma spingendosi sino ad invadere ampie zone degli stati regionali dell’Amhara, dall’Afar e dell’Oromia, arrivando a minacciare direttamente la capitale Addis Abeba.

Mentre il governo federale versava in evidenti difficoltà sul piano militare, le numerose denunce internazionali per le violenze commesse nella prima fase dell’occupazione del Tigrai spinsero il primo ministro Abiy Ahmed il 23 marzo del 2021 ad ammettere che l’Eritrea aveva sostenuto l’offensiva militare contro il TDF, incrinando in tal modo le relazioni con l’Asmara. L’avanzata dei tigrini verso sud determinò per il governo l’esigenza di coinvolgere nei combattimenti le milizie degli stati regionali dell’Amhara, dell’Oromia e dell’Afar, ampliando in tal modo la portata e l’estensione territoriale del conflitto, che a partire dall’inverno del 2021 mutò a favore del governo di Addis Abeba.

L’ultima fase del conflitto fu tuttavia caratterizzata da una dinamica alquanto particolare della conduzione delle operazioni. Le milizie dell’Amhara (tra le quali i Fano) e dell’Afar furono di fatto implicitamente autorizzate dal governo federale a perseguire una propria strategia di espansione territoriale a danno del Tigrai, pur combattendo formalmente al fianco dell’esercito federale con l’obiettivo dichiarato di voler esclusivamente sconfiggere le forze del TDF, mentre l’Eritrea, con la quale i rapporti si erano progressivamente incrinati dopo l’ammissione da parte di Abiy Ahmed della partecipazione nel conflitto (e del contestuale tentativo del governo federale di addebitare esclusivamente a questa le responsabilità dei massacri avvenuti nel 2020), operò in modo indipendente nel nord del Tigrai occupando le aree di confine contese e spingendosi in più occasioni in profondità nel territorio tigrino.

Stremate dal conflitto, e dall’accresciuta capacità di controllo dello spazio aereo da parte delle forze federali grazie alla fornitura da parte della Turchia al governo di Addis Abeba dei droni da combattimento Bayraktar TB2, le forze del TDF furono costrette ad accettare la proposta dell’Unione Africana per i colloqui di pace, mentre il conflitto venne ufficialmente dichiarato concluso il 2 novembre del 2022, a due anni esatti dal suo inizio, con la firma degli accordi di Pretoria, in Sudafrica[5].

Con il documento firmato a Pretoria, il governo del Tigrai e quello federale si impegnarono a fermare i permanentemente i combattimenti, a ripristinare l’autorità di Addis Abeba nello stato regionale – pur garantendone la rappresentatività nel parlamento – e a disarmare le milizie del TDF integrandole all’interno dell’esercito nazionale, che avrebbe assunto il controllo del territorio. Venne anche prevista l’organizzazione di nuove elezioni locali, non avendo il governo federale mai riconosciuto quelle del 2020, con l’impegno a revocare lo status di “organizzazione terroristica” nei confronti del TPLF. Venne anche predisposto l’afflusso di aiuti umanitari nel Tigrai e uno specifico impegno per la protezione della popolazione civile e il ritorno dei numerosi profughi nelle aree di residenza.

Gli accordi di pace lasciarono tuttavia numerose questioni irrisolte, tra le quali quelle di maggiore portata furono l’occupazione dell’intero Tigrai occidentale da parte delle forze Amhara, la permanenza delle forze eritree all’interno dei confini del Tigrai e, non meno rilevante, l’autonomia operativa delle numerose milizie degli stati regionali coinvolti nel conflitto, e in particolar modo quelle dell’Amhara e dell’Oromia.

Il documento firmato a Pretoria non faceva infatti alcuna menzione dell’Eritrea e del ruolo svolto nel conflitto, lasciandone di fatto inalterata la presenza all’interno del territorio tigrino, così come il ripristino dello status quo territoriale, che permetteva in tal modo all’Amhara di continuare l’occupazione del Tigrai occidentale, storicamente rivendicato nell’ambito di contrasti di vecchia data tra i due stati regionali.

Un ulteriore fronte di crisi restava poi quello del conflitto in Oromia, dove le milizie dell’Esercito di Liberazione Oromo (OLA), già alleate dei tigrini nel corso del conflitto, continuavano a combattere in numerose aree dello stato regionale, così come contro le forze Amhara, in una pericolosa spirale di violenza che rendeva alquanto difficile il perseguimento della cessazione delle ostilità auspicato dagli accordi di Pretoria[6].

La cessazione dei combattimenti con le TDF, quindi, aveva lasciato non solo inalterato il complesso equilibrio nel Tigrai ma anche riacceso e rinvigorito la più complessa dimensione delle rivendicazioni storiche dei diversi stati, permettendo soprattutto alle autorità dell’Amhara di perseguire di fatto una strategia di annessione del Tigrai occidentale, nonostante gli sforzi del governo federale di voler promuovere attraverso un referendum il futuro della regione.

Le autorità del TPLF tigrino, al tempo stesso, denunciarono un sempre più evidente tentativo da parte degli Amhara di voler attuare una vera e propria pulizia etnica nel Tigrai occidentale a danno dei tigrini, in modo da costringere la restante parte della propria popolazione a cercare rifugio altrove, alterando gli equilibri demografici prima dell’organizzazione di un referendum.

Il perdurare di una diffusa conflittualità all’interno degli stati regionali del Tigrai, dell’Amhara e dell’Oromia, pertanto, incrinò progressivamente i rapporti del governo federale con gli alleati del governo regionale dell’Amhara, spingendo il primo ministro Abiy Ahmed a decretare nell’aprile del 2023 la smobilitazione delle milizie regionali dei singoli stati e la loro integrazione forzata all’interno dell’esercito federale etiopico (ENDF)[7].

Una manovra che determinò la protesta delle autorità dell’Amhara, provocando violenze nella regione e soprattutto il rifiuto da parte delle milizie etniche dei Fano di accettare l’integrazione all’interno dell’ENDF. La gran parte di queste milizie, infatti, nel corso dei due anni di conflitto precedenti, non solo ha incrementato il proprio ruolo e consolidato il proprio potere ma si è resa anche strumento per il perseguimento di strategie di espansione territoriale che da tempo caratterizzano l’agenda di alcuni gruppi etnici del complesso mosaico demografico etiopico. Posizioni e ruoli alle quali una parte di queste milizie non è disposta rinunciare, anche al rischio di esasperare i critici rapporti con il governo federale di Addis Abeba.

I primi scontri tra le milizie Fano e quelle dell’esercito federale iniziarono nel maggio del 2022, crescendo di intensità nel corso dei mesi successivi e costringendo il governo dello stato regionale dell’Amhara – che pur con una certa riluttanza aveva deciso di sostenere le politiche del governo centrale – a decretare lo stato di emergenza. Mentre una parte delle forze regionali dell’Amhara accettò di essere integrata nell’organico dell’ENDF, numerosi suoi membri defezionarono e si unirono alle forze Fano, combattendo contro le forze federali e avviando una sistematica strategia di omicidi mirati ai danni degli esponenti del partito di governo Partito della Prosperità. A partire dall’agosto del 2023 si è in tal modo intensificato il conflitto nella regione dell’Amhara, con l’incremento della presenza delle forze federali dell’ENDF e la spiralizzazione della violenza, mentre resta al momento irrisolta la questione del Tigrai occidentale, in attesa dell’annunciato referendum per stabilirne la futura collocazione territoriale[8].

SCENARIO

Il conflitto combattuto dal 2020 al 2022 nello stato regionale del Tigrai, nel contestuale tentativo del primo ministro Abiy Ahmed di scardinare l’equilibrio etno-federalista etiopico a vantaggio della centralizzazione nazionale del potere, ha determinato effetti catastrofici per la stabilità dell’Etiopia, riaccendendo i mai sopiti contrasti tra numerose delle componenti etniche del complesso mosaico demografico nazionale.

Il tentativo del presidente Abiy Ahmed di indebolire il ruolo delle autorità di governo etniche dei singoli stati regionali, aprendo al contempo ad un accordo di pace con l’Eritrea, ha determinato la successiva iniziativa delle autorità del Tigrai – e soprattutto del locale partito di maggioranza TPLF – di sabotare qualsiasi ipotesi di normalizzazione con Asmara e accentuato i contrasti sino a trasformarli in aperto conflitto. In tale contesto, le storiche rivendicazioni territoriali dello stato regionale dell’Amhara sull’area del Tigrai occidentale hanno determinato l’emergere di una ulteriore conflittualità, al momento irrisolta ma caratterizzata dalla volontà delle frange più estreme del nazionalismo Amhara di non concedere alcuno spazio negoziale tanto al Tigrai quanto alle autorità centrali di Addis Abeba.

La smobilitazione delle forze paramilitari dei singoli stati regionali e l’ordine di confluire nell’organico dell’esercito federale hanno innescato ulteriori criticità, spingendo le milizie Fano dell’Amhara a rifiutare l’ordine di disarmo e integrazione e determinando una nuova ondata di violenze che interessa oggi ampie zone dello stato regionale.

Al tempo stesso, nonostante si siano registrati nel corso delle ultime settimane alcuni progressi sul piano negoziale, resta parimenti complessa e fragile la stabilità dello stato regionale dell’Oromia, il più grande del paese, dove le forze dell’Esercito di Liberazione Oromo hanno a lungo combattuto al fianco di quelle tigrine contro quelle federali, incrementando il rischio di una disgregazione territoriale.


[1] YIBELTAL, Kalkidan, “Ethiopia’s Abiy Ahmed gets a new ruling party”, in BBC, 22 novembre 2019

[2] SILESHI, Ephream, “Third day EPRDF EC discussing “Prosperity Party” regulation”, in Addis Standard, 18 novembre 2019

[3] PARAVICINI, Giulia, “Ethiopia’s Tigray holds regional election in defiance of federal government”, in Reuters, 9 settembre 2020

[4] ANNA, Cara, “Ethiopia declares victory as military takes Tigray capital”, in Associtaed Press, 28 novembre 2020

[5] “Key points in Ethiopia’s ceasefire agreement”, in Reuters, 4 novembre 2022

[6] “Ethiopia’s other war: the shadowy Oromia conflict”, in AFP, 22 novembre 2022

[7] “Ethiopia disarms regional militias despite protests”, in Anadolu Ajansi, 17 aprile 2023

[8] TEKLE, Tesfa-Alem, “Ethiopia’s post-war challenge: disarming regional militias”, in The East African, 16 aprile 2023

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